Caro lettor del sabato,

Sigiswald Kuijken dirige per me nel solitario mattino La Petite Bande. eseguendo i dodici Concerti Grossi di Arcangelo Corelli.  I dodici concerti sono suddivisi in sonate da chiesa, i primi otto, e in sonate da camera gli ultimi quattro, e sono databili agli anni a cavallo del 1700.  Corelli ha diviso ogni concerto in quattro, cinque o sei tempi, scegliendo diversi stilemi in voga nel suo tempo, praticati anche da Bach e Händel, come la gavotta, la sarabanda, il preludio, il minuetto, l’allemanda e la giga.

Nato in Romagna nel 1653 Corelli muore a Roma nel 1713,  questo nostro grande, forse troppo poco citato, è stato un compositore fondamentale della musica strumentale barocca, poi proseguita con alcuni suoi valenti allievi come Pietro Locatelli e Francesco Geminiani, ma anche a livello europeo. Non si possono non riscontrare influenze corelliane anche nella musica di Georg Friedrich Händel, come vedremo.

A Roma, dove visse a lungo. fu al servizio, prima del cardinale Benedetto Pamphili e poi del cardinale Pietro Ottoboni. La stessa Cristina regina di Svezia lo tenne come musicista prediletto. Suonò insieme con altri insigni musicisti, con un grandissimo Alessandro Scarlatti, con Bernardo Pasquini e con Giovanni Bononcini nel “Coro d’Arcadia” con il nome di Arcomelo Arimanteo. Interessante il ritrovamento presso il Conservatorio di Firenze di una Fuga a quattro voci con un soggetto solo, celata sotto lo pseudonimo-anagramma di Gallario Riccoleno. Il tema della Fuga contiene un tema del tutto simile a quello del celebre Allelujah del Messiah di Händel, per cui di potrebbe dedurre che il grande sassone fu allievo di Corelli durante un suo soggiorno in Italia.

E poi non posso non tornare all’ascolto della Missa Papae Marcelli di Giovanni Pierluigi da Palestrina eseguito dal Regensburger Domspatzen diretto da Theobald Schrems,  e a Giovanni Gabrieli, veneziano, il quale mi allieta da decenni con le sue infinita coloriture degli ottoni e delle voci, con gli Alleluja, i Deus Deus meus, i salmi e le antifone che ascolto dai vinili preziosi registrati in San Marco dai The Gregg Smith Singers diretti da E. Power Biggs,  e dai The Texas Boys Choir diretti da Vittorio Negri. Gli echi della basilica-moschea del Mediterraneo restano sospesi nell’aria come volute di cori angelici. Ascoltando queste musiche non si può rimanere nell’inerzia agnostica. Il divino prorompe dall’umano con forza ed armonia inaudita.

Non è necessario un atto di fede esplicito per aderire a queste musiche, ma basta lasciare che esse muovano dentro di noi quello che si lascia muovere della nostra anima. San Paolo, Sant’Agostino e frate Martino Lutero pensavano a questo: a un lasciarsi coinvolgere senza rifiutare nulla dell’apparire di Dio nel nostro spirito attraverso la musica, che per Agostino era doppia preghiera. Il grande misticismo renano di Johannes Meister Eckhart o quello di Ildegarda di Bingen sosteneva che se si fa silenzio nel fondo dell’anima Dio non può non apparire sommessamente, senza obbligare nessuno a dialogare in silenzio con l’anima stessa, visto che son della stessa natura. E così altrettanto pensano i sufi musulmani.

Anche se in modo differente si propone il misticismo orientale hindu-buddista, forse meno comprensibile per noi, poiché rivolto al Tutto. Noi occidentali, figli della Bibbia e della Filosofia greca, siamo affezionati alla singolarità della Persona, alla sua unicità irriducibile, che è vera, ma è anche soffio o scheggia del divino del Tutto (cf. ortodossia greca e Schleiermacher).

La musica, come arte ineffabile, non ha bisogno di traduzioni: essa penetra insinuandosi nei misteriosi pertugi del nostro mondo interiore, lentamente, leggermente, continuamente, ineluttabilmente. E questi avverbi modali, nel mentre contengono come suffisso “mente”, evocano la mente, cioè quel qualcosa di imprendibile, inafferrabile, inaudito, sfuggente, come il pensiero che da essa è prodotto.

La musica emerge dallo strumento e dalle corde vocali umane, ma non può non dirsi musica anche il fruscio delle foglie scosse dal vento, o il soffio stesso del vento. E perfino quella del tuono che accompagna il fulmine e lo scroscio della cascata montana, e il mormorio della sorgente.

E allora Corelli, Palestrina, Gabrieli sono lo specchio raccoglitore di questa meraviglia in-tonata, rotonda e perfetta e infinita come l’essere parmenideo, mentre scorre, senza contraddizioni, nel suo infinito.