Una fanciulla di terza media, neppur quattordicenne, scrisse un paio di anni fa il testo che qui riporto.

Mi pare di poter dire…, ma non occorre dica tanto, lasciando quasi subito la parola a lei. Non so a chi si riferisca quando parla di una “autrice”, ma mi è parso interessante il flusso delle riflessioni di Lidia, così si chiama l’autrice che pubblico qui di seguito.

 

Secondo me l’autrice ha ragione perché da piccoli si cerca solo di piacere agli adulti o comunque di assomigliargli. Nell’adolescenza invece non ci si cura più di tanto del loro parere, piuttosto siamo preoccupati di cosa pensano i nostri coetanei.

E poi, dobbiamo tenere in conto anche noi stessi, perché non sempre ci piace mostrare ad altri il nostro vero carattere, la nostra indole e i nostri gusti. Noi ragazzi siamo in bilico su una fune sospesa tra una montagna imponente come l’Everest (i nostri genitori) e un’altra che non conosciamo perfettamente, ma di uguali dimensioni che ci affascina molto (gli altri ragazzi).

Forse l’unico modo che abbiamo per restare in equilibrio è rimanere noi stessi. Mai bramare troppo la cima della montagna sconosciuta, poiché per correre sulla fune e raggiungere i compagni più “popolari” senza cadere ci vuole troppa fortuna. Ormai l’Everest ci sembra una meta antica, senza più attrattive importanti, ma per i nostri genitori non è la stessa cosa. Loro vogliono essere partecipi della nostra vita, e cominciano a usare metodi più invasivi che il semplice “come è andata oggi, ragazzi?”. Ad esempio, per i ragazzi che hanno un cellulare, una grande preoccupazione è nascondere tutte le cose che riguardano i compagni sul telefono agli occhi dei genitori, in quanto possono diventare spie.

Anch’io, che non avendo un cellulare uso quello di mia madre, mi infastidisco quando lei “apre per sbaglio” una chat privata o guarda le mie foto sulla galleria. È allora che noi ragazzi cominciamo a parlare con loro sempre di meno, giriamo per casa con espressioni impenetrabili. Quando da piccoli rubavamo le loro maglie, i loro vestiti e le loro scarpe per poi correre sul pavimento della casa, ruzzolare a terra e vedere i nostri genitori che ridevano, ora vogliamo comprare i nostri vestiti, quelli che scegliamo noi, e comportarci come vogliamo. Insomma, ALTOLÁ LE COSTRIZIONI!

Ogni volta che tentano di spingerci verso la via adulta, però, la nostra espressione diventa gelida, serriamo le mascelle e facciamo di tutto per lasciare intendere che non li vogliamo vicino, almeno non in questo momento. Che siamo stanchi dei loro modi di fare, prima per bambini ora troppo per adulti. Purtroppo non esiste una via di mezzo tra questi due. Oltre al “problema adulti”, un altro grande dilemma importuna noi ragazzi: l’essere accettati dal gruppo. Quel fantomatico gruppo che viene chiamato anche “gregge di pecore”, e non a caso. Per me è molto importante essere accettata dagli altri, ma non per questo cambio me stessa e il mio modo di essere. Sto zitta sulle mie opinioni, questo sì, ma non capita quasi mai che io “segua il branco delle pecore” su cose che odio.

Secondo me non lo si deve fare in nessun caso, perché si cresce senza una personalità e si rischia di diventare dipendenti in modo negativo dagli altri. Varrebbe a dire che anche da adulti si inseguiranno come miti cagnolini le persone importanti, e appena queste si stuferanno di avere al seguito un animale da compagnia, si correrebbe il rischio di essere buttati via come un giocattolo vecchio, estraniati completamente. Ad esempio, a un gruppo di persone piace uno sport e lo praticano tutte le persone del gruppo, poi arriva un ragazzo a cui non interessa per niente quest’attività e cerca di fare amicizia con il gruppo, ma viene respinto perché non è come gli altri, è troppo strano avere vicino uno che non sa le basi del gioco. Allora questo ragazzo comincia a seguire tutte le partite dello sport, si informa su vita, morte e miracoli dei giocatori che fanno parte della squadra migliore, si finge uno sfegatato di quella disciplina. In poche parole, cambia se stesso, si crea una scintillante armatura che nasconde un mondo di insicurezza. Così viene accettato dal gruppo, ma per quanto tempo? Quanti giorni o mesi durerà quell’armatura prima che si rompa in mille pezzi davanti agli altri? Se questa persona rimane dentro il suo guscio per troppo tempo poi non saprà più che fare appena il gruppo scompare, si ritroverà come un cucciolo smarrito nel bel mezzo di un’autostrada. Se invece questa persona ci ripensa, riflette un attimo prima di scavalcare il guard-rail di questa strada trafficata, forse ce la fa a fare amicizia senza maschere. Magari è anche simpatico, ma si è posto dei limiti da solo, credendo di essere antipatico a tutti tranne nel caso in cui fosse stata una persona falsa e avesse mentito.

Poi, c’è il fatto della bipolarità. Non è per tutti uguale, ma più o meno in tutti i ragazzi si alternano momenti di tristezza assoluta a felicità immane. Per certi aspetti può anche essere bello, perché in momenti stupidi ti senti montare l’allegria nel cuore e non ti abbandona fino alla sera. Tuttavia il lato negativo è che basta un’espressione “strana” o inconsueta di un amico che in testa salgono mille paranoie e si finisce per pensare a uno scenario apocalittico in cui l’amico ti lascia cadere da un burrone o cose del genere, il tutto scatenato da una posizione leggermente spostata verso sinistra (non dalla nostra parte) invece che verso destra (che ci guarda negli occhi).

Non abbiamo un cervello che funziona secondo le normali regole umane, sempre che ce ne siano. Quando penso alla mia infanzia ho un certo senso di rimpianto perché credo che quel periodo sia il più bello della nostra vita: nessuna responsabilità, tutta l’attenzione incentrata su di noi e poter fare quello che si vuole (famosa la frase: “tanto è piccolo, non capisce…”). E un fatto terribile era che non ce ne rendevamo conto. Non comprendevamo il valore di quei bellissimi momenti, la prima partita di calcio, il primo saggio di danza o la recita dell’asilo, per chi l’ha fatta, erano momenti che davano sì soddisfazione, ma erano anche tutto sommato normali per noi.

Ora pagheremmo oro per sentire uno solo di quei calorosi complimenti dai nostri genitori, non solo le critiche sui buchi troppo grandi nei jeans o sui vestiti poco eleganti la domenica. In sostanza, non siamo mai soddisfatti. Ma queste sono cose che potremo capire soltanto quando saremo grandi, a patto di diventare uomini e donne contenti di noi stessi e senza avere grossi rimpianti sulla vita che avremo alle spalle. Per il discorso dell’innamoramento, per ora credo di essere troppo piccola per capire il senso di quella parola, anche se trovare l’anima gemella rimane comunque una bella prospettiva.

Penso che la differenza essenziale tra maschi e femmine su questo argomento sia che le femmine non hanno paura di esprimere i loro sentimenti perché non verrebbero prese in giro, mentre i maschi si creano il guscio da duri e poi dentro sono come noi, hanno gli stessi desideri. Ovviamente non lo ammetterebbero mai in pubblico, ma penso di avere ragione. Rispetto a quando ero piccola, sì, mi sento più sola, ma in fin dei conti non sono mai stata dipendente dai miei genitori così morbosamente: a scuola ci andavo con la corriera, a nuoto c’era solo mia sorella maggiore ad aiutarmi, e la ma famiglia ha sempre cercato di non darmi sempre tutto quello che volevo per viziarmi. Ad esempio, non ho mai ricevuto una paghetta, ma se avevo bisogno di soldi me li davano senza troppe storie, bastava che non li rubassi di mia iniziativa dal loro portafogli. Poi, non avevo mai vestiti firmati (nemmeno ora) e quasi sempre passati da mia sorella o da gente che conoscevo, così quando non andavano bene a loro li indossavo io. A quei tempi strillavo, pestavo i piedi e mi appendevo alle loro braccia versando fiumi di lacrime perché non mi prendevano la merendina nella macchinetta, ma probabilmente tra 20 anni andrò da loro e, abbracciandoli, li ringrazierò entrambi per tutti i “no” che mi davano e che mi hanno fatto crescere.”
                                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Lidia

 

Che dire, se non che c’è speranza per il futuro, stanti questi ragionamenti “solo” adolescenziali. Mi complimento con Lidia anche perché non ha scelto una scuola facile: sta studiando al classico, dove avrà modo di incontrare temi, discipline, docenti e compagni con i quali potrà costruire la “struttura portante” della sua cultura, imparando che – socraticamente – gli studi non finiscono mai, poiché più conosci e  più ti accorgi di sapere poco, a differenza di quelli che, sapendo poco o pochissimo, non ascoltano, perché appunto pensano di sapere.

Un circolo vizioso dal quale Lidia non sarà mai catturata. Brava.