L’Equador è una repubblica, uno stato e una nazione sudamericana, di estensione un poco minore dell’Italia e una popolazione di quasi diciassette milioni di abitanti. Si trova tra la Colombia il Perù e il Mare Oceano Pacifico. L’equatore attraversa questa terra, dandole il nome. Quito è la capitale, mentre la città più popolosa è Guayaquil.

A circa mille chilometri nell’Oceano si trovano le isole Galapagos, nelle cui acque e territori Darwin studiò la natura e poi scrisse L’origine delle specie.

Dal 1832 l’Equador è indipendente dopo essere stato colonia spagnola, e parte dello stato (la Grande Colombia) fondato da Simon Bolìvar, il libertador dal dominio spagnolo, con Colombia, Venezuela e Panama.

Ivi si parla spagnolo, ma sono lingue ufficiali anche il quechua, lo shuar, lo tsafiki e altri idiomi parlati dagli autoctoni.

Da tanto lontano, è arrivato al Giro d’Italia di quest’anno, e lo ha vinto con forza e merito, Richard Carapaz, ventiseienne andino, dalla faccia scolpita con lontane reminiscenze fisiognomiche di un altro combattente della bici, Claudio Chiappucci, che poco meno di trent’anni fa duellava con onore perfino con Miguelon Indurain e Gianni Bugno, con Argentin e Greg Lemond. Un primo argumentum che desidero agganciare al secondo, poiché entrambi rappresentano modi dell’umano agire, nei suoi chiaroscuri contraddittori, a volte strani o imprevedibili.

Altro scenario: una domenica di primavera, in quel di Fagagna, ridente borgo collinare friulano, in un campo da golf molto prestigioso, io son stato nominato da un giovin signore. Un signore più in età, incarnazione dell’arcangelo Gabriele, con cui sono in contatto da qualche tempo, onorato del fatto, io indegnissimo, proprio come Maria di Nazaret e il Profeta Mohamed, mi ha riferito che il giovin signore ebbe a citarmi per dir -seppur indirettamente- che sono una persona perbene, uno che non cannibalizza le aziende che frequenta, favorendo spostamenti di personale dall’una all’altra.

Sono ben contento che tale chiara fama percorra ponti e sentieri, strade e convalli, e giunga fin nel verde smeraldino dei prati curatissimi di un nobile deporte, se dice en castellano.

Che cosa insegna l’episodio di non spregevol natura? Che bisogna stare accorti a come dove e con chi si parla e a chi può ascoltare i nostri discorsi, anche se ora il web può tradire chiunque.

Il mio cortese informatore, a sua volta protagonista involontario di un aneddoto frizzante, mi ha detto convintamente che son stato nominato con rispetto e fiducia. Ooooh, almeno qualche volta il gossip non è dannoso.

L’episodio di cui sopra. G.T., queste le iniziali del signore, amico e collega, e non è l’acronimo di un’Alfa Romeo degli anni ’60 mi racconta: “Ero lì e, dopo avere giocato la mattina, ho aiutato, berrettino da barman in testa, un collega dell’altra grande azienda del gruppo, a distribuire tranci di pizza a giocatori e ospiti, signori e signore della borghesia buona che frequentano il prato verde nella natura. Davo loro quel che mi chiedevano e taluno o, più spesso, taluna, mi apostrofava un po’ piluccando e commentando critica i tranci…. oooh troppo salamino, ragazzo quel pezzo là, sì signora, subito. E così dalle 14 alle 17 circa. Vado a casa a cambiarmi e torno, perché sul tardi vi era una cerimoniola per ringraziar gli sponsor, tra cui la fabbrica di pizze famosa della Pedemontana. Il chairman cita i presenti e chiama anche me al tavolo presidenziale (faccio per dire) dicendo “ringrazio sentitamente il dottor G.T, amministratore delegato della multinazionale b., che ci aiutati in questa bellissima giornata”. Bene: non so se in me hanno riconosciuto il “ragazzo” che due ore prima dava fuori i tranci di pizza ma, scenario capovolto, molti a tirarmi per la giacca, complimenti, perorazioni… e io ero sempre quello là, cui ci si rivolgeva con la degnazione di un superiore verso la servitù”.

Lezioncina morale: l’umanità e di una variabilità infinita, da Carapaz al giovin signore che mi citò senza peritarsi di controllare se qualcuno lo stesse ascoltando, l’amministratore vestito da barman, i suoi “servìti” e poco dopo clientes quasi imploranti, e perciò si conferma che l’abito e il ruolo fanno il monaco, ma i presuntuosi imbecilli possono vestirsi come vogliono, firmati o meno, cosicché imbecilli (certamente non nel senso descritto dalla neuropsichiatria positivistica neo-lombrosiana, e neppure con terminologia più attuale dal Manuale medico-diagnostico V) sono e tali restano, semper et ubique. Amen.