«Nato e vissuto in terra italiana irredenta, all’inizio della guerra fuggì l’oppressore per dare il suo braccio alla Patria, e seguendo l’esempio del suo grande maestro Cesare Battisti, combatté da valoroso durante la vittoriosa controffensiva in Vallarsa nel giugno-luglio 1916. Nell’azione per la conquista di Monte Corno comandò con calma, fermezza e coraggio il suo plotone, resistendo fino all’estremo e soccombendo solo quando esuberanti forze nemiche gli preclusero ogni via di scampo. Fatto prigioniero e riconosciuto, prima di abbandonare i compagni, protestò ancora contro la brutalità austriaca e col nome d’Italia sulle labbra, affrontò eroicamente il patibolo. Monte Corno di Vallarsa, 10 luglio 1916.». (dalla motivazione del conferimento della Medaglia d’oro al Valor militare)

 

Il patriota socialista Battisti e i parenti di Fabio Filzi, la nipote Elena, il maestro Galdino Zanutto e il figlio Piero, ricordi di quand’ero bambino a Rivignano e andavo in via Vittorio Veneto da none Catine e nonu Dante.

E nella via trovavo il maestro Costantino, che mi insegnò dalla terza alla quinta elementare, entusiasmandomi con le vicende dell’antica Roma, dell’Impero, di Marco Furio Camillo e Quinto Fabio Massimo, il Cunctator, il Temporeggiatore, Annibale e Attilio Regolo, Muzio Scevola e Giulio Cesare, i fratelli Gracchi, Marco Aurelio  e Traiano, fino all’imperatore Costantino e alla battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, quando apparvero nel cielo le parole In hoc signo vinces… e lui vinse, con Cristo. Sono quello che sono, e lo ho scritto qui altre volte, anche grazie al maestro D’Agostini, che abitava nelle “case Fanfani”, come il professor Ferrara, che mancò giovane, marito di Lelia e papà di Edelweiss, di Gianna e  Francesco.

Poi c’era la famiglia di Mario Tosato, che litigava con la nonna per via di confini, che si regolò a un certo punto. E, lungo la via trovavo i Macor, la Clelia, la Tedesca, Civulìn, strampalato ex carabiniere in pensione, e poi i Collavini, i Talmassons, mia santola Rita Aloisio e suo padre con l’asino grigio. Girando a sinistra in fondo si arrivava in via Nievo, la famiglia De Sabata, Agostino, Gianfranco e Maria Grazia, e mamma Matilde Vogrig veniva da Grimacco nelle Valli. Poi c’era lo zio professor Diego, addetto culturale a Istanbul compagno delle elementari di mio papà, che era bravo più di lui ma non aveva potuto studiare.

Aaah, ma volevo raccontare una cosa, la storia dei pantaloncini corti del nipote di Fabio Filzi.  Per questo ho iniziato il pezzo memorando il Patriota eroico del 1916, compagno d’ideali e d’arme del tenente Battisti. Animi nobili, cui rivolgere il nostro pensiero grato, reverenti, di questi tempi amari e insipidi.

La signora Elena passava a mia madre i vestiti dismessi, ancora buoni di suo figlio Piero, che era più grande di me di tre anni. Quell’anno arrivarono a fine gennaio un bel paio di pantaloncini corti di lana buona, grigi a righine più scure. Il 2 febbraio era una bellissima giornata e io li volli indossare. Era freddo ma il sole già scaldava quasi preannunzio di primavera. Forse avevo sett’anni, non di più. Non ho mai patito il freddo, sono fatto così, temprato di natura. Avevamo le camere fredde, senza riscaldamento e ci si abituava.

Da quel 2 febbraio, ogni anno successivo, il 2 di quel mese ancora invernale ma pieno di luce e di promesse di rinascita, volevo mettere i pantaloncini corti, qualsiasi tempo poi venisse, anche la neve. E capitò che andai a “servir” la messa delle 6 di mattina, cinque o sei gradi sotto zero, con i pantaloncini corti, sopra molte maglie, il cappottino, la sciarpa e il berretto di feltro, tutto bene. Non presi mai un raffreddore.

Ma forse era perché don Aurelio, il prevosto, don Paolo il cappellano o don Primo il giovane cooperatore, mi lasciavano sempre, a fine messa, un goccio di verduzzo dall’ampolla eucaristica. Era senz’altro lo spirito del Maestro, che benevolmente mi assisteva, quando venivo in chiesa all’alba, con i pantaloncini corti del nipote di Fabio Filzi.