Quando ero capo del personale della più grande azienda friulana ho avuto modo di confrontare spesso il modo di lavorare della nostra gente, operai, periti e ingegneri friulani, con il modo di lavorare di tedeschi e svedesi, famosi nel mondo per correttezza, continuità e solerzia. Ebbene, i nostri nulla rendevano ai colleghi del Nord per capacità e saper lavorare senza requie, anzi. Impegno costante, dedizione e senso di appartenenza all’azienda erano al massimo.E mi ricordavano la determinazione di mio padre, Pietro, a partire par Lis Gjermanis, così si diceva in quel friulano un po’ dolente del piccolo paese delle acque, Rivignano, insieme con cinquanta, ottanta, cento colleghi furlani, che lavoro non avevano nella Piccola Patria. Due corriere della ditta Ferrari (nulla a che vedere con le auto da corsa) piene, che una mattina dei primi di marzo si muovevano dalla Tarabane di Rivignano, la lunga piazza centrale, per arrivare in mezzo ai boschi dell’Assia in cava di pietra. Ricordo ancora il nome della ditta parastatale che Adenauer aveva voluto costituire nel dopoguerra per rilanciare la Germania ferita: Westerwaldbrüche.

Pietro, mio padre era più kantiano di Kant. “Mi tocca partire, Gigia“, disse un giorno a mia madre, ché al paese non c’era lavoro, e io e mia sorella, bambini, dovevamo mangiare.

Gli emigranti vivevano in baraken molto simili a quelle che vidi decenni dopo, in un viaggio della memoria con lui, a Dackau. Facevano le corvèe a turno in baracca a pulire far da mangiare i giovanotti friulani della Bassa che vedevano in Pietro, oramai quarantenne, un capo credibile.

Si ammalò un po’ di crepacuore quando piantarono uno sciopero per avere un aumento, e furono cacciati, salvo lui, che però tornò a casa con tutti gli altri per ripartire la primavera successiva. L’aumento lui l’aveva già concordato con la Direzione per l’anno successivo, un aumento di paga oraria cospicuo, ma ciò non era bastato.

I miei, mio padre e mia madre, non vivevano il dolore della separazione come una mortificazione, come una punizione per chissà quali peccati mai commessi, ma come uno stato di necessità. Si doveva fare così, anche se c’era tristezza e dolore.

La determinazione, la continuità dell’impegno dei lavoratori friulani era, è incomparabile. “Sante scugne” è il detto furlano più basico, cioè santo dovere. Il dovere di andare, di fare, di partire. “Libers di scugnì là“, o liberi di dover andare, il libro di Leonardo Zanier, il poeta dell’emigrazione obbligata dei Furlani, dai fradis furlans.

Friulani un po’ buddisti e un po’ scintoisti, mi vien da dire ora che sono acculturato anche grazie a quel dolore e a quelle separazioni.

Se vogliamo vedere da vicino un poco quelle grandi tradizioni religiose dell’Oriente, constatiamo che lo scintoismo privilegia, al di sopra di quello individuale, l’interesse della comunità e il pubblico benessere. Mio padre portava via cinquanta, cento capi famiglia, che si impegnavano a stare insieme, a lavorare insieme. Per questo si ammalò quando decisero lo sciopero a oltranza e furono cacciati, in quella Germania dei primi anni ’60.

Il buddismo è la matrice dello scintoismo, il quale ne è una declinazione prevalentemente giapponese. Nel buddismo troviamo la dottrina della sofferenza o duhka (sans., dukkha, pāli), che è causata dal desiderare il possesso delle cose a livello individuale, il desiderio di ricchezza (libido pecuniae) e di potere (libido potestatis). Di contro in quell’ambiente spirituale si insegna la dottrina dell’impermanenza o anitya (sans., anicca, pāli), la quale mostra come tutto sia soggetto a nascita, sviluppo e scomparsa.

Aristotele, uno dei padri della nostra cultura parla di nascita, evoluzione e corruzione di tutti i viventi. Un modo di dire analogo per accettare il concetto di impermanenza.

Bene: che dire se non che i nostri, noi così eravamo. E ora, in questo cambiamento epocale nel quale arrivano altri migranti, qui da noi, e i nostri ragazzi hanno più problemi a trovare lavoro?

C’è ancora una lezione plausibile in quelle storie che paiono tanto lontane? Caro lettore, la metto giù sotto forma di domanda, perché è più importante farsi le domande giuste, piuttosto che pretendere di avere una risposta immediata e magari semplificata per tutto.

Sommessamente dico che sì, una certa lezione si può trarre da quelle esperienze, da quegli esempi, ma non basta, poiché -pur se la storia non si ripete mai- qualcosa insegna, se la si sa leggere o, meglio, ascoltare.