I due vizi o difetti del titolo spesso si accompagnano a presupponenza e arroganza, per sconfinare infine nella prepotenza. Bisogna stare molto attenti a questo climax comportamentale ché è molto rischioso per chi ne è “affetto”, soprattutto se di giovane età.

Lo insegnano i sapienti antichi cui spesso mi riferisco e che qui non cito. San Benedetto, di contro, elegge l’umiltà come virtù sicura per scongiurare i vizi di cui sopra. L’umiltà, come è noto, è virtù docente, poiché insegna a sentirsi vicini alla terra, all’humus da cui proveniamo e a cui torneremo, come dice la sapienza biblica: memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris, (Genesi 3, 19) cioè ricordati oh uomo che polvere sei e polvere ritornerai.

Il gran Santo di Subiaco e Montecassino e di settantamila altri monasteri, poi “agganciava”, nella sua Santa Regola,  alla virtù di humilitas, le virtù di silenzio e di obbedienza. La virtù di silenzio perché il monaco imparasse l’importanza di non dare importanza alle proprie parole e la virtù di obbedienza affinché comprendesse il fondamentale atteggiamento dell’ascolto di chi merita di essere ascoltato, perché autorevole, e poteva essere il decano o l’abate, e oggi può essere il mentore o il tutor sul lavoro, l’insegnante o comunque chi può vantare, senza vantarsene, una maggiore seniorità esperienziale e di studio.

Prima di continuare la riflessione, desidero però proporre al mio paziente lettore la poesia di un autore poco conosciuto, regalatami da una mia alunna del corso di antropologia filosofica contemporanea, che parla del nostro argomento, anche se in metafora, e sappiamo come a volte le metafore siano capaci di dire-la-verità più del discorso logico-argomentativo, come insegnava Paul Ricoeur. Eccola:

Non si può stare sempre sulle vette, bisogna ridiscendere…/ A che pro, allora?/ Ecco: l’alto conosce il basso, il basso non conosce l’alto./ Salendo, devi sempre prendere nota delle difficoltà del tuo cammino;/ finché sali puoi vederle./ Nella discesa non le vedrai più,/ ma saprai che ci sono, se le avrai osservate bene./ Si sale, si vede. Si ridiscende, non si vede più; ma si è visto./ Esiste un’arte di dirigersi nelle regioni basse/ per mezzo del ricordo di quello che si è visto/ quando si era più in alto./ Quando non è più possibile vedere,/ almeno è possibile sapere.” (da Il Monte analogo– René Daumal)

Dico subito che la tesi del poeta è solo in parte condivisibile, perché, chi come me sa abbastanza di montagna, sa che anche lo scendere presuppone di sapere di poter incontrare difficoltà diverse e a volte superiori di quelle della salita. E quindi salire e scendere una montagna, è diverso che andare e tornare da Atene a Maratona e viceversa, my dear Aristoteles!

In ogni caso la lirica in verso libero di Daumal ha il merito di focalizzare l’attenzione del giovane sull’esigenza di saper guardare alle difficoltà della salita, a registrarle per non mai sottovalutarle dicendo “ah, è facile, lo sapevo già“, perché quello può esser il momento dell’inciampo o dell’errore nella scelta del sentiero, e chi sa un poco di montagna ben comprende come sbagliare un sentiero può condurre a una situazione di difficoltà irresolubile e a un rischio mortale. Perciò è preferibile che chi non ha esperienza non si metta a pontificare sul meglio da farsi (secondo lui) e piuttosto si metta in ascolto attivo di chi più sa, perché ha più sperimentato e sofferto vivendo l’esperienza.

Sintomo di impazienza e sua conseguenza, in un circolo vizioso, direbbe Paul Watzlavick, è dunque la presunzione, con i suoi corollari della presupponenza, dell’arroganza e infine della prepotenza, magari ammantate di finta umiltà.

Se il significato di impazienza è noto come contrario della virtù di pazienza (dall’etimologia greca di pathos, e latina di passio, patimento, sopportazione e anche… passione) sinonimo di fortezza e coraggio, la presunzione è il vizio di pre-sumere troppo di sé, di credersi più bravi e più sapienti di quanto non si sia; la presupponenza è un porsi agli altri con una certa vanagloria o falsa consapevolezza del proprio valore, mentre l’arroganza denota una certa aggressività conseguente, anche se talora mal trattenuta, poiché spesso se non si dà retta all’arrogante, questi tende a diventare prepotente.

E il prepotente, se ha la possibilità, per status o per ruolo, di poter esercitare la prepotenza, è un bel guaio per chi gli sta attorno.

Se invece non ha né lo status né il ruolo, il bel guaio capita all’incauto.