Qualche giorno fa ho qui parlato di Joseph Roth proponendo alcuni cenni sul suo Le città bianche, romanzo breve o racconto lungo inserito in Opere (1916-1930), edito da Bompiani, oltre che edito separatamente, come le altre opere narrative del grande narratore austro-ebreo-galiziano.

Qui accanto, gentil lettore, trovi la prima di copertina dell’edizione Adelphi di un altro testo rothiano, citato nel titolo e in questo post.

E dunque oggi mi piace proporre un breve passo tratto da Fuga senza fine, la storia di un amico dello scrittore, il tenente Franz Tunda, militare austro-ungarico, prigioniero dei russi bolscevichi-sovietici durante la Prima Guerra Mondiale e poi militante comunista girovago, dalla Siberia a Parigi, passando per molte città e plaghe dell’Eurasia, al di qua e al di là degli Urali, fino a Irkutsk, quasi simbolo umano del disfacimento di un tempo, quello a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, quello della Finis Austriae.

Il militare, dopo aver conosciuto la guerra sanguinosa e assurda, la rivoluzione inattesa, la compagna Natascia Alexandrovna, con la quale condivise azione politica e amori, e le fatiche del ritorno, si ritrova a Parigi, dove vive la sua antica fidanzata, oramai sposata a un altro, la signorina Irene Hartmann, che non lo riconosce. Nella descrizione del suo percorso umano ed esistenziale, ho trovato un passo bellissimo che tratta della volontà umana, ma più ancora, del destino suo, di Franz Tunda, e del destino di ciascuno di noi, sempre irriducibilmente unico e senza alcuna possibilità di replica, nel quale si manifesta il fatum esplicitato in mille e mille vettori causali ed effetti, e via dicendo.

La tyke greca come buona o cattiva sorte, la fortuna dispensata dall’intreccio inestricabile di caso e necessità.

A pag. 788 dello splendido volume in carta leggera patinata e copertina cartonata, si legge “(…) Poi si trovò una sera seduto in un treno che andava verso l’Occidente e gli pareva di non viaggiare di sua spontanea volontà. Era andata come tutto andava nella sua vita, come va il più delle volte, e per le cose più importanti,, anche nella vita degli altri, i quali sono indotti da un’attività rumorosa e più consapevole a credere nella spontaneità delle proprie decisioni e azioni . Dimenticando soltanto i passi del destino al di sopra del loro intenso agitarsi. In una di quelle belle mattinate d’aprile in cui il centro di Vienna è tanto gaio quanto elegante, in una di quelle mattinate in cui sulla Ringstrasse le belle signore passeggiano con signori sfaccendati, sulle terrazze di fresco installate dei caffè brillano i sifoni blu e l’associazione volontaria di pronto soccorso organizza cortei di propaganda con la banda musicale, Franz Tunda apparve sul lato soleggiato e affollato del Graben nello stesso abbigliamento in cui era apparso al consolato di Mosca e fece senza dubbio scalpore: Era identico a come il droghiere all’angolo, davanti alla porta della sua bottega profumata, s’immaginava un “bolscevico”. Le lunghe gambe di Tunda sembravano ancora più lunghe perché portava calzoni alla cavallerizza e morbidi stivaloni alti fino al ginocchio, che emanavano un forte odore di cuoio. Il berretto di pelliccia era calcato sui suoi occhi malinconici (…). Tunda si trovava dunque a Vienna (…) Gli raccontarono che la sua fidanzata si era sposata e probabilmente viveva a Parigi (…)”.

Era a Vienna dopo essere stato in Russia, Ucraina, Siberia… e sarebbe andato a Colonia e infine a Parigi. Tunda viaggiava, ma oramai non sapeva più il perché viaggiasse, né provava un gran desiderio di re-incontrare Irene.

Il destino lo aveva sbattuto di qua e di là per l’Europa, quella vecchia e quella nuova, quella orientale e quella occidentale. Il destino è un concetto di cui abbiamo bisogno, così come abbiamo bisogno del concetto di caso. A volte la metafisica si intromette nella nostra vita con la potenza di un uragano, e destino e caso sono due termini metafisici, cioè appartenenti a un’area della conoscenza filosofica completamente estranea alla logica formale e ancora di più alla logica del concreto.

Non possiamo mostrarne l’esistenza come invece riusciamo a fare con la razionalità umana. Se dedurre che l’uomo è libero dalla sua razionalità viene naturale: cito per l’ennesima volta il classico sillogismo aristotelico composto da due premesse e da una conclusione necessaria: a) l’uomo è razionale, b) il razionale è libero, c) l’uomo è libero, inferendo l’incontrovertibilità di c) da a) e da b), altrettanto non posso operare con i concetti di caso e di destino.

Vediamo perché, ancora una volta, ché di caso e destino abbiamo già trattato più volte in questo mio pubblico luogo del web. Caso è il modo che abbiamo di chiamare la mancanza o la non conoscenza di vettori causali ai relativi effetti constatati; destino è il modo che abbiamo di chiamare l’ineluttabile della nostra vita, o ciò che ci sembra essere tale: un incidente, un ammalamento, una guarigione, un incontro inaspettato, un lavoro che ha successo o il suo contrario, e altro di cui non si intravedono percorsi causa/ effetto chiaramente individuabili. Parrebbe dunque che il caso caratterizzi in qualche modo il destino, e il destino sia frutto in qualche misura del caso.

Vi è un pensatore, Baruch Spinoza, che invece ritiene che tutto-si-tenga-, tutto sia necessario, vale a dire, non cessi mai di esistere perché facente parte di quel tutto-che-si-tiene. Paradossalmente, si potrebbe pensare che il caso corrisponda alla necessità e quindi al destino, nonostante appaiano quasi in contrapposizione. In altre parole si potrebbe dire anche karma, come lo chiamano gli orientali, induisti e buddisti, i quali ritengono che ogni anima si meriti il proprio destino in ragione del comportamento tenuto in vita, meritando premi o punizioni proporzionate, anche in vite successive, credendo nella reincarnazione, sia nella modalità della trasmigrazione delle anime da corpo umano a corpo umano, detta metempsicosi, sia nella modalità del passaggio delle anime a esseri sempre più degradati a causa di comportamenti immorali, detta in greco metemsomatosi: secondo queste dottrine orientali, l’anima umana peccatrice potrebbe ri-nascere in esseri orrendi e spregevoli, mostri, demòni, conseguenza della colpa morale, cioè dell’assunzione di responsabilità individuale in base al libero arbitrio di cui siamo provvisti.

Se così non fosse saremmo irresponsabili, e anche i peggiori esseri umani potrebbero non essere punibili, né sotto il profilo morale, né sotto quello penale.

Caso e destino, vita e morte, angeli e demòni, questo è lo scenario in cui si dipana la nostra esistenza, che viene indefettibilmente da una scelta di cui non abbiamo parte, quella dei nostri genitori insieme a quella dell’Incondizionato Iddio.