Quando sento un giornalista che afferma, circa il salvataggio dei dodici ragazzi thailandesi e del loro sprovveduto allenatore, che c’è stato “solo” un morto in tutta l’operazione, un sub tra i molti impegnati nel recupero, ho un esempio perfetto di come sia necessario stabilire una struttura normativa di conoscenza anche per il sapere etico. Infatti, il giornalista, facendo l’affermazione riportata, ha implicitamente adottato e adattato uno “statuto epistemologico” all’etica, uno dei tanti possibili. Mi spiego: se l’etica è il sapere che si occupa della bontà o della malizia della azioni umane libere, è importante condividere la valutazione sui valori che si devono difendere, e dunque, se il valore della vita di una persona è relativo al contesto, e in quello indicato si sono salvate tutte le vite a eccezione di quella, allora abbiamo uno statuto epistemologico etico di tipo quantitativo: su tredici vite (ma le persone che si sono messe in pericolo nella vicenda sono molte di più, medici, sub, psicologi etc.)  se ne è persa una, e pertanto bene. La perdita per il mondo è di “una” persona.

Se invece si considera che cosa sia la vita per la persona che la ha persa, cioè “tutto”, ecco che lo scenario cambia radicalmente. In questa visione prevale l’elemento qualitativo su quello quantitativo: quella vita è “tutto-il-mondo”, e la sua perdita è la perdita di tutto il mondo.

Si tratta dunque di due statuti epistemologici, di due visioni del bene e del male concettualmente, anche se non praticamente, opposti. Quale più valido e condivisibile? Personalmente sono istintivamente per il secondo, pur capendo che si fa quello che si può nell’agire necessitato di un difficilissimo soccorso, con il massimo di tecnica disponibile e di impegno personale di molti, e quindi anche il primo ha una sua validità.

Restando in campo morale si potrebbe dire che i due “statuti” etici proposti nell’esempio rappresentano due “scuole di etica”: la prima potrebbe essere definita razionalista-utilitarista, la seconda etica del fine dove questo è la tutela della vita umana come principio incontrovertibile. Con ciò non voglio dire che il primo statuto sottovaluti la vita del singolo, ma non la focalizza come bene assoluto per chi la perde, collocandola nel calcolo decisamente positivo del salvataggio ben riuscito di tutti i naufraghi. “Solo” una persona è morta, ma quella morte, per quella persona è radicale, definitiva, incontrovertibile.

Un po’ di teoria ci serve per inquadrare il tema. Epistemologia è un termine proposto abbastanza recentemente dal filosofo scozzese James Frederick Ferrier, e deriva dal greco ἐπιστήμη, epistème, cioè conoscenza certa o scienza, e λόγος, lògos, cioè “discorso”. In filosofia è ritenuta la branca che si interessa delle condizioni  di possibilità di una conoscenza scientifica, cioè certa ed evidente, e dei metodi per conseguirla. Può essere definita anche gnoseologia o critica della conoscenza, sintagma caro agli studi teologici.

Lo Statuto epistemologico è dunque la struttura normativa di conoscenza di una determinata disciplina o di un’applicazione pratica della disciplina stessa. Nel caso citato sono evidenti due visioni del mondo, che funzionano se si ritengono complementari e non reciprocamente escludenti. Serve senz’altro la lucida razionalità di chi analizza il contesto e si batte per ottenere il bene maggiore ovvero il male minore, ma anche la valutazione di valore dell’oggetto di cui si tratta, specie se si tratta di vite umane.

Questa lezione potrebbe servire anche al ministro Salvini, e a tutti gli urlatori del sovranismo populista che ignorano ambedue gli statuti epistemologici, a anche a personaggi come il medico Strada che sente solo la sua, incapace di discutere obiettivamente di tutte e due le prospettive.