I due assassini, il ragazzo dei Murazzi di Torino, e l’uomo siculo, spiegano il loro delitto con la non sopportazione della felicità altrui. Eppure, noi non sappiamo come stanno gli altri, noi non sappiamo quello che gli altri pensano di noi. Il giudizio altrui è sempre altro rispetto al nostro, anche sulle loro proprie vite. Nulla sappiamo, possiamo solo supporre. Così è accaduto che la felicità presunta abbia armato la mano all’invidioso, che ha iniziato a odiare mortalmente. Così è dunque della felicità presunta, posto che si tratti di felicità, termine arduo e di difficile applicazione descrittiva.

La gelosia e l’invidia sono da sempre presenti nell’animo umano, come veleni diversi (l’invidia molto di più, a mio parere) che torcono a volte l’anima verso l’odio.

La gelosia nasce presto, fin da piccoli, verso genitori e fratelli, e poi si sviluppa nei confronti di molte altre figure, per esempio i colleghi che si trovano sul lavoro, ma anche in altri ambiti. Essa può nascere, sia per volontà imitativa, sia per timore di perdere le qualità che si hanno o che si crede di avere, magari nella dura competizione della vita. Questo sentimento segnala la possibilità, vera o presunta, di perdere qualcosa o qualcuno, e funziona non solo in relazione ai fatti presenti, all’esperienza che si vive nel presente, ma anche in funzione o causata da ricordi e flussi mentali diversi.

Quella che ha a che fare con le relazioni affettive / amorose è spesso accompagnata da altre emozioni o sentimenti, come la paura, la rabbia, la vergogna o la tristezza. A volte accade che la gelosia provochi perfino una riduzione dell’autostima che uno ha di sé, e nel contempo provochi una apparentemente contraddittoria aggressività verso chi si pensa sia causa di gelosia.

Nel sentirsi gelosi si può provare sentimenti ambivalenti e aggressivi nei confronti della persona “amata” e motivo di ingelosimento, anche perché si può pensare che questa favorisca, quasi, la presenza di un soggetto rivale. Questa aggressività può addirittura provocare scatti di violenza collerica e perfino di manifestazioni dell’odio. Nei casi più estremi può addirittura provocare gesti estremi e tragedie.

La memoria può favorire anche processi mentali di rimuginio e tormento negativi per la persona stessa, là dove possono svilupparsi ragionamenti sbagliati da inferenze e deduzioni completamente errate. Nei casi più gravi si possono verificare perfino deliri che inducono a minacciare supposti nemici, assolutamente in-ventati da una vis imaginativa insana. In questi casi siamo nel campo delle psicopatologie.

L’invidia viene classificata dagli studiosi contemporanei come emozione assai apparentata alla gelosia. L’antropologia e l’etica classiche, invece, la collocano nell’ambito dei vizi morali capitali, addirittura nella seconda posizione per gravità, dopo la vanagloria e la superbia (orgoglio spirituale). Su questo vediamo come la pensa Tommaso d’Aquino nella quaestio 36 della Summa Theologiae. Ne scrissi già cinque anni or sono in questo stesso sito, citando anche san Gregorio Magno, papa. Leggiamo frate Tommaso.

“1. Come dice S. Gregorio [ib.], “i vizi capitali sono così connessi tra loro, che nascono l’uno dall’altro. Infatti la prima figlia della superbia è la vanagloria, che non appena ha corrotto un’anima, subito partorisce l’invidia: poiché nel desiderare la potenza di un gran nome, si duole al pensiero che un altro possa raggiungerla”. Perciò non è detto che un vizio capitale non possa nascere da un altro vizio: purché esso non manchi di efficacia nel produrre altre specie di peccati. Tuttavia, forse per il fatto che l’invidia nasce manifestamente dalla vanagloria, essa non è considerata un vizio capitale né da S. Isidoro, [Sent. 2, 37] né da Cassiano [De instit. coenob. 5, 1].
2. Da queste parole non si deve desumere che l’invidia sia il più grave dei peccati, ma che quando il demonio riesce a insinuarla induce l’uomo ad accogliere il diavolo nel suo cuore in una maniera speciale: poiché, come aggiunge S. Gregorio, “la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo”. C’è però un’invidia che è ricordata fra i peccati più gravi, cioè l’invidia della grazia altrui, in forza della quale uno si rattrista dell’aumento stesso della grazia di Dio, e non soltanto del bene del prossimo. Per cui essa viene considerata un peccato contro lo Spirito Santo: poiché con essa uno invidia in qualche modo lo Spirito Santo, il quale viene glorificato nelle sue opere.
3. Il numero delle figlie dell’invidia può essere stabilito nel modo seguente, poiché l’invidia ha nel suo processo un principio, un termine medio e un termine finale. Si ha un principio nel fatto che uno tenta di sminuire la gloria altrui: o di nascosto, e allora c’è la mormorazione, o apertamente, e allora c’è la detrazione. Si ha un termine medio nel fatto che uno, nel tentativo di sminuire la gloria altrui, o ci riesce, e allora abbiamo l’esultanza per le avversità, o non ci riesce, e allora abbiamo il dolore per i successi. Si ha poi il termine finale nello stesso odio: poiché come il bene che piace causa l’amore, così la tristezza produce l’odio, come si è detto [q. 34, a. 6]. In un certo senso però il dolore per il successo altrui si identifica con l’invidia: in quanto cioè uno si addolora dell’altrui successo in quanto questo implica una certa gloria. Invece in un altro senso esso è figlio dell’invidia: cioè in quanto i successi del prossimo contrastano con gli sforzi dell’invidioso, il quale cerca di impedirli. L’esultanza per le avversità, invece, non si identifica direttamente con l’invidia, ma ne è una conseguenza: infatti dalla tristezza per il bene del prossimo, cioè dall’invidia, segue logicamente l’esultanza per le sue disgrazie.”

Pure definendola emozione meno profonda della gelosia, i moderni riconoscono l’invidia come un sentimento che porta a odiare il bene altrui, e scusate se è poco! E’, ammettono (D’Urso 2013, ad es.) un sentimento di malanimo verso gli altri, perché magari questi possiedono un bene che personalmente non si possiede.

Perché lui sì e io no? E’ la domanda dell’invidioso, che -letteralmente- è colui-che-guarda-male-l’altro (dal verbo latino in-vidère, guardare contro, di mal-occhio).

L’invidioso prova sentimenti di rivalità e senso di inferiorità verso l’altro, poiché non possiede qualità o beni che il secondo (l’invidiato) possiede. L’invidia si manifesta attraverso una sorta di malanimo rancoroso, che non si ferma a un desiderio di volere possedere ciò che possiede l’altro, ma perfino di impedire che l’altro abbia a disposizione quel bene. In realtà l’invidioso realizza un confronto sociale dal quale risulta perdente, e conseguentemente altrettanto l’immagine di sé che egli ritiene di avere presso la comunità, e infine, come abbiamo visto, avviene un calo o una perdita dell’autostima (Frijda 1986). A volte entra in gioco anche un giudizio concernente la giustizia, che fa pensare a un suo venir meno, nel caso in cui l’invidioso ritenga che l’invidiato non si “meriti” certi beni.

Anche se gli studiosi moderni, soprattutto gli psicologi non vedono nell’invidia un sentimento di negatività molto maggiore rispetto alla gelosia, in qualche caso ammettono che lo sia, come nel caso di Castelfranchi Miceli e Parisi (1988). Per costoro l’invidia mostra come l’invidioso soffra del bene altrui, e qui riemerge il pensiero del teologo d’Aquino: l’invidioso soffre per i successi altrui e conseguentemente si auto-svaluta e mette in moto un circolo vizioso di dolore spirituale che aumenta sempre di più.

Questo sentimento a volte è denegato, ma individuato e indicato negli altri, perché magari genera vergogna nell’invidioso. “Oooh io, quando mai, non mi frega niente di quello che pinco palla ha, ha comprato, del suo potere, del successo con le donne che ha“. Ah Ah. (cf. Girotti, Marchetti e Antonietti, 1992).

Si può ritenere che tale pensiero derivi addirittura da un fondamento culturale di matrice filosofica, per la nostra gente, e costituisca perfino uno stigma. Ricordo che Aristotele nella Retorica definiva l’invidia come “un dolore causato da una buona fortuna che appare presso presone simili a noi” e come “passione disonesta e propria delle persone disoneste”.

In tempi nei quali essere “perdenti” è quasi un delitto contro se stessi, è quasi impossibile non essere invidiosi dei “vincenti”. Soprattutto l’invidia, ma anche in qualche misura la gelosia sono difettosità psico-morali, o emozioni, o sentimenti, o passioni, di origine sociale, nel confronto che si realizza obiettivamente tra esseri umani. La loro spiacevolezza è indubbia, poiché crea situazioni spirituali penose e a volte dolorose, in qualche caso addirittura insopportabili.

Non si può negare che a volte, sia la gelosia sia l’invidia possano assumere caratteristiche  e dimensioni patologiche, di nevrosi. All’inizio del loro manifestarsi si può dire che si tratta di caratteristiche molto “umane”, comprensibili e perfino compatibili con l’ordinarietà della vita, ma al loro acuirsi le cose cambiano.

Trovo questa ricerca specifica, che riporto di seguito: “Allo scopo di comprendere le differenze individuali Marrazziti e collaboratori (2010) hanno recentemente sviluppato un questionario inerente al tema della gelosia, con lo scopo di classificare le manifestazioni di gelosia nella popolazione non patologica, sulla base di quattro ipotetici profili: gelosia ossessiva, depressiva, associata ad ansia da separazione e paranoide. Le tipologie di gelosia si caratterizzano per i seguenti aspetti: nella forma ossessiva, sono presenti sentimenti egodistonici ed intrusivi di gelosia che la persona non riesce a far cessare; nella forma depressiva, la persona prova un senso di inadeguatezza rispetto al partner, aumentando il rischio percepito di tradimento; nella forma con associata ansia da separazione, la prospettiva di una perdita del partner appare intollerabile, e vi è un rapporto di dipendenza e di continua ricerca di vicinanza; nella forma paranoide, vi è un’estrema diffidenza e sospettosità, con comportamenti controllanti ed interpretativi. Tale strumento rappresenta un utile collegamento tra normalità e patologia, ed ha lo scopo di portare luce su un fenomeno molto diffuso, sebbene poco studiato, e fonte di disagio psicologico in un’ampia parte della popolazione. Affrontando quindi il tema del continuum tra normalità e patologia, presentiamo brevemente la descrizione dgelosia normale e patologica. Si parla di gelosia normale quando è inseparabile dall’amore per il partner e mostra livelli di attivazione fisiologica accettabili. Non vi è rigidità e pervasività dei pensieri e nelle credenze legate alla sospettosità e minaccia di perdita del partner; non vi sono dilaganti comportamenti compulsivi di controllo, di investigazione ne’ comportamenti aggressivi e coercitivi. Invece, la gelosia patologica si genera da comportamenti che non trovano riscontro nella realtà, da azioni infondate, e deriva, sostanzialmente, da un’angoscia che prende forma nella mente senza nessun riscontro oggettivo. Quest’angoscia produce delle vere e proprie rappresentazioni mentali in cui si costruiscono ad hoc lo scenario, il rivale e, più di tutto, le prove dell’infedeltà. Quindi, la realtà viene erroneamente interpretata e tutto può essere frainteso. Questo, può portare a dei veri e propri deliri di gelosia che in alcuni casi sono all’origine di delitti passionali. Si tratta, dunque, di autentico delirio florido, esattamente come affermava Freud anni or sono, e rappresenta la parte più patologica della gelosia. Nei casi più estremi infatti non è raro che vi siano deliri di riferimento specifici definiti deliri di gelosia.”

Questa forma di gelosia genera a volte una paura irrazionale dell’abbandono e tristezza per la possibile perdita; una sospettosità per ogni comportamento relazionale del partner verso persone dell’altro sesso; il controllo di ogni comportamento dell’ altro; un’aggressività verso i possibili rivali (magari presunti); un’aggressività persecutoria verso il partner e infine una sensazione d’ inadeguatezza e di scarsa autostima verso se stessi. Si tratta di una sorta di dipendenza affettiva e relazionale, in uno stato via via di sempre maggiore fragilità psicologica e di vulnerabilità a supposti “attacchi” altrui ai nostri equilibri affettivi. Questi stati d’animo possono scivolare verso situazioni patologiche border line, fomiti possibili di aggressività con conseguenze che possono essere tragiche, con sentimenti che diventano persecutori e violenti, patologici.

Anche se l’invidia è “ufficialmente” molto spregiata in generale, essa non è compresa fino in fondo come vizio grave della coscienza. Ciò che provoca spesso, astio, rancore e perfino odio rischia addirittura di de-umanizzare l’oggetto di questo sentimento, costituendolo bersaglio di denigrazione, maldicenza, calunnia e perfino violenza, pur di ottenerne un suo abbassamento personale e sociale.  Infine, non è improbabile che il provare invidia sia sintomo di una concezione di sé autocommiserante e prodromo di una qualche depressione.

I due soggetti citati all’inizio probabilmente son fatti così, con l’aggiunta di una dose di narcisismo, come spiegano anche gli psicologi citati in questa riflessione.

Gelosia, dunque, come sentimento non sempre e non del tutto negativo, invidia, invece, come sentimento che deriva in uno dei vizi più gravi, come insegnano l’antropologia e l’etica classiche.