Vedere il volto del premier Conte, mentre penosamente presenta il “decreto Salvini” insieme con il medesimo suo vice (?) su immigrazione e sicurezza (che cosa c’entrino nello stesso dispositivo legislativo è mistero gaudioso, e anche doloroso) è pena ulteriore in sé.

Mentre il suo coequipier raggiante occupa fisicamente tutto lo schermo, lui, più minuto, si accontenta dello spazio rimasto, desideroso che la pagliacciata, e non so bene se lui stesso la ritenga tale, si concluda al più presto. Sembra un prigioniero. E’ un prigioniero.

Il fatto è che la pagliacciata rischia di piacere, in giro, di fare adepti e aumentare il consenso elettorale.

Non voglio qui soffermarmi più di tanto sui contenuti del decreto, ma desidero commentare il marketing mediatico dell’evento. Cos’altro è se non puro marketing, e anche di bassa “lega” (ah ah ah), una modalità di presentazione del decreto come quella voluta da Salvini? E pensare che il marketing ormai è una cosa seria, al punto da dare il nome anche a dipartimenti (in Italia) e facoltà universitarie (in America).

Il decreto legge è uno dei modi previsti dall’ordinamento costituzionale italiano (artt. 72 e 77 )  per legiferare. Per essere emanato debbono esaminarne la congruità costituzionale gli esperti della Presidenza della Repubblica e in seguito va controfirmato dal Presidente della Repubblica stesso. Nei due mesi successivi deve affrontare un iter parlamentare doppio, alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, che possono anche stravolgerlo nei suoi contenuti. In questo caso, vista la solida maggioranza che sostiene il Governo, è probabile che non succeda, e che conservi i connotati essenziali voluti dal ministro Salvini.

Tornando al decreto si resta allibiti dal pot pourrì dei temi regolamentati: si va dalla legittima difesa al trattamento dei migranti richiedenti asilo. L’insieme dei temi la dice lunga sugli intendimenti del su nominato ministro, che insiste su argomenti che “buttano” molto in termini di consenso generico e di successo elettorale, perché parlanti alla visceralità degli Italiani. E io comunque non disprezzo la visceralità, se questa è umanità, con tutte le sue declinazioni soggettive e culturali.

Né sottovaluto per questo i neuroni intestinali, che comunque so non essere specificamente deputati alle passioni, ché a questo ci “pensa” il sistema limbico, cervello ancestrale, luogo delle emozioni e delle passioni istintuali.

Tornando a Conte, nell’immagine della presentazione del decreto appare proprio come un “prigioniero triste”, dall’espressione rassegnata e malinconica. E mi chiedo: vale la pena fare il premier a questo prezzo? Dipende, si potrebbe pensare: se uno ama in qualche modo il potere come fine, può anche sopportare qualche umiliazione.

Personalmente, fossi stato in Conte, ma non avrei mai potuto essere al suo posto, perché uno come me non si fa comandare da un Di Maio o da un Salvini (non mi faccio comandare da nessuno, in realtà), non avrei accettato la sceneggiata per ragioni prima estetiche che etiche. E qui l’accezione del termine “estetiche” nulla c’entra con gli estetismi superficiali di moda ai nostri giorni ma, come ho scritto più volte, ha a che fare con la sua etimologica filologico-filosofica che significa un qualcosa che si manifesta all’essere, dal sostantivo greco antico àisthesis.

E poi il presidente Conte è anche un po’ sfortunato: basti pensare alla madornale gaffe del suo portavoce, tale Casalino, mi pare un ex disk jockey o tronista (e che è?) o cose del genere, con tutto il rispetto per gli emuli di Claudio Cecchetto e Jovanotti. Questo arrogante ragazzotto stava registrando un messaggio con il quale prometteva morte e distruzione ai funzionari del ministero dell’economia, lo hanno sentito ed è stato sparato -come meritava- sul web, come un qualsiasi cialtrone che scrive perché ha uno smarphone in mano, non perché abbia qualcosa di sensato da comunicare.

Bene, il premier si trova un figuro del genere come portavoce. Ma ha bisogno del portavoce? Si? Non può sceglierlo lui? Evidentemente no, perché i due dioscuri che hanno i voti e l’arroganza dei vincenti (per ora) lo hanno “commissariato”. Lo tengon prigioniero, e lui deve abbozzare se vuol stare lì. Altrimenti, se si ribella, i due lo cacciano. In ogni caso è lui che si è cacciato nel covile dove lo hanno per i … (che dire? hai compreso, mio paziente lettore?).

Qualis poena nobis est!