Il dottor Karl Gustav Jung aveva proposto tra le sue dottrine più suggestive quella dell’inconscio collettivo, che è uno dei più importanti archetipi, come li definisce il medico e psicologo zurighese, in grado di dare informazioni sullo stato-delle-cose del mondo e soprattutto dei suoi abitanti.  Miti, sogni, intuizioni sono i mezzi attraverso i quali si manifesta l’inconscio collettivo e ci ricordano che apparteniamo tutti ad una stessa entità: la razza umana. Usiamo il termine “razza”, qui, al di fuori di ogni equivoco, così facile di questi tempi disarticolati e goffi da un punto di vista intellettuale e, sembrerebbe, perfin cognitivo. Jung è stato un grande pensatore dell’anima e un grande terapeuta. Consiglio il mio gentil lettore di vedere il film di Cronenberg A Dangerous method, parziale biografia esistenziale e clinica del grande svizzero, prima allievo e sodale e poi critico di Sigmund Freud.

Platone, come è noto, ritiene che la conoscenza possa usufruire, sia del processo deduttivo, fatto di premesse chiare e conseguenze necessarie, poi sviluppato dal sistema gnoseologico-sillogistico da Aristotele,  cioè la dianoia,  e la nòesis, suo prodromo, cioè l’intuizione come premessa della deduzione logico-argomentativa, potremmo dire oggi.

Il modello platonico-aristotelico e stoico durò, modificandosi, e parlo sempre della cultura Occidentale, (come giustamente sottolinea in molti dei suoi scritti, quasi con pedantesca puntualità, Emanuele Severino), attraverso il pensiero cristiano di autori come Agostino, Anselmo, Tommaso d’Aquino e Giovanni Duns Scoto fino alla rivoluzione filosofico-scientifica del XV-XVII sec.i, quando Galileo e Descartes cambiarono tutto, e, prima e dopo, Copernico, Newton etc.. Negli ultimi due secoli, guardando verso il nostro tempo, sono state forse la fisica e la logica-matematica, con le loro intuizioni straordinarie, da Gödel a Einstein a Heisenberg e Dirac a “fare filosofia” più degli stessi filosofi, con gli sviluppi delle due grandi scuole di analisi della realtà, l’una più deterministica, con la dottrina einsteiniana della relatività generale, e l’altra più probabilistico-quantistica.

Ma qui eviterò di trattare grandi autori classici o contemporanei come quelli sopra citati, cui spesso dedico molta attenzione, come sanno i miei gentili lettori, e men che meno dei fisici di cui sono solo un modesto “orecchiante”, perché vorrei parlare di un bellissimo sintagma, dovuto a Antonio Cosentino, l’inconscio cognitivo, che quasi parafrasa o comunque echeggia Jung. Il ricercatore torinese, attento al dialogo socratico e fautore dell’utilità della filosofia fin dagli anni dell’infanzia umana, ritiene, sulle tracce di Platone, che non tutto dell’umano si possa comprendere e tanto meno capire, poiché molto di ciò-che-è o appare a questo mondo, sfugge, sfugge, sfugge. Sempre. Continuamente.

In altre parole, tornano buone, sia le scuole classiche e moderne di ermeneutica, e dunque Platone e Origene per i tempi antichi (molto sintetizzando in termini di citazioni), e Heidegger/ Gadamer/ Ricoeur, anche qui per citare tre pensatori tra molti altri che meriterebbero di essere ricordati. Ma il lettore mi perdonerà, perché nel mio lavoro di ricerca, che continua da anni su questo sito (oramai 11!) e con la pubblicazione di volumi cartacei, sia pure in maniera non sistematica, li cito e li tratto non poco. Non sono un trattatista sistematico, come si è capito, e questo è un mio limite, bensì un ricercatore rapsodico, che non consente forse un massimo di scientificità accademica, ma forse permette di “farmi leggere” di più, da più persone, e meglio.

Ecco: senza essere “nietzscheani” spinti, là dove il grande tedesco sosteneva che “non esistono fenomeni morali (nel senso di moralmente rilevanti, ndr), ma solo loro interpretazioni degli stessi” (cf. La gaia Scienza etc.), si può ragionevolmente sostenere che l’interpretazione della realtà è quasi un dovere morale, non solo un’esigenza pratica, e dunque ognuno è tenuto a sviluppare un senso critico personale e una capacità di non farsi condizionare, o addirittura manipolare dai mass media, dalla politica o da qualsivoglia entità comunicante con mezzi potenti e persuasivi.

La confusione mediatico-informativa dei nostri tempi lo impone, cosicché sarebbe utile/ necessario far sì che la potenza mediatico-comunicativo-informativa divenga un’opportunità di acculturazione e aggiornamento per tutti.

L’inconscio cognitivo di cui parla Cosentino, allora, potrebbe essere affrontato e gestito con mezzi e strumenti adeguati, tornando alla consapevolezza “socratica” di un sanissimo “sapere di non sapere”, e pertanto di “cercare di sapere”, ma non informandomi sui giornali di partito o su testi ideologizzati, bensì usando strumenti scientificamente affidabili, come libri che trattano con serietà specifici argomenti, programmi televisivi (ne cito due: Rai 5 e Rai Storia tra altri) strutturati e probanti.

Così si potrà ridurre, come auspica il filosofo piemontese e anch’io e moltissimi da gran tempo, il gap di ignoranza tecnica esistente, e Dio non voglia che si tratti perfino di declino cognitivo, che, se persiste diventa pericolosissima ignoranza ignorante e pertanto moralmente rilevante.