Continuo la mia riflessione sul libero arbitrio e sulle capacità/ possibilità di scelta per il bene o per il male dell’individuo umano.

Questa volta parto da un racconto fattomi da una persona di origine meridionale, un signore calabrese da molti anni in Friuli, ma capace di narrare con grande efficacia il clima sociale e la cultura di quelle plaghe, che ha favorito l’insorgere, prima di un “familismo amorale” e poi delle forme strutturate di mafia, con ciò che comporta in termini di criminalità organizzata , di attività omicidiarie collegate al ricatto e alla minaccia sistematica.

In paese Don Pasquale era molto potente; aveva proprietà di famiglia in campagna e in centro, e anche nella cittadina vicina, che dava sul bellissimo mare Jonio. Il paese è inerpicato sui primi contrafforti dell’Aspromonte ed è circondato da boschi verdissimi e pascoli rigogliosi. Un giorno, mentre sorseggiava un calice di buon Gravina di Puglia, ghiacciato, erano quasi le cinque del pomeriggio e lui a quell’ora riceveva qualche amico o conoscente (a lui utile, il come, lo vedremo), ma qualche volta sorseggiava il buon vino in solitudine, nel silenzio della mezza montagna e dell’ora. La stagione era di settembre, quando l’estate non se n’è ancora andata e l’autunno esita a farsi vivo. A quattrocento metri sul mare c’era sempre un venticello che conciliava il buon riposo o i conversari. A un certo punto chiamò un suo aiutante, visto che ne aveva sempre un paio a portata di voce e gli disse: “Antò, conosci il massaro Michele, che ogni tanto viene a servizio nelle nostre campagne?” “Sissignore, rispose Antonio, e Don Pasquale proseguì: “Vai da lui e digli che Don Pasquale vuole parlargli; digli che venga qua domani alle cinque“. Antonio sparì, annuendo.

L’indomani, puntualissimo, anzi un con un po’ di anticipo, massaro Michele si era presentato, cappello in mano, era davanti a Don Pasquale. Questi, cordialissimo, gli diede la mano e la tolse quando Michele voleva accennare a un bacio sul dorso della mano, e gli disse: “Massaro Michele, come state, e la vostra signora? Aaah, perdonate, vi dovete ancora maritare… ho sentito, vi maritate, dunque?” Michele, profondendosi in un inchino dalla sedia di vimini dove si era accomodato, rispose: “La sapete giusta Voi, Don Pasquale, mi devo ancora maritare sì, ma prima devo avere la possibilità di trovare casa, che non è facile con il mio lavoro, un giorno qua un giorno là, anche da Vossignoria…” Don Pasquale lo interruppe con tono amabile: “Massaro Michele, non continuate suvvia, ché, se è solo per questo, consideratevi a cavallo. Ho giusto una casetta verso le nostre campagne, che ora non ospita nessuno, linda, pulita, giusto adatta a voi e alla vostra signora… futura“. “Ma, rispose Michele tutto confuso, ora come ora non potrei darvi nessuna pigione, ché avremo spese per il mobilio e…” Don Pasquale lo interruppe di nuovo, con gentile decisione: “Vi dico, Michele, che non dovete darvi pensiero per nulla: la casetta è bel che arredata, anzi potete anche servirvi per il vestito della sposa nel mio negozio di Vibo, giù al mare. Andate con lei, scegliete ciò che più le aggrada e venitemi a salutare. Sarà il mio regalo di nozze“.

Michele era tutto in confusione e non sapeva che cosa fare. Si alzò e cominciò a ringraziare tutto imbarazzato, e non se ne andava. Allora Don Pasquale lo congedò in modo gentile e… un po’ brusco, dicendo: “Ora pensate solo al vostro matrimonio, maritatevi, riposatevi e venite da me tra qualche giorno, ma vi manderò a chiamare. Avrò forse bisogno da voi di un servizio, ma piccolo, piccolo“. Michele, andandosene, annuiva annuiva, mentre gli scappò di dire: “Don Pasquale, servitore vostro, farò quello che mi chiedete, grazia, grazie, grazie…”

Il matrimonio ebbe luogo il sabato successivo, gran festa di paese, con amici e vicini, e i parenti venuti dalla Puglia con un camioncino pieno di frutta e di vin bianco. Michele e la sua Vincenza, che conosceva fin da ragazzi, erano raggianti. Nella casetta nuova si sentivano in paradiso. Michele aveva anche deciso di prendersi una settimana di riposo, che lui chiamava così, perché non conosceva il termine “ferie”.

Una mattina, di prima mattina, mentre Michele faceva colazione con uva, marmellata e pane di quello che dura a lungo, una pagnotta grande cotta da sua moglie, arrivò in motocicletta Antonio, che abbiamo già incontrato qualche tempo fa, e senza indugio disse a Michele: “Miché, Don Pasquale ti vuole parlare. Puoi venire subito?” Michele esitò solo un istante, poi disse alla moglie di avvertire massaro Lodovico che non sarebbe andato al lavoro la mattina e si sarebbero visto in campagna al pomeriggio. Lodovico era il soprastante di Don Evangelista, proprietario di molta campagna sull’altro versante della montagna.

Michele arrivò alla villa di Don Pasquale sul suo motorino, seguendo Antonio. Fu introdotto subito nel patio dove il padrone stava fumando un sigaro. Senza voltarsi Don Pasquale disse a Michele: “Eccoti, caro Michele, oggi ho proprio bisogno che tu mi dia una mano“… “Per servirvi, Don Pasquale, ditemi“. “Ebbene, cominciò a parlare il padrone, mi pare che sei in buona salute, e dicendo queste parole, si voltò invitando Michele a sedersi, e continuò “tu conosci certamente don Vito da… Ebbene, devi sapere che questo, faccio per dire, “don” Vito mi ha sempre mancato di rispetto, lo sapevi?” E Michele: “No, Don Pasquale, a me è sembrato sempre un galantuomo, gentile con tutti e…” ma Don Pasquale lo interruppe un po’ bruscamente, e la cosa cominciò a impensierire Michele, ma solo un pochino, per il momento. Don Pasquale riprese a parlare dicendo: “Don Vito è un maleducato e un cattivo soggetto. Pensa che ora campa diritti su un terreno che è mio da generazioni, sostenendo che il nonno mio lo aveva commutato con un altro terreno e che, se la cosa non sta bene, ci avrebbe pensato lui a mettermi a posto. E lo va dicendo per le osterie e per i paesi. Mi è arrivata voce da un caro amico di Cosenza che perfino in città don Vito si vanta di potermi mettere a posto come sa fare lui”.

A quel punto Michele cominciò a preoccuparsi, perché qualcosa gli diceva di cose brutte. Infatti, Don Pasquale lo incalzò con una domanda: “Tu, Michele, hai un fucile, sai sparare?” “No, non ho un fucile, ma sparare so, perché mio padre me lo insegnò che ero giovane… rispose Michele titubante e Don Pasquale “Nessun problema, disse e chiamò Antonio, che comparve in un lampo. “Antonio, vai a prendere quel fucile bello lustro, quasi nuovo, che funziona sempre, sai che lo abbiamo usato, sia per la selvaggina piccola, sia per quella… grande, quello a canne sovrapposte“. Antonio ricomparve in meno di un minuto, ché Don Pasquale teneva le sue armi, ben lucidate, in bella mostra, nel soggiorno grande in una vetrina. Lì, ben messi in piedi aveva almeno una decina di fucili di diverse fogge, da quelle da caccia a doppia canna a quelli che ricordavano piuttosto armi da guerra, e un paio di pistole, una a tamburo, un revolver, e una tipo “beretta” dei carabinieri.

Si rivolse a Michele e gli disse “E’ tuo, tuo per sempre, ma devi farmi un servizio, un piccolo favore…, e tergiversava, mentre Michele era sempre più pallido, devi sparare a quel fottutissimo di don Vito, anche senza ammazzarlo, sparagli alle gambe, così capisce, e comunque anche se crepa, non c’è problema. Se lo sarà meritato…” A quel punto Michele fu sul punto di non farcela e si tenne agli spigoli della sedia dov’era seduto. Borbottò, mentre si sentiva svenire, un timorosoSissignore, e dove devo far farlo, Don Pasquale?” Il padrone chiamo Antonio e gli spiegò come lui avrebbe dovuto portare Michele sul posto, che era adatto a un agguato, conoscendo le abitudini di don Vito, che soleva frequentare quella tal strada, che era una scorciatoia per andare in monte verso le sue proprietà.

“Non devi temere nulla, Michele, ci sono qua io, tu non avrai nessuna responsabilità”. E la cosa si fece. Una mattina presto, i due si appostarono dietro una roccia che sporgeva sulla strada, e il colpo di fucile, sparato da Michele, raggiunse don Vito nella parte alta delle gambe e causando un’emorragia mortale. Nessuno venne a cercare Michele, che per un po’, senza evitare di frequentare le osterie e i bar della zona, cercò di parlare poco e di ascoltare molto. Dopo mesi i carabinieri andarono alla casa di Don Pasquale, che fu raggiunto da un avviso di garanzia, ma non vi fu alcun seguito, perché lui personalmente aveva un alibi di ferro, nessuno aveva parlato e l’arma non era mai stata trovata, perché Michele l’aveva nascosta in campagna in uno stallo che gli aveva indicato Antonio.

Il tempo passava e Don Pasquale, che nel frattempo non aveva fatto mancare nulla a Michele, lo chiamò di nuovo e di nuovo e di nuovo. Sempre per la stessa ragione. Michele era diventato ora un assassino esperto. Era uno di loro. Mafioso.

 

Il tremendo racconto mi ha spiegato la mafia, o forse un certo tipo di mafia, più e meglio di qualsiasi trattato di sociologia o di antropologia culturale. E ho continuato a chiedermi quanto si possa essere liberi nelle decisioni per il bene o il male… Certo è che la cultura espressa nel racconto di cui sopra deve essere collegata come una concausa alle politiche sociali ed economiche che nel tempo i governi italiani e quelli locali hanno attuato nel Meridione, fin da prima dell’unità d’Italia, prima di Garibaldi e di Nino BIxio.

 

E torniamo alla biologia. Studi molto recenti hanno mostrato l’importanza di distinguere le varianti genetiche che hanno a che vedere con il metabolismo dei neurotrasmettitori, al fine di comprendere la possibilità che si sviluppino comportamenti antisociali e si commettano atti criminali. Ciò comunque non può essere considerato né sufficiente né necessario, perché l’individuo così caratterizzato commetta reati o abbia comportamenti antisociali. Su questo argomento è interessante consultare il professore Pietro Pietrini dell’Università degli Studi di Pisa e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psicologia Clinica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, intervenuto alla quarta edizione di Trieste Next, BIO-logos, the future of life. Lo studioso invita a non farsi condizionare da facili scorciatoie come l’accettazione di concetti del tipo “Neurobiologia della cattiveria”, certamente mediatico e a modo suo accattivante, perché le cose sono molto più complesse. Non si può ridurre tutto al biologico, e lo dice un neuroscienziato, non un filosofo. Molto interessante. E’ una posizione analoga, in parte, a quella che da un paio di decenni sostiene il professor Steven Pinker, psicologo sociale americano, che io cito spesso in questi miei pezzi.

Pietrini consente che si stia discutendo da molto tempo se la genetica di un individuo sopravanzi con i suoi effetti, quelli generati dall’ambiente e dall’educazione (e qui mi rivolgo ai miei lettori e studenti che hanno ben presente la sinossi che sempre propongo tra struttura di persona e struttura di personalità). Questa annosa questione, che si può sintetizzare con il sintagma nature vs culture non ha senso, poiché ambedue concorrono alla costruzione della persona.

Il ricercatore continua ricordando che, dopo la codifica del genoma umano (Dulbecco e altri, 2003) si sono cominciate a studiare le varianti alleliche di numerosi geni. Posto che come esseri umani abbiamo tutti lo stesso patrimonio genetico, composto da circa 22mila geni, vi è poi una grande variabilità individuale, che può ammontare fino a 30 milioni di possibilità alleliche, anche come semplice sostituzione di una singola lettera nella sequenza del gene. Pietrini ricorda il nome di questo allele: single nucleotide polymorphism (Snip), cioè di polimorfismo a singolo nucleotide. Ricorda a noi profani che “basta la sostituzione di una sola lettera del codice del Dna (di un singolo nucleotide, appunto) perché la proteina che viene trascritta abbia caratteristiche anche molto diverse da quella originale, cioè quella trascritta dal gene nella forma più diffusa, la cosiddetta forma wild. Ebbene, per quanto riguarda lo studio dei geni che giocano un ruolo nello sviluppo del comportamento e della personalità dell’individuo, si è visto che esistono varianti alleliche di geni che codificano per neurotrasmettitori e recettori cerebrali che sono significativamente associate con la modulazione del comportamento.”

Subito dopo, però, specifica che “non vi è alcun effetto deterministico: vale a dire, nessuna variante allelica determina alcun comportamento. Quello che invece si è scoperto è che certe varianti alleliche modulano il rischio che l’individuo da adulto sviluppi un comportamento antisociale ed aggressivo, se da piccolo è stato allevato in un ambiente malsano, è stato maltrattato e/o abusato. Al contrario, se l’individuo è cresciuto in un ambiente sano, ricco di attenzioni e di stimoli, queste stesse varianti sembrano favorire lo sviluppo di un comportamento pro-sociale. Dunque, si può parlare di “geni di plasticità”, nel senso che queste varianti alleliche sembrano modulare la suscettibilità dell’individuo all’ambiente che lo circonda. Si comprende quindi come geni e ambiente siano due fattori inscindibili nello sviluppo del comportamento umano. E come la lunga diatriba tra i sostenitori che tutto è nella biologia e coloro che per contro ascrivono il comportamento al solo effetto dell’ambiente e della cultura-educazione, sia priva di fondamento”.

A Pietrini piace comunque fare sempre riferimento al sapere etico-filosofico quando si trattano questi temi, e cita in proposito Platone: ‘Perché malvagio nessuno è di sua volontà, ma il malvagio diviene malvagio per qualche sua prava disposizione del corpo e per un allevamento senza educazione, e queste cose sono odiose a ciascuno e gli capitano contro sua voglia’ (Timeo, 86 e)”.

Un ultimo aspetto che chi mi conosce sa che non trascuro mai quando tratto temi come questo è il riferimento al contesto giuridico-penale dell’agire umano antisociale o criminale. Torna in questione il tema della libertà, e quanto questa facoltà sia presente nell’agire umano. Il sistema penale, da quasi quattromila anni presuppone che l’essere umano sia responsabile delle proprie azioni, e pertanto ne debba rispondere quando queste sono riprovevoli. Si tratta della premessa necessaria per ammettere la stessa imputabilità del soggetto agente, ovvero l’esclusione di essa con i conseguenti esiti di carattere penale.

In tema Pietrini avverte che, se un individuo non possiede da sempre o non possiede più tutte le funzioni dei lobi frontali a causa di un trauma, di una malattia, o di un processo neuro-degenerativo, costui non possa essere ritenuto responsabile di comportamenti anche criminali. In ogni caso, chi opera contro le norme morali e le leggi della convivenza civile in modo consapevole, e ciò sia dimostrabile, non può non essere ritenuto colpevole e meritevole di condanna e di espiazione di una pena. Colpa e pena appartengono alla consapevolezza, sia nel diritto penale, sia nelle dottrine filosofico-teologiche classiche, da Platone in poi.

Se non si può cedere al determinismo filosofico-biologico, è altrettanto importante conoscere bene le condizioni cerebrali e mentali di ogni attore e autore di gesti ascrivibili all’essere umano. Tommaso d’Aquino distingueva fra “atti umani”, cui attribuiva un’accezione di scelta morale per il bene, dagli “atti dell’uomo”, che rappresentavano semplicemente l’agire dello stesso, indipendentemente dal giudizio morale sugli atti stessi.

Nell’intervento citato, lo studioso cita casi accaduti presso i Tribunali di Trieste e di Como, dove sono stai presi in considerazione elementi di alterata funzionalità cerebrale e di vulnerabilità genetica riportati nelle perizie psichiatriche degli imputati, così come abbiamo visto nell’articolo precedente, nel quale ho riportato la sentenza di un Tribunale del Tennessee, chiamato a giudicare un delitto effettuato da un uomo non in grado di intendere e volere nella pienezza delle sue facoltà, e quindi della sua libertà.

Il tema è immenso e difficile.  Anche il racconto da cui ho iniziato questo articolo suggerisce una riflessione: oltre ai deficit fisico-psichici, non possiamo trascurare gli elementi “culturali” e antropologici, per comprendere gli abissi nei quali talora l’uomo si viene a trovare.