Un sito vivente accoglie anche scritti di amici. Eccone uno dell’amico Romeo da Pordenone, cuius nomen est Pignat, echeggiando forse  il noto contenitore di cibi cotti o da cuocere. L’uomo è scrittore, è scriba, dunque, attento al mondo e agli altri esseri umani con i quali condivide la struttura, ma con pochi l’arguzia e la finezza. Appunto, anche se matematico, più accorto all’esprit de finesse, piuttosto che all’esprit de géométrie, Pascal permettendo…

Il fiume Noncello, alle porte di Pordenone, è idealmente percorso da un unico, intricato sentiero, che come un filo verde continua a collegare le stagioni della mia vita. Da bambino avrei potuto chiamarlo il “sentiero dell’ombra del pescatore”. Allora, infatti, restavo incollato a mio padre lungo le rive del fiume, immobile alle sue spalle, guardandolo lanciare cucchiaini scintillanti, nella speranza che abboccasse qualche temolo o qualche trota fario. “Sta fermo e attento de non negarte”, imponeva. Da parte mia, avrei voluto esplorare oltre, ma era troppo pericoloso, mi diceva, l’acqua sembrava calma, ma mi avrebbe risucchiato con i suoi gelidi vortici. Dovevo così seguirlo in religioso silenzio, come un chierichetto segue il suo prete. Per comprendere meglio questa metafora va detto che, in quegli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, la pesca dalle nostre parti era quasi una fede.

Al periodo sacro seguì poi quello scalcagnato e profano. Quel percorso sarebbe così diventato il “sentiero proibito”, per via di quei giornaletti (non intonsi) che crescevano come funghi e sul cui genere non servono approfondimenti. I boschetti ripariali erano allora il luogo privilegiato delle prime incursioni erotiche, in un’epoca in cui Internet non era nemmeno fantascienza. Il primo nudo integrale della mia vita apparve magicamente proprio lungo il Noncello: un groviglio di “gnocche” che facevano impallidire il mito paterno delle trote e dei temoli. “Un accordo perfetto”: ricordo ancora il titolo che accompagnava quella foto, rimasta tra le pietre miliari della mia memoria e della mia formazione. È un po’ triste verificare come ai nostri giorni la pornografia non sia più nobilitata da un copywriting così preciso ed elegante.

Trascorso qualche decennio da quella rivelazione, oggi quel percorso mi piacerebbe rinominarlo “il sentiero delle libellule”. È un omaggio alla bellezza breve e fragile di quelle fate volanti e di quei passaggi di luce, di ombre e di riflessi, dove palpitano in istanti generosi le loro ali di seta. Oggi questa bellezza mi appare intensa, brillante, struggente e in fondo un po’ crudele, come acqua da bere tra le dita: esiste, tuttavia, e ogni tanto abbiamo la fortuna d’incrociarla. Per la circostanza di un mattino con la brezza perfetta. Per le sponde appena liberate dai rovi, che ti consentono di seguire la roggia e di annegare lo sguardo nelle sue anse e nelle sue pozze azzurre, come mai era capitato prima. Per la pioggia che ha riempito il Noncello, dopo una stagione arida. Per la fronda di quell’albero piegato che, finalmente, tocca la superficie di cristallo del fiume e, finalmente, la scrive: dopo mesi di tensione e di slancio verso una pagina che continuava a restare bianca. Nel “sentiero delle libellule”, finalmente c’è: l’acqua che sfugge tra le dita.

 

Romeo Pignat, giugno 2017

 

(la foto è di Romeo, n.d.r.)