Al mattino, viaggiando verso i primi impegni di lavoro ottimizzo (che brutto verbo) il tempo ascoltando pezzi di due rassegne stampa su Radio Radicale, dove l’ottimo Massimo Bordin si fa apprezzare per la sua non comune cultura storico-politica, e talora su Radio Maria, egemonizzata da quel marpione di padre Livio. Di sabato su Radio Radicale i commenti sono di Marco Taradash, vecchio “lottatore continuo”, diversamente ironico da Bordin e altrettanto ascoltabile. Ci sono tanti “lottatori continui” in giro come ex “avanguardisti operai”, alcuni agganciati al mondo liberal-radicale, altri addirittura alla destra, più o meno di centro, come il giornalista Liguori, o l’attuale sindaco di Udine che è stato presidente e sindaco di tutto, e trent’anni fa mi intervistava quando ero segretario della Uil.

Io son rimasto fermo -nei decenni- attorno al mio socialismo democratico, e mi son visto superare a destra da una miriade di coetanei, più  meno, che un tempo mi davano del “destro”, quasi reazionario. Eh eh. A sinistra, poi, si è invidiosi, e io stesso ne sono stato vittima, quando avrei potuto entrare in consiglio regionale o diventare sindaco del mio paese natale, ma mi sabotò per due volte un potentato della sinistra, per il quale e del quale non sarei stato subalterno. Ci mancherebbe, subalterno, e di chi? Io, di niuno! Ho riso in tutti e due i casi, non avendo bisogno di nulla, poiché vivo del mio.

Devo dire che mi diverto ai diversi accenti delle narrazioni, talora esilaranti. Qualche volta mi incazzo pure ascoltando i commenti degli articoli stampa. Soprattutto i titoli sono oggetto di interesse mio e del commentatore, e la loro strutturale incoerenza con i testi sottostanti. Non so se il titolista è ontologicamente un disonesto intellettuale o se il giornalista non si mette d’accordo con il titolista e/o viceversa. Fatto sta che ciò che leggiamo, o ci viene letto da questi meritevoli commentatori: in pratica mi digerisco in quaranta minuti i principali argomenti di cinque o sei quotidiani ogni giorno, un buon viatico per iniziare la giornata.

Ciò che colpisce, almeno me, è una certa vis retorica dei pezzi, una retorica non classica, ma zoppicante, a volte bolsa, non sempre nutrita alla fonte di un lessico sufficientemente ricco e polisemantico, o di una verbologia adeguata per scelta di tempi e modi. Non è raro che a volte zoppichi anche la consecutio temporum. La parte più povera, comunque, mi sembra sia il lessico, talora misero, trito, stanco. Un esempio: se il cronista deve riferire di difficoltà in cui sta incorrendo un politico o un partito, non c’è verso che non usi la metafora della “bufera”: bufera su, e su, e su… Basterebbe cercare uno degli anta sinonimi che il vocabolario italiano offre. Si pensi che per il concetto di “stupido” abbiamo a disposizione almeno una trentina di lemmi, che diventano un centinaio se allarghiamo l’attenzione alle inflessioni dialettali o idiomatiche presenti in Italia.

Questo dal punto di vista linguistico-formale. Se volgiamo la nostra attenzione ai contenuti, ne troviamo di tutti i colori. Sintetizzerei così: in generale la stampa anglosassone e, sia pure in modo diverso, anche quella francese, sembra godere nel prendere per il sedere l’Italia; quella tedesca pare abbia una vecchia ruggine contro l’Italia, cercando sempre esempi per mostrare una certa quale inaffidabilità antropologica degli Italiani. Anche se i tedeschi hanno superato e metabolizzato il nazismo rifiutandolo, sembra quasi che, sotto sotto, quell”8 settembre del ’43 non sia mai passato del tutto. A questi giornalisti io ricorderei magari Cefalonia e il generale Gandin, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, se loro implicitamente hanno in testa il reuccio vigliacchetto e il generale fasullo, Pietro Badoglio.

Ora che il presidente Mattarella ha stoppato Salvini e Di Maio (quest’ultimo è oramai in naftalina con il suo bel vestitino blu), chissà che uscirà dall’intelligentissima penna dei malevolenti cronisti esteri. Prepariamoci all’ira.

Ai tedeschi, che ci hanno messo sei mesi a fare l’ultimo governo e hanno salvato le loro banche con i soldi amministrati da Mario Draghi, e agli spagnoli che torneranno presto a votare dopo aver votato per due volte consecutive circa venti mesi or sono, e ai polacchi, agli austriaci, agli ungheresi, mi verrebbe da ricordargli Cesare e Marco Aurelio, Traiano e Adriano, se non Michelangelo, Galileo e Leonardo, tra altri cento geni, se proprio ci tengono a prenderci per il sedere.