Aristotele parlava di generazione/ corruzione per dire gli estremi del ciclo della vita, non solo umana. Si viene generati, ci si sviluppa vivendo e infine si muore. La sofferenza il dolore, la malattia e la salute -in alternanze inopinabili- ci sorprendono e ci accompagnano, sempre. Certo è che una vita virtuosa aiuta a vivere meglio e chi mi dice che a venticinque anni Jim Morrison e io ci somigliavamo, rispondo che io, pur essendo stato messo a dura prova, sono ancora qua a parlarne, e lui no.

Eraclito di Samo sosteneva che tutto diviene, tutto cambia, pànta rèi, tutto scorre, mai la stessa acqua passa sotto il medesimo ponte. A volte la vulgata filosofica lo “oppone” a Parmenide di Elea, che sosteneva la fissità, l’immobilità, l’immodificabilità dell’essere, ma si tratta di una vulgata, appunto: ben sapeva Parmenide che le cose si muovono, tant’è che il suo allievo Zenone, inventò i paradossi del piè veloce Achille e della tartaruga, oppure della freccia e della preda, dove i primi due non raggiungerebbero mai le seconde, in una logica della divisione degli spazi all’infinito. Nell’uno (1), per Parmenide e Zenone, e non solo per loro, vi è l’infinito essere.

La realtà ci racconta che tutto cambia, che il cambiamento è la regola, pur permanendo la base materiale, genetica, biologica delle cose. Basti pensare a come si muovono i virus, i batteri, le malattie e i processi di ammalamento e guarigione.

Charles Darwin ci spiegò più completamente di altri che vi è e come avviene l’evoluzione delle specie (1861)

Quando parliamo delle nostre vite e delle cose che facciamo, produciamo, organizziamo, come nei fatti economici ci viene a volte da ascoltar proporre il concetto di decrescita. Alcuni idealisti d’oggi, forse un poco ingenui, parlano volentieri di “decrescita felice” (S. Latouche).

Se sviluppiamo un progetto amiamo citare il termine di implementazione, ci piace, è “moderno”, dà il senso dello sviluppo, della crescita, del nuovo che migliora il vecchio.

Cresce -però- l’ignoranza tecnica anche tramite il web, dove si sviluppa senza controllo, eccome! Decresce la qualità politica. Due esempi di questi ultimi giorni di gennaio 2019: il video irridente di Salvini verso i giudici che gli hanno mandato atti giudiziari per ipotesi di reato commesso in agosto ai tempi della vicenda “nave Diciotti”: è quello che gli serve per la propaganda elettorale in corso, ché ora può anche vantarsi ironicamente di aver rispettato l’articolo 52 della Costituzione della Repubblica Italiana, là dove è scritto del “sacro dovere della difesa della Patria”, dallo sbarco di migranti che arrivano intirizziti sui barconi, non a bordo di formidabili corazzate o portaerei; oppure la designazione di Banfi quale rappresentante italiano nell’Unesco, da parte di Di Maio. E’ quasi indicibile il livello di idiozia qui sotteso. Banfi afferma, più o meno: “I plurilaureati portano noia, io porto il sorriso“. Beato lui, un laudator ignorantiae accanto a un altro, che ignorante è, di suo, per triste evidenza e crassa deficienza (nel senso etimologico del termine, dal latino deficiens, cioè un qualcosa-di-mancante). I due vicecapidelgoverno son talmente intrisi l’un dell’altro che oramai mi scappa di dire indifferentemente salvimaio e salvadimi. Una crasi, un disastro, una distopia, una bruttura.

Movimento, cambiamento, involuzione, nell’ultimo caso citato. Non evoluzione, non miglioramento. Il cambiamento è anche in peggio.

 

Il cap. 3 del biblico Qoèlet va letto e meditato, perché non vi è testo più sapiente che parli del cambiamento, come necessità vitale. Alcuni versetti, dall’1 al 9:

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo./ 2 C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,/ un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante./ 3 Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,/ un tempo per demolire e un tempo per costruire./ 4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere,/ un tempo per gemere e un tempo per ballare./ 5 Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,/ un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci./ 6 Un tempo per cercare e un tempo per perdere,/ un tempo per serbare e un tempo per buttar via./ 7 Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,/ un tempo per tacere e un tempo per parlare./ 8 Un tempo per amare e un tempo per odiare,/ un tempo per la guerra e un tempo per la pace./ 9 Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica? (…)”

Pare che l’autore potesse essere un filosofo itinerante ellenistico, di scuola cinico-scettica. Ci sta?

Il sapiente antico ci spiega che il cambiamento è buono e va accettato, poiché non si possono fare sempre le stesse cose, innanzitutto per se stessi, e quindi per combattere l’assuefazione e la brutta bestia della noia, ma anche per le strutture dove si opera, ad esempio nelle aziende dei nostri tempi, ma anche negli uffici degli impieghi pubblici. Son testimone e sperimento quanto qui vado scrivendo: che affezione morbosa alle posizioni acquisite, al potere che ne deriva, caspita, direbbe un mio amico dall’eloquio elegante, mentre io dico cz.!.

Non li schiodi eh: quando uno si asside in un cantuccio confortevole lì sta o cerca di stare finché proprio non si accorge di essere diventato tutt’uno con l’ambiente, la scrivania, i metri quadri/ cubi dove respira, si muove, da dove parte per andare a fare la pipì. Sono contento che la mia esperienza è stata ed è tutt’ora di altro genere: sono sempre venuto-via da posti dove operavo, o nel pieno del mio incarico, o anche subito dopo che mi era stato rinnovato, mantenendo i rapporti che avevano conservato la loro freschezza. E così è andata, mentre noto che altri non ci sono riusciti, certo anche per ragioni oggettive e soggettive. Uno fa bene a cercare di mantenere il “posto di lavoro”, che appunto si chiama in questo modo conservativo, cioè “posto”, ma non a ogni costo, ché farebbe il suo male, e della struttura dove si trova. Queste persone sono a volte talmente condizionate dalla pigrizia che non si accorgono nemmeno del sopravvenire della noia, e poi del vecchio e pericoloso vizio dell’accidia.

So che non tutti possono “permettersi” questo tipo di cambiamenti, ma mi chiedo la ragione per cui non ci provano, pur avendo il potenziale per farlo, mi chiedo perché si “accontentano”. Mah. Ho spiegato più volte e a più persone che il conseguimento di un titolo di studio superiore  a quello che hanno, anche in costanza di lavoro, può fargli intravedere possibilità di miglioramento, sia della qualità del lavoro, sia dei compensi e quindi delle disponibilità economiche, anche in vista della quiescenza, per via di maggiori contributi versati dal datore di lavoro. Niente. Molti preferiscono la comfort zone.

Ho avuto modo di far riflettere qualche lavoratore che aveva “perso il posto” su come ciò lo stesse interpellando e stimolando al cambiamento, a rimettersi in cammino verso un dove che non è scritto astrattamente nel destino, ma è in buona parte nelle sue mani, dipende dalle sue decisioni.

E qualcuno è ripartito con un sorriso che si coglieva all’angolo del viso. Buon viaggio nella vita, caro amico.