Chiamate Giolla, il mio fedele medico, ordinò Adriano ai servitori, chiamatelo ché venga subito!”

L’ordine di Adriano era perentorio e Giolla comparve davanti al sovrano dopo pochi minuti. “Come posso servirti mio divino?, esclamò, e Adriano lo chiamo vicino, si trovavano vicino al laghetto chiamato Cepile nella grande Villa che il padrone del mondo aveva voluto far costruire sui colli, ma in vista dell’Urbe. Mandò via i servi e il pretoriano che camminava nei pressi e fece sedere il medico.

Caro Giolla, mio medico fedele per tanti anni, ho da chiederti un favore supremo… tu sai che non sto bene, dopo le perdite delle persone care, dopo le guerre feroci che ho dovuto combattere con tanti morti, anche donne e bambini. Mi hanno raccontato che a Masada, sul Mar Morto, ai tempi del mio predecessore Vespasiano, quasi mille persone per non cadere nelle nostre mani, erano ribelli all’Impero certamente, si sono tolte la vita. Un massacro. Ma io non voglio più vivere. Devi prepararmi una pozione, come quella che si dice abbia assunto Socrate, perché voglio raggiungere la pace dell’Ade insieme con i miei maggiori e con i grandi della Patria“.

Il medico rimase in silenzio, non osando contraddire il grand’uomo, ma volendogli bene provò a dissuaderlo con garbo. Adriano lo ascoltò senza interromperlo, e poi disse: “Conosco il tuo affetto sincero e il tuo dispiacere per me, ma ti prego di fare quello che ti ho detto, entro stasera e domattina, alle prime luci dell’alba mi porterai la pozione.” Giolla assentì e si congedò. Adriano trascorse la giornata in amabili conversari che attenuavano la sua tristezza: alla villa aveva voluto convenissero sapienti da tutto l’impero, sacerdoti caldei ed egiziani, filosofi greci sia di scuola stoica sia peripatetica, studiosi e altri sapienti di ogni genere della filosofia naturale e dell’astrologia.

L’indomani mattina Giolla non si presentava e l’imperatore era molto nervoso, lo mandò a chiamare quasi con ira ma, dopo qualche minuto vennero da lui disperati alcuni servitori che gli dissero “Oh divino, il tuo medico Giolla è morto, non sappiamo come“. Adriano piombò in grave costernazione e non volle vedere nessuno per tutto il giorno, né toccò cibo, cacciando sgarbatamente chiunque volesse servirlo in qualche modo. Verso sera chiamò il suo segretario e gli chiese di portarlo dove era stata composta la salma di Giolla. La stavano vegliando i servitori e un altro medico, che l’imperatore interpellò. “Ha preso del veleno, oh divino“, questi rispose.

Adriano comprese tutto. Giolla aveva assunto la pozione destinata a lui e, per non disubbidirgli e per affetto e pena, si era tolto la vita. L’imperatore, che pure sembrava ottenebrato, oramai, da un tristezza infinita, non cercò più il suicidio, e si spense nel 138 a sessantadue anni, dopo una vita intensissima, dedicata prima alla sua formazione militare e civile e poi all’esercizio del potere supremo. Non sappiamo se questa vicenda sia accaduta così come la sto raccontando, ma è plausibile, verisimile, e perciò, perché no?, vera.

L’imperatore Elio Adriano, di famiglia in parte ispanica ma romano di nascita, era stato accolto nell’entourage di Marco Ulpio Traiano molto giovane, stimatissimo da Plotina, moglie del grande imperatore. Aveva seguìto il suo mentore nella campagna contro i Daci di Decebalo e in Medio Oriente, ma non aveva ampliato il territorio imperiale oltre i confini traianei, consapevole che, soprattutto in oriente, non sarebbe stato possibile mantenerli, vista la presenza dei bellicosissimi Parti e la distanza che superava le quattordici giornate di cavallo dall’Urbe. Questa era la distanza ritenuta ragionevole per poter tenere sotto controllo un territorio, pur grande, ma non grandissimo. Infatti gli imperi di Genghis Khan e Timur-Lenk, più vasti di quello romano, durarono pochi decenni.

Aveva viaggiato molto durante il mandato imperiale, in Britannia dove aveva fatto costruire il Vallo, in Mauretania, in Grecia, in Egitto. Aveva fatto reprimere con estrema durezza la ribellione giudaica di Simon Bar Cochba (Simone Figlio delle Stelle), facendo spargere il sale su Gerusalemme neonominata Aelia Capitolina. Promosse notevoli riforme civili, sociali e giuridiche, con il fine di migliorare la vita e il diritto delle popolazioni.

Pure amando la bellezza come un fine ellenista, aveva sempre condiviso la rude vita dei soldati durante le campagne militari, come avrebbe fatto il suo degno successore Marco Aurelio. Si era preoccupato della successione per impedire che lo sostituisse una figura indegna e associò alla sua famiglia Antonino Pio e Lucio Vero, ma non si accontentò, perché volle che anche Antonino si muovesse in questo senso scegliendo, Adriano vivente, Marco Aurelio come successore. Mentre invece fece mettere a morte Salinatore, un suo parente che giudicava pericoloso e indegno.

Anche parlando di Adriano, trascuro confronti ingenerosi con la politica del nostro tempo e i suoi mediocri attori

Marguerite Yourcenar ne ha fatto un mito con il suo libro, non apprezzato da accademici invidiosi, o perlomeno gelosi, come Luciano Canfora, Le memorie di Adriano, da cui traggo una breve lirica dell’imperatore, quando sentiva avvicinarsi il momento estremo.

 

« Animula vagula blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula rigida nudula
Nec ut soles dabis iocos […] »
(IT)« Piccola anima smarrita e soave,
compagna e ospite del corpo,
ora t’appresti a scendere in luoghi
incolori, ardui e spogli,
ove non avrai più gli svaghi consueti. […] »