Il papa in viaggio di ritorno dal Marocco, dove ha condiviso con re Mohammed VI diversi principi politici e morali relativi all’area di frizione tra mondi, Gerusalemme come punto centrale, afferma che i muri, dopo avere impedito l’ingresso o il passaggio di “indesiderati”, finiscono con l’imprigionare i loro edificatori, mentre i ponti portano lontano, superando corsi d’acqua e valli profonde. Ciò è vero, perché evidente. Le strade dell’Impero romano hanno, prima portato le legioni ai confini di quel mondo e poi aiutato san Paolo a parlare di Cristo fino agli stessi confini, e infine permesso l’arrivo di popoli dal Nord e dell’Est che hanno rinnovato il sangue dell’Impero, pur nel cambiamento politico avvenuto dopo il V secolo.

L’Impero non è finito con Romolo Augustolo e con il re ostrogoto  Teoderico, ma ha continuato a vivere sotto altre spoglie di civiltà irrorate dalla dottrina cristiana, se pure in mezzo a traversie e duri contrasti. Quando con Carlo Magno e gli Ottoni ri-nacque l’Impero, questo si espresse come Res Publica Christiana, e interessò comunque tutta l’Europa continentale o quasi. Nel frattempo in Oriente continuava sotto il modello greco-bizantino l’Impero romano stesso. Si pensi che gli abitanti di Bisanzio, la “città di Costantino”, erano chiamati “Romàioi”, cioè Romani. Per altri mille anni! Fino a che l’orda asiatica, oramai “addomesticata”, lontani erano i tempi di Geghis Khan e di Timur-lenk, con il sultano Mehmet II non riuscì, nel 1453, a conquistare la grande capitale sul Bosforo.

La foto qui sopra inserita a commento del pezzo, che vede il re del Marocco con un anziano rabbino, è uno splendido simbolo di dialogo, di ponte fra mondi culturali diversissimi, eppure così vicini come “origine originante”, la cultura e le religioni del Libro, che è la Bibbia, per Ebrei, Cristiani e Musulmani.

Guardare in tv le gabbie dove -ai confini tra Messico e Texas- sono racchiusi i migranti Centroamericani stringe il cuore. Il ponte sul Rio Grande unisce le due nazioni e le due città di El Paso e Ciudad Juárez, e poi ci sono le gabbie. E’ chiaro che bisogna approntare politiche adatte alle migrazioni e lavorare per rendere abitabili le terre da cui si fugge. Ma tutto è molto difficile, complesso, e la complessità non si affronta con la genericità e con l’ideologia, ma con la chiarezza delle nozioni scientificamente fondate e con decisioni politiche sagge. “Aiutarli a casa loro“, lo slogan di molti, va bene, ma non basta.

Intanto, per esempio, a me poco caro presidente Macron, e finirla con il colonialismo sotto mentite spoglie? E, cari Inglesi e Americani, volete migliorare la vostra conoscenza del Vicino oriente? E mi meravigliate voi Inglesi che avete esperienza dei luoghi e dei popoli di quelle plaghe spesso abbandonate e sfruttate, senza grazia di Dio.

Il muro di Berlino, così come il “muretto” di Gorizia, sono stati manufatti storici che a ben poco sono serviti, se non per assecondare le divisioni di quel mondo della “guerra fredda”, che era definibile come  tale solo perché non si sono scatenati i tank e i caccia bombardieri, come sarebbe stato possibile, ed è stato evitato, per un soprassalto di saggezza degli uni e degli altri. E anche, forse, per le preghiere e per l’acume politico di Giovanni XXIII, presule profetico e fine diplomatico, apparentemente ingenuo, studioso serissimo di storia e, in ultimo, perfin santo. Non solo immagine del buon parroco dii campagna, ma presenza e figura della Profezia, che è un dire-davanti-al-re le cose giuste, non la previsione del futuro di guru e strampalati futurologi.

Muri e ponti sono due visioni del mondo distinte e contrapposte. Con ciò non voglio dire che i muri siano inutili o pericolosi, perché quando separano l’interno della nostra casa dall’esterno sono utili e necessari. Senza muri non c’è casa e non c’è neanche capanna. Anche le grotte del neolitico olocenico avevano tre pareti e la quarta era sostituita dal “fuoco”, per scaldare e più ancora per difendere chi si trovava all’interno da bestie feroci e intrusi aggressivi, primo focolare domestico. Fino a metà Novecento, nel secolo scorso, i documenti anagrafico-statistici dei censimenti civili parlavano di “fuochi” per dire famiglie. La famiglia ha bisogno dei muri, ma anche di porte e finestre, di terrazze e portici, dove ci possa essere l’incontro con l’altro-che-passa-o-che-viene, con il viandante e con il visitatore.

E poi, ognuno di noi, a volte è viandante e visitatore, non solo solitario abitante dei muri conclusi entro il loro recinto, entro il limite. Ecco allora che il muro si definisce anche come limite impoverente… il muro interrompe una continuità dell’essere al mondo.

Abbiamo dunque bisogno anche di muri, ma non di quelli che interrompono l’essere (parmenideo) e lo scorrere (eracliteo) delle cose e delle persone.

Abbiamo bisogno di ponti solidi tra sponde diverse, per unire differenti esperienze di singoli e di popoli, senza la paura che, una volta finita l’epoca degli eserciti di conquista in transito, non siano passaggio contaminante e avvelenatore di supposte assurde purezze suprematiste o mezzo per la sostituzione di popoli in declino con altri in piena forza generativa e genetica.

Io stesso, se dovessi chiedermi che “bestia umana” sia da un punto di vista etnico, dovrei interpellare, non solo il bellissimo rotolo genealogico che l’amico Tarcisio Valentinis mi ha acribicamente compilato, ma anche il mio DNA. Scoprirei certamente che non mancano genomi balcanici, turco-bosniaci, forse anche carinziani etc. Così è, perché così sono, proprio io che scrivo. Italiano puro, ma va! Ariano bianco, ma va! Sono anche olivastro non poco, proprio come le popolazioni che inquietano tanto i sovranisti nostrani.

Ebbene, l’Italia io la ho già invasa, ed è la mia Patria amatissima.