Il Decreto del Presidente del Consiglio che fa dell’Italia (lui la chiama “penisola”, e dunque tutto il Nord ne sarebbe escluso, secondo la nozione geografico-fisica di penisola), a un certo punto, dopo avere elencato i divieti, mette in fila le tre possibilità di movimento che gli Italiani conservano.

Ciò che mi colpisce è l’espressione “per comprovate ragioni”, perché sembrerebbe un permesso che viene concesso per eccezione, se capisco bene il senso in lingua italiana? Ma chi è l’autore del testo? Un funzionario? Il drittissimo suo portavoce Casalino? Lui stesso, il capodelgoverno-avvocatodegli italiani?

Pazzesco: avv. Conte, lei sa che ogni santo giorno, per una media di circa 240 giorni all’anno, non meno di 23 milioni di lavoratori sono in azienda / ufficio / fabbrica? Lei sa che ve ne sono 3 milioni nel pubblico impiego? D’accordo che gli insegnanti sono in parte a casa, ma gli uffici pubblici sono aperti.

Si può dunque dire che “solo per comprovate ragioni” queste persone si possono muovere? Non era meglio dire e scrivere “in positivo”, dando un messaggio POSITIVO, che sono salvaguardati gli spostamenti per andare al lavoro? Che cosa sarebbe cambiato? Nulla sotto il profilo pratico, tutto sotto il profilo psicologico e comunicazionale. Ma, anche se il Casalino o chi per lui, una laurea ce l’hanno, questo pensiero non li ha neppure sfiorati.

Mi auguro che al Governo non venga in mente di fermare anche i trasporti e il lavoro, come propongono Salvini e i suoi. Sarebbe un’idiozia.

E ha ragione anche Sgarbi, che, pur esagerando com’è solito fare, denuncia un andazzo qualunquista e incapace di distinguere tra valori e oggetti diversi, seguendo le emozioni che sono sempre prevalenti sulla ragione. Con ciò non voglio mettere in dubbio le decisioni prese dal Governo, ancorché, nel flusso degli eventi, spesso contraddittorie e incomprensibili, ma noto un’ansia da prestazione che non fa il paio con la competenza politico-amministrativa e soprattutto relativa alle modalità comunicativo-relazionali fra la politica e il “pubblico”, fra i decisori e il “Popolo italiano”. Il quale popolo ha certamente anche bisogno di qualche strigliata in situazioni come l’attuale, ma non può essere trattato come fosse un’accozzaglia di ignoranti e di meri esecutori.

E poi la loro parte la fanno anche i media, i direttori di giornalini e giornaloni che si sentono autorizzati a dare la linea, loro che sono degli specchi orecchianti (mi si passi l’ossimoro) della realtà, non avendo né una preparazione filosofica sui beni, sulla vita e sulla giustizia, e quindi su un’etica generale, né sono scienziati fisici o biologico-medici. Eppure pontificano dall’alto dei loro saperi generici e presuntuosi. Piuttosto, potrebbero dedicarsi a segnalare e riportare anche ciò che sta accadendo di meraviglioso e di positivo, interpellando magari nei loro triti talk show chi sa meglio che cosa potrebbe succedere di positivo, di fronte a una vicenda come questa, nella mente umana, che è plastica e resistente, e soprattutto – se rispettata, se e quando merita – aliena da banalizzazioni e superficialità.

Rivolgo qui solo un invito alla ragione a chi mi legge: a) osservare rigorosamente le regole che ormai tutti conoscono, e b) portare un contributo di buona volontà nell’area decisionale ancora giustamente affidata alla responsabilità individuale.