Il “perché” è la domanda filosofica per eccellenza, la prima domanda, la domanda delle domande, la domanda dei bambini, quando cominciano ad avere l’uso di ragione, come ci ha spiegato chiaramente Jean Piaget un secolo fa o giù di lì.

Martin Heidegger, invece, ha recuperato il tema metafisico dell’essere ponendogli in coda, come suffisso, la particella riflessiva “ci”, in ragion della quale non vi è l’essere come sostrato di ogni cosa, se non a condizione che vi sia un qualcuno che sta-dentro-l’essere stesso, che c’è. La sua metafisica cerca di ricomprendere il nucleo soggettivista di Descartes, che aveva giubilato la vecchia metafisica dell’essere ponendo l’accento sul “cogito” pensato dall’io, come centro del mondo e di ogni conoscenza.

Sono dunque grato a Piaget e a Heidegger, poiché, e in questo caso la preposizione è esplicativa, non interrogativa, in quanto non può esserlo: infatti solo il “perché” può essere usato, sia nella forma interrogativa, sia in quella esplicativa, mi hanno ricordato come sia importante, non solo farsi le giuste e tempestive domande, ma anche cercare di darsi risposte plausibili. In ogni caso, qui ripeto e affermo che le domande sono sempre più importanti delle risposte.

E dunque: perché valga la pena essere a questo mondo e non no, è forse la domanda delle domande, a meno che un dibattista o un toninelli qualsiasi non pensino che si tratti di una domanda oziosa: certo per il genere “dibattista-toninelli” può esserlo, in quanto lo status antropologico del genere stesso appartiene a un grado diverso dell’Olocene, o dell’Antropocene, come preferiscono scrivere ne Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene, edito da Einaudi da qualche settimana, Simon L. Lewis e Mark A. Maslin.

Sono nato e avrei dovuto chiamarmi “Marco”, per pacifico accordo tra Pietro e Maria Luigia, mio papà e mia mamma, che Dio li abbia eternamente in gloria, per il loro eroismo e per la loro bontà, e invece Pietro volle chiamarmi “Renato”, davanti all’ufficiale di stato civile che glielo chiedeva. Poi spiegò a mia madre che aveva cambiato idea, e lei non disse nulla, ché le mogli allora ubbidivano (hic et in hoc verbo quisquam mea cogitatio absit, eh eh) e  ricordava di un fratellino del marito, di nome Renato, che era morto cadendo dalla scale a tre anni. Un ricordo. Ma per me è stato un destino, poiché il mio nome è il participio passato del verbo deponente latino renascor, renasceris, renatus sum, renasci, che vuol dire “rinasco”. Ebbene, sotto diversi aspetti io sono ri-nato più di una volta. Il de-stino, uno stare-lì fortemente abbarbicato alla tua, e non di altri, di nessun altro, vita, come spiega il collega anziano, lo stimatissimo Emanuele Severino, ad multos annos professore!

Ecco come funziona, la domanda, la risposta che va cercata sempre, il destino, che va co-costruito con gli altri nel mondo, sapendo che nulla è casuale, ma ogni cosa causale, perdio! E allora, quando Beatriz mi chiama “papà”, sento come una vibrazione intensa nei precordi più profondi del mio essere-al-mondo. Sì, il papà suo, unico papà possibile, dell’unica figlia possibile nel tempo e nella circostanza, nella maternità e nella paternità sue, gameti causali di quel giorno del primissimo gennaio ’95.

Nell’universo o nei multiversi, nel tempo e nello spazio quando hai un figlio/a sei l’unico nell’universo o nei multiversi, nel tempo e nello spazio. Tì tode tì, quella cosa lì, Aristotele il sommo, docet.

Non solo, oltre alla possanza della riflessione metafisica, e non dimenticare caro lettor mio, che “riflessione” significa flettersi due volte –re-flectere- per pensare senza distrarsi, vi è l’emozione, il sentimento del sentirsi tale: padre. In questa situazione poi, il sentirti chiamar “papà!”, come fa lei, con forza e scandendo vocali e consonanti, ti sembra quasi di non farcela a esser-ci del tutto, caro Heidegger, come se il nome di quel ruolo fosse perfin sovrabbondante per le tue forze, improvvisamente fattesi leggiere come foglie frali, direbbe il conte Leopardi, ma no, tu sei, pur dolorante, padre, e padre forever.

Come dico sempre a lei, un po’ per celia e un po’…, “tuo padre è l’unico uomo-per-sempre nella tua vita, amatissima figlia”.

E lei sorride, capisce bene, tutto, anche le mie debolezze, i miei limiti, e mi combatte vigorosa per mettermi alla prova, sapendo di farmi bene, ogni giorno che passa, quando va e quando torna, quando è silenziosa e scostante e quando è loquace e vibrante, ingombrante come può essere la più importante ragione della vita.

Della mia vita.