Non mi ero mai accorto di essere così platonico, anche se ho studiato non poco la visione dell’eros del sommo pensatore ateniese come motore del mondo, in quanto e a guisa di attività desiderante che muove ogni cosa (cf. Simposio, Repubblica, Fedro). I miei studi presso i padri domenicani che sono, pur applicando in convento la santa regola agostiniana, aristotelico-tomisti, non mi impediscono ora di recuperare Platone, cioè il maggiore dei pensatori occidentali, se mi rivolgo al tema socio-politico della rappresentatività elettiva, qui ora, nel ventunesimo secolo, quando è stata ampiamente sdoganata e praticata la democrazia parlamentare liberal-democratica con il suo fondamentale corollario giuridico del suffragio universale.

Giustamente celebriamo questa conquista di civiltà, citando l’anno di grazia 1946 in Italia, quando nel referendum istituzionale votarono per la prima volta le donne.

Platone non credeva nella democrazia rappresentativa a suffragio universale, perché riteneva che non tutto il popolo fosse in grado di conoscere quanto è necessario sapere per decidere del bene comune. Peraltro, già la democrazia periclea non prevedeva che tutti i cittadini partecipassero al voto deliberativo in Atene, cui erano ammessi solo i capifamiglia residenti e in possesso di un certo reddito. Si trattava dunque di una democrazia a base censuaria, un po’ come si sviluppò anche nell’Europa moderna, e in Italia fino a Giolitti nel XX secolo. Una sorta di demo-aristocrazia, dove non è detto che gli “ottimati”, cioè i migliori ammessi a partecipare alle decisioni fossero i migliori sotto il profilo morale e intellettuale, ma essenzialmente i più benestanti, i più ricchi. Io invece sto pensando ai migliori, non sotto il profilo del reddito, ma sotto il profilo morale e culturale.

Da tempo pensavo che il suffragio universale non funziona per il bene comune e, benché socialista da sempre e per sempre, sono dell’idea che occorra ripensarci e valutare la possibilità di operare una selezione tra i decisori, sia pure in un sistema elettorale democratico. E quest’ultima campagna elettorale mi ha ulteriormente convinto circa l’esigenza di procedere in questo senso. Quando ascolto persone, politici di potere come Salvini o Di Maio, parvenu insipiente e pericolosissimo per la sua presuntuosa ignoranza, penso che bisognerebbe sottoporre costoro e i loro sostenitori a un severo esame di etica generale, di storia e di scienze politiche ed economiche.

Anche se quanto segue potrà sembrare irrealistico o addirittura utopico, non mi sembra peregrino pensare a rendere obbligatoria una formazione etica e  socio-politica fin dalla scuola dell’obbligo, dove si possa spiegare, anche ai giovani e giovanissimi “luca traini” da Macerata e da tutta Italia, che cos’è il tricolore, quanto sangue è costato dal Risorgimento in poi, fino alla Resistenza, quanto sacro sia e come nessuno possa impadronirsene come ha fatto il ragazzo di Macerata in quel modo. Di questo argomento bisogna parlare con cognizione di causa, anche collegandolo al pazzesco e pur comprensibile (purtroppo) movente della morte e dello strazio di Pamela.

Di tutto ciò è anche colpa della sinistra politica, che in questi anni, con l’onorevole eccezione del solo presidente Ciampi, il quale era in ogni caso un cattolico liberale, ha lasciato, abbandonato il termine/ concetto/ valore di Patria alle destre. Ciò è pazzesco, perché la Patria è di tutti, di qualsiasi colore politico siano. Non se ne parla, ed è perfin stupido preferire l’espressione “questo paese”, quando si parla dell’Italia, invece dell’espressione equivalente in termini di comprensibilità, ed assai più melodiosa e linguisticamente più economica come “l’Italia”. Mi si spieghi la ragione. Me lo spieghino la miriade di politici e giornalisti e pennivendoli che non riescono a dire “l’Italia” invece che “questo paese”, dai! Connesso a questo tema è quello del lemma “patria”, assolutamente da riprendere nell’uso, magari anche insieme con “matria”, come fanno i tedeschi che, se vogliono indicare la terra dei padri, la patria, appunto, dicono “Vaterland”, la terra dei padri, e se intendono indicare la terra dei sentimenti, dicono “Heimat”, cioè  terra delle madri, matria.

Bersaniii, Boldriniii, D’Alemaaa, Pegoreeer, Grassooo (Speranza, Fratoianni e Civati neppure li cito, perché preferisco, non condividendolo, il comunista vero Marco Rizzo) e la Patria dov’è nel vostro povero lessico, stantio e annoiante?

Altro tema, a modo di esempio: ma cari politici, riuscite a ragionare sui grandi flussi migratori in atto in termini non solo propagandistici, disinformando -come state facendo da anni- l’opinione pubblica in maniera a dir poco delittuosa, ma anche scientifici? Riuscite a spiegare, o non lo sapete fare, che il tema, essendo complesso, non può avere soluzioni semplici? Perché così è di ogni quesito logico che interpelli l’intelligenza umana.

Non esistono razze, ma solo pigmenti ed etnie, culture, tradizioni, storie diverse, diversissime, e la situazione economica e di distribuzione dei beni nel mondo è tale da rendere fisiologiche, cari mercanti di politica del presso a poco, le grandi migrazioni, così come è stato sempre, se si conosce anche solo un pochino la storia del mondo. Occorre approfondire questi temi in modo non semplicistico, e spiegare che sì, bisogna aiutare le popolazioni disagiate nei territori da dove provengono, ma non smettere di accogliere chi comunque cerca prospettive di vita migliori, lavorando su inserimenti proporzionati nelle varie nazioni di questo occidente demograficamente in declino. E allora diventa comprensibile anche l’astruso dibattito, tutto ideologico, su ius soli, culturae et sanguinis in corso. Tutti cittadini abitanti di questo piccolo meraviglioso pianeta, siamo: questo è certo e incontrovertibile.

E questo non è buonismo, oh inclito populista di qualsiasi genia, ma razionalità pura e semplice.