Davide Astori è mancato in silenzio qua vicino, a Udine, la notte prima di giocare con la forte squadra friulana, quasi completamente priva di friulani. Più internazionale della gloriosa Inter di Milano.

Quando l’ho saputo dai media, che poi -martellanti- non hanno smesso di ripetere la notizia tutta la domenica, ho prima provato una grande pena, come per un uomo di quarantasette anni del mio paese, morto allo stesso modo tre giorni fa, e poi ho pensato alla folgorante lirica ungarettiana, ispirata al poeta dalla guerra che visse in divisa da fante a pochi chilometri più a sud-est di Udine, tra Santa Maria la Longa, il Carso e l’Isonzo, dove si combattè per tre anni, crudelmente.

Quando vai a Gorizia, caro lettore, prima di arrivarvi, guarda alla tua destra, verso sud e vedrai una lunga altura di altezza collinare chiamata Monte, il Monte San Michele. Lì in pochi giorni morirono forse trentamila soldati di ambedue i fronti, e ruscelli insanguinati si versarono nelle acque smeraldine dell’Isonzo, il meraviglioso fiume italo-sloveno, limite e simbolo unente di due nazioni.

Davide non è morto in guerra, ma aveva l’età degli ufficiali di quei due eserciti, di tenenti, capitani e maggiori. E anche lui era capitano, il capitano della squadra di una città tra le più belle del mondo, forse in assoluto la più ricca di capolavori d’arte figurativa.

Davide Astori era un bravo calciatore e un atleta alto e forte, controllato come lo sono in Italia gli sportivi professionisti. Bene. Eppure lui non c’è più. Hanno fatto l’autopsia e ci diranno qualcosa. Forse l’impianto elettrico del suo sistema cerebrale e cardio-circolatorio ha detto basta, improvvisamente, senza preavviso e senza che vi fossero pur remoti prodromi clinici.

Ecco che se ne è andato, come può capitare in qualsiasi momento a chiunque, come dice il Vangelo secondo Matteo “Vegliate dunque perché voi non sapete il giorno e l’ora” (25, 13), là dove Gesù parla ai discepoli della “fine del mondo”, tema apocalittico, e dunque rivelativo, come dice l’etimologia di “apocalisse” (cari maghi dei mass media, che usate il termine “apocalisse” per parlare di catastrofi, cataclismi e disastri, poveri beoti!). Ma a noi interessa il nostro giorno e la nostra ora, e non li conosciamo, né possiamo conoscerli.

Il venir meno della vita è mistero, anche se possiamo pensare, anzi lo sappiamo per esperienza che essa può venire meno per ragioni anagrafiche, oppure per malattia o incidenti. Di solito viviamo non pensandoci più di tanto, perché è meglio così. Non conosciamo direttamente quest’ultimo momento, perché coincide con il venir meno della nostra coscienza, se questa non è già venuta meno prima. E le scienze medico-biologiche informano quelle giuridiche per definire bene il fenomeno, che è del tutto naturale, come spiega l’assioma conclusivo del principale sillogismo aristotelico “gli uomini, come tutti i viventi, sono mortali“, così com’è nella sua forma abbreviata di entimema.

Davide lascia moglie e bimba. Tutti lasciamo qualcuno e qualcuno ha lasciato noi. Alla fine, prima o poi siamo tutti orfani e rendiamo orfano qualcuno, se abbiamo procreato. Questo non è consolante: è reale. Hegel direbbe che è anche razionale. Vero ma doloroso, come può essere ciò-che-è-reale.

La filosofia, scriveva nel suo meraviglioso volume pensato e redatto nel carcere di re Teodorico, che sospettava di lui come traditore, che la Filosofia dà consolazione (De consolatione philosophiae), Severino Boezio. Possiamo anche convenire, ma non ci basta. Certamente. Il pensiero razionale non basta, specie quando si tocca con mano il dolore e l’invecchiamento, che tocca a molti. A Davide non è toccato, perché se ne è andato come una foglia in piena estate, poiché la sua vita non aveva ancora nulla di autunnale, come se qualche robusta mano avesse scosso il ramo dell’albero ben prima del vento di stagione.

Non ci sono parole adatte a consolare chi lo amava e rimane qui, specie la bimba, ma anche la sua donna e i suoi genitori e fratelli. Se in qualche modo queste mie parole arriveranno fino a loro mi piacerebbe dirgli che il loro ragazzo marito padre ora vive nella visione beatifica di Chi tutto sa, tutto comprende, tutto ama e attende in uno stato di grazia tutti noi che, anche se non l’abbiamo conosciuto, gli vogliamo bene, se pure non nello strazio tremendo dei suoi cari, perché nel comune destino.

Non basta, ma è tutto quello che si può dire prima di fare silenzio, oppure si può anche evitare di dire, facendo subito silenzio.