“Pessimo” è superlativo assoluto di “cattivo” oppure di “malo” e, nella scala Likert (cf. R. Likert, 1935 ca) si trova all’ultimo posto corrispondendo a 1 in una scala di 5 che va, appunto, da “pessimo” a “ottimo” o “eccellente” (superlativo assoluto di “buono”), cioè 5, passando per “mediocre” (2), “medio” (3) e “buono” (4).

In docimologia, cioè nella metodologia scientifica della valutazione delle prestazioni, utilizzata nei luoghi di lavoro, e utilizzabile anche  a scuola e all’università, la “scala Likert” si connette bene con gli item, o criteri che ogni ambiente applica. Ad esempio, nel luoghi di lavoro io utilizzo, incrociandoli con i numeri della scala citata i seguenti: a) atteggiamento, b) conoscenze, c) potenziale, d) inseribilità.

In un esame delle superiori o universitario, ad esempio, si possono utilizzare concetti come “atteggiamento”, “preparazione specifica”, “qualità dell’esposizione”, “curiosità”, etc.

Valutare le persone è dunque non semplicissimo. I politici, però, sono talmente visibili che non risulta molto arduo esprimere un giudizio su di loro, sempre che si sia ben documentati sul loro agire e su come e cosa dicono, e che si conosca un minimo di… docimologia, altrimenti si fanno chiacchiere o si proferiscono insulti, come si sente a La Zanzara su Radio24 (che si vergognino, e il peggiore è Parenzo, maschera dell’ovvietà di sinistra).

Pertanto, con una certa tranquillità mi cimento in una valutazione di quell’ambiente e dei loro principali soggetti attuali, che si caratterizzano per una mediocrità desolante e diffusa, sia da un punto di vista culturale, sia da un punto di vista di capacità politiche.

Parto dal primo personaggio, che per me è insopportabile. Esaminerò, di lui e dei successivi tre le espressioni del volto, la prossemica, il timbro vocale e il linguaggio. Specifico subito che il loro voto finale oscilla fra 1 e 2, ma più prossimo all’1:

Salvini: le espressioni, accentuate dal baffo arcuato, tendono ad essere sempre sprezzanti; la prossemica è cameratesco-amical-popolana (non populista!); il timbro vocale, da tenore secondo, è sicuro e marcatamente assertivo (sembra voler dire “quel che dico è la verità“); il linguaggio è volutamente greve, spesso minaccioso, declaratorio, banale, semplice nella sua ripetitività;

Di Battista: le espressioni, tipiche del bullo di semi-periferia, stanno a mostrare l’auto-consapevolezza di essere, nell’insieme, un “bellu guaglione“; la prossemica è ciondolante e annoiata; il timbro vocale… qualsiasi; il linguaggio idem, e si caratterizza per banalità concettuali e logorrea ripetitiva;

Di Maio: le espressioni mostrano la tendenza (anzi il bisogno) di un continuo atteggiarsi, dovuto all’imbarazzo di una inadeguatezza interiore e tormentosa; la prossemica è da leader acclarato, ma poco convinto di sé; il timbro vocale vernacolo; il linguaggio povero sotto il profilo lessicale e inadeguato per grammatica e semantica;

Renzi: le espressioni sono quelle classiche del prepotente, capace di far finta di interessarsi all’altro; la prossemica è da primo della classe, senza  se e senza ma, fastidiosa; il timbro vocale falso intellettuale con incespicamenti dovuti a una cultura raffazzonata; il linguaggio è un pot pourrì di battutismo giovanilistico e furbescamente corrivo.

Da Conte in giù e a latere vi è un coacervo di mediocri, che mi annoierei e annoierei troppo il gentil lettore, se indulgessi in successive analisi. Qualche nome? Marcucci e Orlando del PD, l’iraconda Lezzi e l’incomprensibile Bonafede dei 5S, la Gelmini di Forza Italia, anche se se la tira in una impari competizione con la Bernini (e non che questa sia una fuoriclasse) e soprattutto con la Carfagna, la Meloni, che non commento. Insopportabile il campano De Luca del PD, così come lo sta diventando Franceschini. Di Lotti e della Boschi ho un’opinione non buona. De Berlusconi necesse non est dicere, quia nimis per annos diximus.

Personaggi di discreto o buon valore li troviamo qua e là: Zaia della Lega, forse Bonaccini del PD. Mi sfuggono certamente altri, che si salvano. La maggioranza, comunque, utilizzando lo schema proposto all’inizio è di imbarazzante mediocrità.

Ora una amenità: nei miei vari lavori incontro professionisti di tutti i tipi e competenze, cercando di smascherare i cialtroni e i guru senza arte ne parte. Molti miei contatti, anche amicali, sono con psicologi, per vicinanza operativa, talora: anche tra questi bisogna distinguere. Dico con piacere che la maggior parte di loro è costituita da persone intelligenti e preparate, ma c’è qualcuno che stona e stroppia: i fanatici della Programmazione Neurolinguistica, di matrice americana (cf. Grindner, Dilts e il famigerato Bandler). Bene, una di costoro una volta mi apostrofò perché in una conferenza mi ero un po’ intrattenuto sul concetto di “speranza” che, secondo lei, andrebbe abolito dal lessico comune. Addirittura. Stavo spiegando al pubblico che la speranza è, sulla base delle dottrine antropologiche classiche, sia passione sia virtù. Se come virtù possiamo considerarla concetto teologico cristiano, facente parte della triade con la fede e la carità, e quindi non impegnativa per i non credenti, in quanto passione fa parte dell’elenco delle passioni, come da classificazione aristotelica (le 11 passioni fra cui 5 contrapposte e l’ira in solitaria), peraltro accettata anche dai pensatori successivi e anche grosso modo dalla psicologia moderna, che magari preferisce chiamarle emozioni.

Ho detto a questa “dottoressa” che “una vita senza speranza è… disperata. Le basta, mia cara?”

Ebbene, io ho speranza che l’analisi di cui sopra, con il contributo delle generazioni più giovani, cambi.

Eventualmente chiederò di aggiornarla a qualche mio allievo.