La certezza, secondo i principi della gnoseologia filosofica (o critica della conoscenza) non corrisponde, di per sé, alla verità, perché quest’ultima è gerarchicamente superiore. La verità, quando è inconfutabile, è oggettiva, mentre la certezza è sempre soggettiva, e può coincidere con la verità solo se sottoposta a verifiche i cui esiti siano incontrovertibili. La certezza abbisogna, dunque, di profonde verifiche, per “trasformarsi” in verità, mentre la verità è il dato definitivo di una risposta a una domanda, come abbiamo detto, incontrovertibile.

Perciò, quando si dice o si manifesta un sentimento, esprimendolo con parole ed espressioni condivise, come il famoso “ti amo” o altro, se non si bara miseramente per scopi nefandi, si è ancora nell’ambito della certezza soggettiva e puntuale. Per avere la prova che l’espressione detta non sia vana e conseguentemente non-vera, occorre la verifica del tempo. E’ dunque il tempo che dà garanzie sulla verità dei detti, mentre è più facile conoscere i fatti: si confronti questa asserzione con le documentazioni storiche e letterarie, almeno da quando si sono potuti costituire archivi, siano essi costituiti con supporti di coccio, di papiro, e poi di cartapecora, pergamena e infine con carta libresca e infine (per ora) con memorie informatiche.

Quanto sopra vale nella vita reale, quando si riflette sulle cose  visibili, toccabili, gestibili, etc., ma dal 1927, cioè da quando Werner Heisenberg scoprì il “principio di indeterminazione” nella meccanica quantistica che aveva cominciato ad esplorare con Max Planck e altri, i criteri classici di certezza e verità, in “quel mondo”, o in quella dimensione vennero meno. Infatti, nella dimensione “quantistica” gli “oggetti” osservabili, cioè i quanta, o fotoni/ particelle, si comportano in modo imprevedibile e incoerente con osservazioni analoghe. In quel mondo si sospende la relazione causa/ effetto della meccanica classica, soprattutto se l’uomo/ osservatore compara esperimenti di eguale procedura e oggetto, nel tempo. Vedremo.

Il sentimento, che nasce da un’emozione o da un concerto di emozioni, come nel caso dell’innamoramento (cf. F. Alberoni, nel testo quasi omonimo “Innamoramento e amore”), è un momento della vita interiore, concernente al mondo degli affetti. Inoltre, l’affettività nel sentimento è un qualcosa che si distingue e si contrappone in qualche modo all’intelletto o alla ragione, contribuendo a delineare il tipo caratterologico della persona. Provo a parlarne chiedendo ausilio alla letteratura, che spesso riesce dar conto di come siamo fatti noi umani anche meglio delle scienze psicologiche e dell’accademia stessa. Basti pensare ad autori come Dostoevskij e PIrandello, ma in questo caso chiedo aiuto a Jane Austen.

Ragione e sentimento è il titolo di un suo bel romanzo,  tra altri sempre vividi, scritto a cavallo degli anni 1800, che dipinge uno spaccato della società inglese del tempo. I due personaggi femminili principali, Elinor e Marianne rappresentano quasi archetipicamente le due dimensioni spirituali di cui qui scrivo.

Nel romanzo si leggono con chiarezza le ragioni del contrasto (non affettivo ma piuttosto esperienziale ed esistenziale) fra la struttura mentale di tipo prevalentemente razionale di Elinor e quella chiaramente più emotiva di Marianne, mentre le due figure, conoscendo un poco la biografia dell’autrice, adombrano e quasi rappresentano sine dubio la relazione fra Austen e la sua sorella maggiore Cassandra. Jane in qualche modo difende se stessa e il suo modo di “stare al mondo”, ma non sempre e non in tutto il racconto, come notano alcuni critici.

Il finale del libro, che narra delle decisioni affettive delle due con la scelta di chi sposare, attesta come al tempo della scrittrice britannica la sensibilità sociale e lo stesso dato sociologico stesse iniziando a mutare, a favore di una sempre maggiore possibilità di autodeterminazione delle donne, specialmente all’interno degli strati della nascente borghesia.

Nel mio quotidiano lavoro affronto tante tematiche, incontrando e trattando con persone diversissime, per carattere e per ruolo professionale e sociale. In questo periodo noto una difficoltà crescente nel dirimere le questioni di ciascuna vita. Tutti sono interiormente combattuti fra ragione e sentimento, e fanno fatica ad equilibrare queste due dimensioni sintetiche, fondamentali per la vita. Se incontro qualcuno che mi dice “mi sono perso, e non so perché“, io stesso non so che dire, se non consigliargli di emendare fino ad evitarla del tutto, quasi “piennellisticamente” (cf. la dottrina psicologico-comunicazionale della Programmazione Neuro Linguistica in autori come John Dilts e John Grindner), la frase, che indubbiamente provoca danni con la sua iterazione nel pensarla e nel pronunciarla.

La violenza del web, e non solo nei pre-adolescenti (cf. Pellai 2019), ma anche nelle persone più mature, sta smantellando la capacità di dirimere ciò che è emozione passeggera da ciò che può diventare sentimento solido, dove anche la ragione interviene, quando non si è dominati da qualcuno o da qualcos’altro, per evitare danni o quantomeno conseguenze spiacevoli sul piano stesso dell’esistenza, dei rapporti inter-soggettivi e con il mondo.

L’ignoranza auto-generantesi da quanto sopra e dalla crescente genericità e approssimazione della comunicazione sociale, soprattutto giornalistica, fa il resto dei danni. La titolistica della grande stampa è incapace di uscire dai cliches della “notizia bomba”, dell’annuncio fatale, del sintagma clamoroso e perciò efficace nonostante possa essere volutamente e perciò colpevolmente impreciso, della collazione di notizie negative e preoccupanti. In questi giorni novembrini, ecco che a Venezia accade l’apocalisse, non il disastro, la catastrofe, il cataclisma acqueo, si legge: l’apocalisse, cioè la rivelazione… di cosa poi, che il M.O.S.E. non funziona ancora?

Dico altro: sento la giornalista che apostrofa il ministro (non “la ministra”, secondo me) Teresa Bellanova, chiamandola non “signor Ministro”, ma “Bellanova”, come se fosse la bidella di una scuola media, cui va tutto il mio rispetto e considerazione. Non sono formalismi, questi, ma capacità di riconoscere un ruolo e di rispettarlo anche con le formule verbali corrette. Ma chi si crede di essere quella o quel giornalista? Un giudice? posto che anche i linguaggi leguleio-giurisdizionali delle arringhe d’accusa e dei dispositivi delle sentenze è sempre irrispettoso nei modi degli imputati, che vengono chiamati, non il sig., la sig.a (almeno, non dico il dott., il prof., l’ing.), bensì “il” cui segue il cognome, tipo “il Pilutti”, cioè io stesso, Dio non voglia mai. Ma chi gli vieta un po’ di garbo, visto che l’imputato è presupposto innocente (sotto il profilo della verità processuale) fino a sentenza passata in giudicato? Cos’è che diventa la persona inquisita, una cosa? E non faccio il garantista d’accatto, perché magari, come altri di certe aree politiche, potrei avere amici inquisiti. Neppure uno.

Sono dunque questi, tempi in cui è sempre più necessario porsi la questione del rapporto fra certezza e verità, usando tutti gli strumenti che abbiamo a  disposizione, sensi interni ed esterni, cultura, conoscenza della storia, di un minimo di diritto, e soprattutto la cura dell’uso del pensiero critico. Questo approccio alle cose, se non trova sufficienti attestazioni e prove di verità, preferisce lasciare il pensante nell’in-certezza, se queste prove non ci sono, della sospensione di giudizio (cf. Husserl, e si pronunzia come si scrive, non Hasserl, come sento dire da un giovin presuntuoso, un biondino, su YouTube, che pubblica conferenze senza saper pronunciare il nome di chi ci sta illustrando! Se lo ritrovo, pubblicherò qui il suo nome e cognome. Dai, prima di pontificare, studia studia, benedetto ragazzo!), della paziente ulteriore ricerca.

Oggi il web permette di tutto, di mescolare menzogna e verità, ragione e sentimento, certezza e in-certezza, in un tourbillon pericoloso e preoccupante. rendiamocene conto.