Consideriamo i due termini, eutanasia e suicidio assistito, di significato diverso e di origine, rispettivamente, greca e latina. Eu-tanasia deriva dai lemmi greci eu, cioè buono, e thànatos, morte, a comporre il sintagma “buona morte”; mentre suicidio, è dai lemmi latini sui, cioè di sé, e caedo, cioè uccido, a comporre il termine “uccisione di se stessi”.

Se ne parla da tempo in Italia e altrove si pratica (da tempo). Le due fattispecie pongono temi e problemi importanti di etica generale, e di etica della vita umana in particolare. Essi interpellano il valore della vita e la sua disponibilità.

Non è facile raccapezzarsi trattando di questi profondi e radicali argomenti, evitando politicismi, ideologismi e superficialità, che non mancano mai dalla propaganda presente nei media.

La sentenza della Consulta del 25 settembre 2019, che ha discusso il caso di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, che un paio di anni fa è stato accompagnato dal militante radicale Cappato in Svizzera per il suicidio assistito, ha depenalizzato l’art. 580 del codice penale. Fabiano Antoniani, come si sa, era cieco e tetraplegico a seguito di un gravissimo incidente stradale, ma era in grado di esprimere una volontà cosciente. Che fosse in condizioni di estremo disagio, di dolore e di dipendenza dagli altri e dagli strumenti medici era fuori questione. La sua chiara volontà di andarsene per porre fine a tanti tormenti, altrettanto.

La normativa italiana, fino a ieri non prevedeva nulla che potesse permettere di affrontare un caso così estremo, come peraltro accadeva nei casi precedenti di Welby e di Eluana, di cui mi sono molto occupato a suo tempo, esprimendo pensieri, lo dico senza tema di sembrare incoerente, un poco diversi da quelli che vengo dicendo, dopo anni di riflessioni filosofico-morali che ho affrontato con impegno e un non banale dolore mio, interiore. Peraltro la mia esperienza personale dell’ultimo biennio mi ha fatto toccare con mano che cosa significhi essere colpiti da un male grave che, grazie a Dio, alla solidarietà umana e all’affetto (amore) che mi ha circondato, alla scienza medica eccellente che si è occupata di me, e alla mia volontà di farcela che si può definire ferrea, è stato messo sotto controllo.

In tema, aggiungo, le forze politiche e i luoghi istituzionali italiani preposti (il Parlamento) nulla hanno prodotto, in alcun senso, per cui è dovuta intervenire la Consulta, ancora una volta surrogando una politica inerte. Immagino la difficoltà di una classe politica mediamente così ignorante, come quella attuale, nell’affrontare tematiche come questa.

Per parlarne in modo corretto bisogna ripartire dal concetto di etica e di etica della vita umana.

Ho già detto sopra che in passato ho trattato già questo tema, e in modo differente da come intendo trattarlo ora, non sotto il profilo metodologico, ma sotto il profilo dei contenuti.

Qualche anno fa, analizzando il caso della signora Englaro, ero perplesso davanti alla rilevanza mediatica che suo padre aveva sollevato, che in qualche modo mi disturbava, e anche da certe vicinanze politiche di personaggi della mia regione, che conosco bene, e che non hanno la mia stima.

Soprattutto mi angustiava un altro aspetto, quello etico generale relativo alla vita umana.

Innanzitutto per me era ed è fondamentale chiarire e condividere il significato di etica, che non è un sapere ballerino e superficiale, ma un sapere scientifico, epistemico, fondato su concetti precisi e incontrovertibili. L’Etica deve essere considerata come la scienza che dirime in modo chiaro un giudizio su ciò che sia bene o male nell’uomo e per l’uomo, a partire dalla salvaguardia rigorosa della sua integrità psico-fisica.

Pensavo inoltre alla vita come “dono” disinteressato dei genitori (e, per chi crede, di Dio), sul quale ciascuno può vantare un “mandato” non proprietario. Conosciamo le implicazioni psicologiche e antropologiche del dono, e delle sue implicazioni morali. Se la vita è dono, pensavo, non si può disporne a piacimento.

Negli anni ho sviluppato una posizione teoretica ed etica che mi ha portato a superare questa dimensione, senza rifiutarla. Infatti, se pure la vita è dono, può darsi che le circostanze non dipendenti dalla libera (per quanto possibile) volontà del beneficiario, io, tu, gentile lettore, che abbiamo avuto il dono della vita per mezzo della quale stiamo silenziosamente dialogando, rendano questo dono troppo pesante da accettare ancora, e da sopportare, come nei casi citati.

E allora, se, come la Corte costituzionale ha deliberato, sussistano quattro condizioni chiaramente individuabili: a) malattia grave non guaribile, b) sofferenze insopportabili per la persona, c) dipendenza assoluta da macchine e farmaci senza i quali la vita si spegnerebbe, d) volontà della persona liberamente espressa, il suicidio assistito è ragionevole che sia ammissibile senza risvolti penali per chi aiuti la persona in situazione ad attuarlo.

Altro concetto è invece quello dell’eutanasia, cioè di una morte desiderata e procurata tramite terzi, per ragioni che possano non essere quelle sopra elencate, come ad esempio uno stato depressivo di una qualche gravità. Mi viene in mente il caso di Lucio Magri, che volle morire non per ragioni relative al suo stato di salute fisica. In quei casi non mi sento di convenire sotto il profilo etico, ma di fare una proposta. Mi pare che lo stesso nome, eu-tanasia, possa essere considerato un triste eu-femismo, cioè un modo di dire edulcorato di un fatto assai negativo: non si tratta infatti, a mio parere, di “buona morte”, ma di “cattiva morte”, se si vuole, in greco, kako-tanasia.

In tempi nei quali imperversano millantatori, sedicenti esperti, guru di tutte le risme e imbroglioni variamente matricolati, il sapere filosofico può essere una valida medicina spirituale. Mi chiedo se, in luogo di chi ha avuto vicino Magri, ci fossi stato io o un mio collega filosofo pratico, sarei/ saremmo riuscito/ i a portarlo a riflessioni diverse, tali da rischiarare la sua mente al fine di farlo uscire dalla tremenda tristezza nella quale era indubbiamente precipitato?

Non lo so, ma ho fiducia che il sapere filosofico e l’impostazione pratica, dialogica di tale sapere, possano esser uno strumento razionale, accessibile a tutti per affrontare anche gli stati d’animo più oscuri e perfino terrificanti.

Con le mie forze, cercherò di essere presente nelle situazioni a rischio (mi è già capitato e qualcosa di positivo sono riuscito a fare), mettendomi in situazione empatica e cercando di comprendere l’altro/ a fino a condividere con lui/ lei ogni possibilità di pensiero sul valore intrinseco della vita di ciascun essere umano.