Ascolto con ben poco piacere le voci diversamente rauche da fumatrici di Anna Maria Furlan e Susanna Camusso, que hablan dei maximi sistemi, con competenze approssimative e discorsi che, si sente lontano un milio, son redatti da ghost writer trentenni, laureati, a differenza di lor due, anche se una laurea non è sinonimo di cultura, ma una sua assenza, salvo rare eccezioni (Giuseppe Di Vittorio e Pierre Carniti e qualcun altro di quell’ambiente) può mettere a repentaglio un sapere che deve intendersi sotteso, se si azzardano certi discorsi analitici o con qualche parvenza di epistemologia disciplinare. Non cito neanche il terzo pittoresco frequentatore della Uil’s University (ah ah ah!), che non so dove sia, né se esista veramente, se non nella spiritata e non spiritosa metafora dell’adombrato signore. Il fatto è che i discorsi costruiti puzzano di falso a un orecchio a malapena esercitato.

Quando le sento parlare, sempre con toni di saccenza e spesso accusatori verso interlocutori che dovrebbero imparare tutto o quasi da loro, mi capita di far spesso  una sorta di analisi strutturalista del discorso stesso. Ad esempio, ascoltando stamane Furlan al convegno di Area Dem, ho registrato il verbo “immaginare” per sei volte nei primi quattro minuti di parlato. La parola “lavoro” è stata da lei proferita almeno venti volte nei primi dieci minuti di parlato. Troppo, vero? Queste non conoscono i sinonimi di cui abbonda la lingua di “questo paese”, cioè l’Italiano. E neppure i loro ghost writer, parmi, desolatamente.

Non sanno dire “l’Italia” o non vogliono pronunziare il bel nome di Patria nostra? A volte usano la preposizione semplice “in” per sostenere un aggettivo determinativo, cioè “questo”, cui segue inesorabilmente “paese”. Meglio -e alquanto più onesto (ma lor nol sanno)-  sarebbe utilizzassero l’aggettivo desueto, ottocentesco, “codesto”, per distanziare ancor di più il loro sentiment dall’Italia, come concetto e lemma linguistico, valore etico e storico-politico, e perfin suono.  A volte hanno in uso l’articolo determinativo “il” per sostenere il termine “paese”, generica traduzione di country o di land, come a dire più o meno regione. Gli pesa o gli fa schifo citare il nome proprio della nostra terra, l’Italia? Vorrei vedere se magari gli piacerebbe di più Enotria o Trinacria o … qualche altro nome arcaico. Mi hanno da tempo stancato queste due fumatrici dall’eloquio ovvio, così come innumeri politici e giornalisti pigrerrimi. E i titolisti dell’ovvio.

Non pretendo dicano “la nostra Patria”, perché il loro generico sinistrismo linguistico le ha indefettibilmente portate a censurare il nome della terra dei padri, ma Italia potrebbe stare nel loro lessico. Oppure ora si deve abolire ogni cenno al nome perché Salvini ha coniato il furbo (e nulla più) slogan “prima gli Italiani”?

Se così fosse, miseria! Miseria nera.

Che fare dunque? Una battaglia, quasi come per il congiuntivo, attaccato da tutte le parti, e non per cattiva volontà, ma per pigra ignoranza o pigrizia ignorante, che son quasi sinonimi. Mi meraviglia il fatto che anche seriosi glotto-linguisti, di cui qui non faccio nomi, poiché spero in una loro resipiscenza, son spesso indulgenti nei confronti di chi usa l’indicativo in luogo del congiuntivo nelle frasi che lo richiedono per dar respiro al concetto e all’intenzione dell’agente. Danno ragione di tale indulgenza spiegando la dinamicità delle lingue, la loro quasi motilità storica, dicendo a volte: “Ma noi non parliamo mica l’italiano di Dante e Boccaccio, del Petrarca e di Machiavelli, e neppure di Leopardi, né quello di Giovanni Pascoli o del Vate D’Annunzio“. Non mi sembra una ragion sufficiente, direbbe il grande Leibniz.

E così non parmi accettabile senza lottare questa negligenza nel dire “l’Italia”, quando si cita questa terra benedetta -se vogliamo- dalla sorte, dalla deriva dei continenti che l’ha fatta così com’è, in medio aequoris Mediterranei.

Non accetterò mai, finché forza vitale avrò, né mi arrenderò non combattendo per questo fine. Ho scritto perfino al presidente Mattarella, al capo del governo e al segretario del mio partito, non ai due vice, troppo scarsi per capire il tema posto, e solo il più alto in grado mi ha risposto con garbo, tenendone anche conto nel suo dire successivo. Ecco che serve l’umile battaglia di ciascun di noi, se il fine è buono e la ragione è commessa con la natura delle cose (cf. G. Leopardi, Zibaldone di pensieri, 1820/ 21), come un intarsio artistico, come l’arredo dello studiolo del Signor duca Federigo di Montefeltro, nella splendida Urbino.