Era venuta la sera sulla cava di pietra di Beilstein, ditta Westerwaldbrücke, Assia, Deutschland. Gli operai italiani, in maggioranza friulani e abruzzesi più qualche veneto, erano in baracke ad aspettare o a preparare la cena, che toccava come corvèe a turno. Tutti sapevano far da mangiare, bene o male, i friulani meno bene. Ogni tanto qualcuno portava su dal paese una bottiglia di vino, ma solo di sabato. C’era chi tra gli operai friulani giocava a scopa, a briscola o a tressette fuori, sotto una specie di patio fatto di legno di abete come il resto della baracca, con un collega abruzzese. L’abitazione ricordava stranamente quelle che avrebbe visto a Dachau anni dopo, Pietro, che vi sarebbe andato con suo figlio, oramai grande.

Anche quell’anno, a fine febbraio, Pietro aveva portato su per la stagione un centinaio di operai friulani, due corriere piene della Ferrari, con il contratto di lavoro fino ai primi di dicembre, ché i due mesi più freddi erano interdetti al lavoro. Lassù veniva molto freddo e anche neve nei grandi boschi di conifere dove avevano aperto le cave di granito per fornire le dighe olandesi, i põlder, atti a recuperare terreno agricolo al Mare del Nord. Lavoravano a cottimo e c’era chi guadagnava molto, come Pietro perché era forte e stava in cava anche dodici o quattordici ore in piena estate, e chi guadagnava molto meno, e faceva tanta fatica, e l’anno dopo non sarebbe tornato. Allora Pietro cercava un sostituto in uno dei paesi poveri del Friuli di Mezzo o della Bassa. C’erano ragazzi di vent’anni che si erano stancati di lavorare a giornata nelle bonifiche, e padri di famiglia di quaranta che avevano bisogno di qualche certezza maggiore, di una paga più alta, e i tedeschi pagavano in marchi, una paga oraria non male. Il lavoro era durissimo, ma chi voleva e poteva, come Pietro, poteva guadagnare due volte e mezzo il salario che prendeva in fornace in un paese vicino casa, in Friuli.

La partenza per la Germania era di prima mattina, ancora quasi al buio a fine febbraio, all’aurora, quei brevi minuti che preludono all’alba e che, se la giornata è limpida e fredda, tinge l’oriente di tutti i colori della gamma dal rosa all’arancio, con venature di violetto che si perdono tra le nuvole. I pullman sono lì pronti, e le mogli e i figli stanno tutt’intorno in silenzio, in attesa di poter salutare mariti e papà che se ne vanno a più di mille chilometri a nord per guadagnarsi da vivere, pagare i debiti, mandare a scuola i ragazzi.

Ecco, quella sera gli operai erano lì, in silenzio, qualcuno fuori e altri dentro la baracca, era piena estate e la luce del sole del tramonto indugiava ancora tra i rami degli alberi. Il cane di Hans, uno dei colleghi tedeschi autista dei giganteschi camion che portavano fuori della cava i blocchi di pietra, un bastardo simpatico e girovago (il cane, naturalmente), era lì che aspettava il rimasuglio di un osso, un pezzo di pane intriso nel sugo, anche lui silenzioso. Sembrava avesse capito che quella sera era meglio non far rumore.

C’era stato tanto rumore, frastuono e paura verso mezzogiorno. Giovanni era rimasto sotto una pietra. I candelotti di dinamite avevano fatto il loro lavoro, spezzando un costone della collina rocciosa, che era precipitato a pezzi fino all’enorme spianata della cava, polverosa e biancastra. Ma Giovanni aveva indugiato, improvvidamente, in una zona pericolosa, non aveva seguito i compagni che erano scappati quando l’addetto aveva urlato di allontanarsi a distanza stabilita, come sempre. Anche allora, erano i primi anni ’60, c’era un minimo di cura della sicurezza del lavoro, perché il cancelliere Konrad Adenauer ci teneva a che la Germania Federale facesse la sua figura di grande nazione nel mondo, dopo i disastri del nazismo. Il suo successore, il cancelliere Ludwig Erhard, socialdemocratico, aveva fatto perfezionare le leggi del lavoro e qualcosa di buono c’era anche per gli emigranti.

L’urlo di Giovanni aveva lacerato la spianata. Non lo si vedeva, nel polverone causato dall’esplosione. Gli operai si erano guardati l’un l’altro attoniti e spaventati. Erano rimasti come paralizzati. Silvano e Pietro si erano fermati e Silvano aveva esclamato in friulano “Gjovanin a l’è muart“. Pietro non lo ascoltava più, era andato verso il turbinio di pezzi di granito e polvere sotto il costone della collina e l’aveva trovato subito, Giovanni. Svenuto, con le gambe insanguinate e una gamba, la destra, sotto una pietra che (fu pesata in seguito) superava il quintale. Pietro non stette a pensarci e  la spostò con uno sforzo che poi non sarebbe riuscito a replicare. Silvano lo aveva seguito e fu lesto a tirar fuori Giovanni.

Le ferite e le fratture erano gravi e Giovanni, dopo le cure, che durarono mesi a Frankfurt am Mein, non tornò più nella cava di Beilstein. Gli diedero un lavoro in Italia come invalido, e mancò qualche anno prima di Pietro, mio padre.

Stamane questo era il pensiero del risveglio, caro lettor mio paziente, il pensiero che era corso a quella sera d’estate di più di mezzo secolo fa, quando i nostri uomini andavano per il mondo a cercare un futuro, accettando la sorte, guardando negli occhi il destino. I miei studi, i miei saperi, la mia dignitosa carriera di ricercatore e di lavoratore sono figli di quella fatica, di quella paura, di quel dolore.

E ora, nella mia casa grande e confortevole, anche se in affitto, guardo il mio giardino che prelude già al tempo della primavera, gestisco i miei dolori attuali nella solidarietà di chi conosco e dove lavoro e studio e nella pazienza del miglioramento, un merlo maschio mi osserva, mia figlia, nipote di nonno Pietro che non ha mai conosciuto, dorme ancora questo sabato mattina, ed è alta e bella e intelligente e studia lettere e suona l’arpa, anche per il nonno, anche in memoria di quella lontana mattina d’estate.