Ognuno di noi è quello-che-è, geneticamente e in base alla propria esperienza di vita. Irriducibilmente unico: infatti, genetica, ambiente e educazione, essendo assolutamente (e mai tale abusato avverbio fu da me utilizzato con tanta convinzione) non ripetibili, ci rendono “unici”. Ognuno è “unico”, e non solo i “napoleoni”, i “messi&ronaldo”, i “platone” e i… “di maio&salvini”, ma ognuno, ciascuno, da Putin al piccolo Amir che vive forse in un villaggio in vista del Nilo Azzurro che esce dal lago Tana in Etiopia.

Una volta nati si entra in un contesto sociale, a partire, solitamente, dalla famiglia genitoriale, se non si è orfani o abbandonati, e poi a scuola, in chiesa o meno, tra amici, sul lavoro, in ospedale, in guerra, nello sport, e dove vuoi tu, mio gentil lettore.

Progressivamente si manifestano le vocazioni, o “chiamate” verso un qualcosa, un ambiente, uno studio, un mestiere, una missione. Di solito il termine “vocazione” rinvia a una accezione ecclesiale, almeno qui in Occidente, ma il senso e il significato del lemma è molto più ampio: come dice la sua etimologia latina (da voco, vocare, chiamo, chiamare) infatti, vocazione è, come detto sopra, una chiamata. C’è poi anche il termine correlato con il prefisso “in”: in-vocazione, che ha un significato tecnicamente religioso: Dio, cristianamente, si invoca. C’è anche il termine e-vocazione, con un significato legato alla memoria (si evoca un evento, una persona, etc.), oppure, teologicamente, si richiama una entità preternaturale come gli spiriti, per i quali si dice opportunamente occorre discernimento.

La dottrina buona sconsiglia di evocare gli spiriti, perché come umani non sappiamo chi potrebbe rispondere, ed è molto probabile che potrebbe rispondere uno spirito non benevolo, ma intelligente, furbo, apparentemente amabile, ma…

La vocazione, dunque, è una chiamata a percorrere una certa via e a fare delle scelte consone, congruenti e armoniose con il proprio sentire, ma può anche capitare di non essere in grado di fare ciò che si desidera. A questo punto entra in gioco un altro elemento: il potenziale, concetto di carattere psicologico molto studiato nella contemporaneità, ma altrettanto noto ai pensatori classici, soprattutto ad Aristotele, e poi ad Agostino, a Tommaso d’Aquino, a Locke, a Hume, etc..

Il potenziale si può dire sia la capacità di una persona di moltiplicare le sue capacità interne, di svilupparsi, di essere produttivo, di interagire efficacemente con altre persone e con il mondo che lo circonda. L’unicità della persona umana manifesta il suo “io”, cercando di superare gli ostacoli, dominando gli stimoli esterni e le tentazioni, liberandosi il più possibile dai condizionamenti.

Educare è, non impartire lezioni, ma far emergere dal profondo delle risorse intellettuali e morali le forze migliori di un individuo, per la sua formazione umana e la sua crescita. In latino crescere si dice augère, da cui i lemma auctoritas, cioè autorità. Si comprende come, allora, l’autorità si può trasformare in carisma capace di leadership.

Veda, dunque, il mio lettore, come la moderna nozione di leadership, in realtà, sia concepibile solo se la si mette in ordine a partire dal concetto di crescita. Non si può essere leader, se non si cresce veramente sotto ogni profilo umano.

E dunque, ogni essere umano, univocamente, irriducibilmente nella sua perfetta unicità, ha uno sviluppo che parte dalla sua genetica, si sviluppa nell’ambiente e con l’educazione in base al potenziale dato a ciascuno dalla sua propria natura.  O da Dio, se ci si crede.