Degli incliti inconsapevoli parlo spesso su questo sito, a volte costruttivamente, a volte deliziandomi della pars destruens, perché a volte l’homo demens mi fa autenticamente rabbia.

Nella mia esperienza, ad esempio, incontro molte figure di “forti apparenti” in azienda e altrove, che in realtà sono fondamentalmente degli insicuri. Strano no? Oppure non è strano, gentile lettore?

L’arroganza è il modo più brutto e distruttivo per nascondere una grande insicurezza e una falsa convinzione su se stessi, sulla propria personalità e sui propri comportamenti. E’ una delle tante maschere pirandelliane che uno può indossare per vivere, sopravvivere, simulare, dissimulare, “vendersi” più o meno abilmente, a volte anche ingannando se stesso.

Si tratta, però, di una maschera rischiosa, poiché sviluppa veleni che intossicano la persona che la usa, e questi veleni sono distruttivi, sia per la persona stessa, sia per chi le sta attorno. Prepotenza posturale, collera manifesta, presupponenza espressiva, protervia comportamentalesuperbia spirituale, cioè caput vitiorum, come insegnavano gli antichi filosofi, da Aristotele a Tommaso d’Aquino, che cito sempre, a Kant, più prossimo a noi, ché tutto nasce dalla superbia, sono corollari espressivi, e perfino antropologici, ancor più forse che psicologici, di chi si caratterizza tra gli altri, e prima di tutto con se stesso, con questo tipo di mascheramento. Norberto Bobbio, non mi ricordo in quale suo scritto abbastanza recente, e lo cercherò, ne ha trattato diffusamente e con arguzia filosofica.

Talora l’arroganza è correlata al ruolo che una persona ha sul lavoro o, in generale, nella vita, talaltra di più, come abbiamo già scritto sopra, all’idea che uno si è fatto di sé: fatto sta che un bel problema psico-morale.

Se volgiamo la nostra attenzione al profilo psicologico del tema, troviamo un altro aspetto correlato all’arroganza, quasi a essa speculare, o complementare sotto il profilo delle dinamiche interiori. Chi è arrogante, di solito è -in fondo- un insicuro, e i miei amici psicologi, che amano più di me le tassonomie, potrebbero classificarlo tra coloro che hanno un’autostima bassa, paradossalmente. Ecco, più uno si carica di importanza, più uno “se la tira”, più uno ti saluta a stento senza girare la testa verso di te (aaah quante volte càpita, e mi chiedo: ma questo/ questa sa che messaggio mi dà, si accorge che è un manifesto di debolezza estrinseca?), e più insicuro è, si potrebbe dire, come se, a livello inconscio, direbbe il gran dottore di Vienna, temesse l’interlocutore, oppure, direi io, a livello implicito, nascosto, latente, forse anche remoto al pensiero illuminato ed evidente.

Più sopra parlo di “incliti inconsapevoli”, per dire ignoranti-che-ignorano-di-esserlo, perché questi caratteri spesso coincidono con quelli degli arroganti insicuri, per nulla stranamente. Vi è una combinazione, mi pare, tra insicurezza arrogante e ignoranza propriamente detta, poiché la consapevolezza e saperi strutturati, acquisti nel tempo e con fatica, sono il migliore antidoto a quel tipo di viziosità psico-morale.

Un lavoro continuo, dunque, vi è da fare, nelle strutture organizzate, nelle comunità di studio e di lavoro, nelle aziende, nelle scuole, nelle facoltà universitarie, nei partiti o nei simulacri di partito che sono rimasti, nelle associazioni delle imprese, nei sindacati, nelle strutture religiose ed ecclesiali, perfino nell’esercito, perché l’umano si esplicita sempre allo stesso modo, dai tempi dell’ “Homo Naledenensis” e di “Lucy“, nostra piccola sorellina ancestrale, che Dio la benedica.