Quando ho visto la prode e coraggiosissima Boldrini sotto casa Lucano in quel di Riace ho avuto l’ennesima conferma dell’esistenza di una sorta di tribalismo epistemologico, una vera e specifica visione del mondo.

Una visione del mondo a senso unico, incapace di vedere i vari strati della realtà e le contraddizioni insite, in essa. Potrei anche essere d’accordo nel merito se si tratta di salvare vite umane in mare, in montagna, nei deserti o nelle città, ma non nei modi nei quali si sta esprimendo codesto evento.

La realtà non si manifesta mai in due dimensioni, non è mai manichea, poiché è composta da un caleidoscopio di elementi a volte evidenti, ma in misura molto maggiore sfuggenti.

Il tema dei migranti non può essere risolto con lo “schema Lucano”, così come non si può risolvere con lo “schema Salvini”. Hanno torto tutti e due, l’uno perché acriticamente “generoso”, l’altro perché cinico.

Ma vi è un altro aspetto che rende questa visione del mondo inadeguata e pericolosa, e che si declina, appunto, in una sorta di tribalismo epistemologico, che va analizzato senza pigrizia mentale e con onestà intellettuale. Quest’alleanza di intenti che si esprime mediante la solidarietà al sindaco di Riace, inquisito e messo agli arresti domiciliari è la solita pantomima del politicamente corretto, per cui tutto ciò che è altruistico e solidale va bene, in qualsiasi modo si attui, e spesso con giudizi frettolosi e iniqui sull’operato della magistratura, quando questa non corrisponde ai propri desiderata.

Se la magistratura inquisisce Berlusconi e C., fa il suo dovere costituzionale e istituzionale, mentre se inquisisce Lucano o altri affini, trova schierati come un sol uomo i Saviano, i don Ciotti, i padre Zanotelli, che dei tre è l’unico a starmi simpatico, tutti e tre incapaci di formulare un pensiero completo sotto il profilo razionale, cioè di un pensiero che non sia epistemologicamente tribale, vale a dire non-di-appartenenza, ma generato da un’argomentazione logica.

Il sindaco Lucano spergiura di non avere agevolato alcun matrimonio combinato per far ottenere il permesso di soggiorno a chicchessia, né di aver affidato lavori in violazione delle leggi dello Stato,  ma la magistratura inquirente la pensa in modo diverso.

Propongo di seguito ai miei gentili lettori una breve sintesi del racconto del “modello Riace” di Domenico Lombardi di Unionline che sostiene il senso buono dell’intera vicenda, per poter commentare.

Lombardi racconta che nel 1998 un veliero partito dalla Turchia con 184 persone tra cui 72 bambini a bordo attracca sulla costa di Riace. Si trattava di profughi siriani, turchi e irakeni. Fin da subito il sindaco concede le case disabitate del paese, mentre i trentacinque euro al giorno destinati al sostentamento dei migranti vengono trasformati in borse lavoro girate a cooperative del posto. Lavorando, molti di loro, continua Lombardi, imparano un mestiere, traendone un reddito e sfuggendo al caporalato che imperversava (e imperversa) nelle campagne.

Il paese, che era disabitato, si rivitalizza e si ripopola. L’amministrazione inventa poi un coupon spendibile negli esercizi di Riace, stimolando così anche i consumi locali. Infine, Riace è tra i primi paesi a iscriversi al sistema di accoglienza diffusa SPRAR (Sistema di Protezione Rifugiati e Richiedenti Asilo). Ma, nel 2016 un’informativa della Guardia di Finanza denunzia irregolarità nella gestione dei fondi e così non arrivano più i soldi della Prefettura e dello Sprar, mettendo in questione l’intero “modello”, cosiddetto. Ad agosto il sindaco, chiamato “Mimì Capatosta” (soprannome comprensibile a ciascuno) inizia uno sciopero della fame.

Nei giorni scorsi Domenico Lucano, su ordine del G.i.p di Locri è stato posto agli arresti domiciliari per violazione di varie leggi dello Stato. I capi di imputazione: immigrazione clandestina e affidamento fraudolento di servizi di raccolta rifiuti, in seguito aggravati dai seguenti reati presupposti: associazione a delinquere, truffa e concussione.

Di seguito una parte del testo di Lombardi.

“Lo stesso G.i.p. nell’ordinanza d’arresto scrive che Lucano non ha preso un euro per sé né ha arricchito le associazioni che gestivano i soldi per l’accoglienza. Parla di gestione “opaca e discutibile” e definisce Lucano un soggetto “avvezzo a muoversi al confine tra il lecito e l’illecito“.

D’altronde è stato lo stesso sindaco a spiegare come il suo modo d’agire seguisse un ideale di giustizia sociale che “non sempre coincide con la legalità e le leggi“. “Quello che facciamo non segue le linee guida dello SPRAR, perché quelle linee guida ci dicono che dopo sei mesi i migranti devono andare via, ma ciò non è compatibile con una dimensione umana dell’accoglienza“, ha detto tempo fa in un’intervista.

In un’intercettazione finita agli atti dell’inchiesta, invece, dice: “Proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge“.

E questa frase potrebbe essere il manifesto dell’uomo Lucano. E farci capire che quella di Mimì Capatosta è disobbedienza civile. Contro la legge Bossi-Fini, che rende l’ottenimento e il mantenimento della cittadinanza italiana dei percorsi a ostacoli.

E così, come Cappato accompagna dj Fabo in Svizzera per consentirgli di porre fine a una vita di sofferenze, Mimmo Lucano organizza matrimoni combinati per non rendere clandestine persone che si sono integrate alla perfezione nel tessuto economico e sociale del paese in cui vivono.

Il rischio non è tanto che Mimmo Lucano finisca in galera, ci resterebbe ben poco. Il rischio è quello di mandare in fumo un modello d’accoglienza che ci invidia tutto il mondo. E che potrebbe indicare la strada a un Paese, il nostro, capace di accogliere. Molto meno di integrare e inserire i migranti nel tessuto socio-economico locale.”

Così il giornalista Lombardi.

Le scelte di Lucano potrebbero sembrare informate al principio, o virtù, o valore che Aristotele chiama epichèia, cioè giustizia giusta, in inglese fairness, ma nutro su ciò qualche ragionevole dubbio. Non mi pare, infatti, che le azioni del sindaco di Riace possano essere considerate un atto di riparazione a quanto prevedono leggi ingiuste, ma una presunzione di riparazione, certamente in qualche modo  paragonabile agli spinelli fumati da Marco Pannella in pubblico in tempi oramai remoti e ai viaggi di Cappato per accompagnare in Svizzera i suicidi “volontari”, tautologia inevitabile, se veramente del tutto tali, ma anche forse episodio di maggiore gravità. La presunzione di riparazione pare di più, a me sembra, presunzione, e basta.

Se si dovesse accettare questo metodo per rimediare a leggi ingiuste potrebbe essere plausibile qualsiasi cosa, in un periodo nel quale la politica e la democrazia rappresentativa parlamentare è tanto in crisi.

Se per rimediare ai limiti politico-culturali di un Parlamento che approva quasi all’unanimità una procedura medica delinquenziale come il protocollo o metodo anticancro di Davide Vannoni, si applica il “modello Riace”, allora siamo all’anarchia, non degli “unici” alla Max Stirner, ma della tribù, che alza voci e bandiere perché così è più bello, e fa perfino figo.

A costo di sbagliarmi non mi piacciono le manifestazioni tipo “attacco alla Bastiglia”, i pugni chiusi fuori tempo massimo e la genericità banalizzante delle affermazioni che si raccolgono in genere nelle piazze osannanti o urlanti. Gustave Le Bon insegna con il suo mai troppo letto e meditato La psicologia della folla.

Sarebbe bene darsi sempre il tempo, il luogo e il modo per discutere con cognizione di causa, con un’adeguata preparazione e documentazione di merito, lasciando fuori dal contesto dialogico emozioni condizionanti e a volte perfino infantili. Guardare la Boldrini in piazza mi ha fatto l’impressione che fosse una vecchia bambina o una suorina laica in libera uscita.

Da socialista per sempre non mi è piaciuto per nulla il pugno chiuso di Mimmo Lucano, che il Signore lo illumini.