La lettera che Galileo scrisse alla duchessa Cristina di Lorena nel …, là dove afferma che la Bibbia non insegnacome si vadia in Cielo, bensì come vadia il cielo“, dovrebbe essere letta con attenzione dagli scienziati veri di oggi. Di quelli improvvisati alla Biglino, che traduce il testo sacro in modo letteralista, interlineare, neppure parlo. Come questi, ve ne sono altri che credono ai miti come fossero storie vere, per i quali Enuma Elish, Ninurta e Marduk sono esseri realmente vissuti o viventi.

Ascoltando o leggendo certe affermazioni in tema religioso di persone di cultura come i professori Odifreddi e Hack, vien da pensare che, proprio da parte loro, nel momento in cui lo affrontano, si osserva una sorta di desistenza di metodo, del metodo scientifico. Se per metodo scientifico, anche nella dizione “ristretta” di stampo galileiano, si intende ciò che può essere mostrato o per evidenza o per deduzione controvertibile (si consideri la seguente espressione “scientifico è ciò di cui si può dire la ragione in base al suo perché completo, adeguato e prossimo“), la plausibilità dell’esistenza di Dio può porsi o non porsi con altrettanta forza logico-argomentativa.

In altra parole, come si fa a non considerare che l’affermazione seguente (presente nel Proslogion di Sant’Anselmo d’Aosta o di Canterbury) “Deus est ens quo maius cogitari nequit”, cioè “Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di più grande“, possa anche essere considerata assurda o almeno non del tutto fondata? Su questo Tommaso d’Aquino ebbe ed ha ragione, a mio parere, criticandola in parte, perché si tratta di una proposizione meramente logica, in quanto, se di Dio si deve dire che è … e … e …, cioè onnipotente, eterno, buono, etc. etc., altrimenti non sarebbe Dio, è evidente che Dio è quel qualcosa di cui non si può pensare alcunché di maggiore. Stiamo parlando dell’idea di Dio.

Tommaso cercò -per contro- di mostrare l’esistenza dell’Incondizionato attraverso le cinque prove cosmologico-metafisiche di moto, causa, di necessità, di gradualità del bene, di fine, e comunque ne fu scontento, comprendendo che la via logico-razionale per mostrare l’esistenza di Dio resta comunque zoppa, o comunque debole, perché “pretende” di inquadrare in termini di intelligenza umana ciò che -ontologicamente- infinitamente la supera.

Peraltro, anche se ciò c’entra solo in parte come esempio, anche certe intuizione della fisica moderna e contemporanea furono tali, cioè fraintese o non credute veritiere, finché non si riuscì a dimostrane la plausibilità e la veridicità.

Il tema di Dio è -però- di altra natura, ed è in ogni caso inserito del climax ascendente costituito dal sacro, dal religioso e dal teologale. Come altrove in questo sito ho scritto, e qui ripeto, perché utile, il sacro appartiene alla sensibilità umana che sa cogliere emotivamente, induttivamente, intuitivamente, la grandezza degli Enti, e se ne spaventa oppure ne gode: un mare in tempesta, lo spigolo del Nanga Parbat, un volto bellissimo, anche marmoreo, ad esempio; il religioso appartiene alla storia umana, che si è declinata anche con la credenza nel soprannaturale, nel divino; il teologale ha a che fare con lo spirituale, con la possibilità reale di credere in un Dio Onnipotente, Eterno, Misericordioso, Buono, Incondizionato, etc..

Gli Odifreddi e le Hack non si sono fatti e non si fanno impressionare da nessuna di queste tre dimensioni: capisco che la terza dimensione non gli appartenga, ma la prima e la seconda sono studiate scientificamente quanto le loro dottrine matematiche e fisiche. Naturalmente preferisco loro, e di gran lunga, ai cialtroni che visitano le varie comunità proponendosi ai semplici come ciarlatani credibili. Li si trova in tv, come nel caso di Vanna Marchi, che ha pagato il suo debito delinquenziale alla giustizia, ma anche in alcune sale parrocchiali o biblioteche civiche. Alcuni li ho smascherati partecipando alle loro commedie grottesche, che purtroppo molte persone hanno ingenuamente subìto.

Non credo sia impossibile conciliare in sede cognitiva e intellettuale le due dimensioni, della fede religiosa e della scienza, ma -all’incontrario- che addirittura i due processi conoscitivi possano esser l’un l’altro di ausilio.

Fides et Ratio, Jane Austen direbbe Sense and Sensibility, cioè ragionesentimento, come le due ali che consentono all’uomo di sostentarsi e addirittura di diventare se stesso, come auspica Nietzsche. Sappiamo che l’uomo è sùn-olon, vale a dire, in greco antico “con il tutto, comprendendo il tutto”, come insegna Aristotele, cioè “ente unitario”, ma abbiamo comunque bisogno di distinguere tra corpo e mente, oppure anima e corpo o, addirittura, paolinamente, corpo, anima e spirito.

Se così è, non possiamo ammettere, se vogliamo essere intellettualmente onesti, che si sottovaluti la dimensione cosiddetta “trascendentale”, ovvero spirituale, anche nel senso religioso del termine.

Mi pare si possa dire che in un tempo nel quale pare che l’ignoranza sia un titolo di merito, invece che l’incontrario, perché viene temuta come minaccia da chi non ritiene che la cultura e le competenze siano un fatto positivo, sia importante avere la pazienza e la forza morale per crescere sotto ogni profilo, umano e professionale. L’esempio deleterio che molti politici stanno dando non può essere una linea guida per alcuno, soprattutto per le giovani generazioni, che hanno bisogno, non di arroganti sbruffoni o millantatori e falsificatori, ma di maestri di rettitudine  e di saperi.