Ho fatto un sogno. Camminavo all’alba lungo le sponde dello Enisej. Non so se con me c’era mio padre, che me ne aveva parlato da piccolo, quando mi raccontava di tutti i fiumi del mondo. Ma sì, c’era anche lui.

Il sentiero si snodava nella sterpaglia stepposa di quella sponda; l’altra, che intravedeva appena a forse sette o otto chilometri di distanza, pareva più ardua, alta e scoscesa. Lo Enisej è uno dei fiumi più  lunghi (5.870 chilometri dalle più remote sorgenti) e possenti del pianeta: è il più grande dei grandi fiumi siberiani, insieme con il Lena e l’Ob. Alcuni suoi affluenti sono più lunghi e con più portata d’acqua dei maggiori fiumi europei, a parte il Volga e il Danubio, come le due Tunguska, la Pietrosa e l’Inferiore, e l’Angara.

Il grande fiume nasce dai monti Sajany presso la città di Kyzyl nella repubblica di Tuva, formato dai due rami del Grande e del Piccolo Enisej.

Mi hanno sempre emozionato le acque scorrenti, come nella metafora eraclitea. Mio padre camminava in silenzio, mentre io pensavo alla magnificenza del corso d’acqua e al pensatore di Samos. Pànta rèi, tutte le cose passano, così si può tradurre dal greco antico, ed eccome è vero, ma ognuna in modo diverso: anche i nostri passi sono diversi. Io non metto le tracce de i miei scarponcini sulle orme di mio padre, mentre lo Enisej scorre verso il Grande Nord artico.

Dopo aver rotto la catena dei Sajany con l’escavazione di gole profondissime da milioni di anni, lo Enisej rotola con grande turbolenza verso aree più tranquille. Rapide perigliose interrompono il corso del fiume. Quando giunge ad Abakan il suo alveo arriva alla larghezza di quindici chilometri. Dal vivo, e non in sogno, in vita mia ho visto uno spettacolo quasi simile solo a Rosario, in Argentina, dove il Rio Paranà raggiunge quasi dieci chilometri di larghezza. Colà pensavo che l’altra sponda corrispondesse a una fila d’alberi che mi pareva a un chilometro e mezzo al massimo. Ma Marcelo mi disse: “Renato, sai che oltre quell’isola lunga e stretta ci sono ancora otto chilometri di acque.” Eh sì, fino ad allora avevo visto come fiumi più grandi il Danubio, il Reno, la Vistola, la Loira. Più recentemente avrei visto l’immenso Dniepr, nella città ucraina quasi omonima. Ma il Paranà e lo Enisej erano un’altra cosa.

E chissà che impressione può fare il Rio della Amazzoni, anche solo a Manaus, o più in giù verso l’Oceano Atlantico, incontrando via via affluenti giganteschi come il Rio Madeira, il Rio Negro, il Rio Tocantins, cantato con entusiasmo emozionato dal caro amico ingegnere Giorgio L., mancato in volo.

Krasnojarsk si trova sulle sue rive e poi incontriamo l’Altopiano Syverma e il Putorana. Più a Nord lo Enisej si allarga di nuovo fino a oltre venti chilometri, come solo l’Amazzoni. Il suo bacino è immenso, iniziando dalla tajgà che circonda il profondissimo lago Bajkal, dove il ramo sorgentizio si chiama Selenga.

Camminiamo ancora in silenzio, io e Pietro. Lui ogni tanto si ferma, si mette le mani sui fianchi e scuote la testa. Par voglia dire: “Quanto lontani da casa siamo, Renato“. Non sappiamo neanche la ragione per la quale siamo là. Non siamo in emigrazione, non siamo in ferie, non siamo in una missione militare.

Cosa succede, allora? In che tempo viviamo? Mio padre mi sembra giovane, quasi come quando era militare in Grecia e Albania, e gli toccò di difendersi all’arma bianca. E io, come faccio a esserci già, son nato non pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

E stiamo camminando lungo lo Enisej. Siccome si è difeso all’arma bianca in un caposaldo italiano, del IV Reggimento Bersaglieri sul lago di Konijc, ci sono anch’io, anche se in un tempo improbabile, nel 1942. Forse nella sua mente, e così lontano, ben oltre i Balcani dove si trovava in quell’anno, dopo essere partito su una nave da Ancona per “destinazione ignota”.

Avrebbe potuto viaggiare anche sul Galilea, naufragare e morire in fondo all’Adriatico, ma non è andata così. E così sono nato io. Ma come mai eravamo in Siberia lungo il grande fiume? Più sopra ho scritto che è tutto un sogno, ma forse è altro, trovandosi su una stringa altra della realtà, come ipotizzano alcuni studiosi di fisica, e magari è tutto vero, in un tempo pensato, creato e vissuto ad hoc, voluto dalla passione e dalla curiosità per il mondo.

Ecco che il sogno è reale, è una res, una cosa che esiste nel tempo e nello spazio, come mio padre e me stesso, mentre camminiamo sulle sponde dello Enisej, in un chiaro mattino dell’anno…