Di Liliana Segre e di Attilio Fontana abbiamo parlato qualche giorno fa, di Salvini abbastanza spesso e non con toni di particolar encomio, mentre raramente qui cito emuli attuali del fascismo storico come Forza Nuova o altre sigle nostalgico-reazionarie più stagionate come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, tristemente note per vicende di alcuni decenni fa. Del sindaco di Roma Virginia Raggi mi son raramente occupato, se non per sottolineare la di lei e del movimento cui appartiene evidente e fastidiosa insipienza. Questa volta, però, la devo e voglio lodare, anche se con riserva. Analogamente alla mia proposta di togliere la dedicazione di piazze e vie al generale Luigi Cadorna in tutt’Italia, lei ha proposto di fare altrettanto con i firmatari del manifesto della razza, corrispondenti ai nomi di seguito elencati: Lino Businco, assistente alla cattedra di patologia generale all’Università di Roma, Lidio Cipriani, professore incaricato di antropologia all’Università di Firenze, Arturo Donaggio, direttore della Clinica Neuropsichiatrica dell’Università di Bologna, presidente della Società Italiana di Psichiatria, Leone Franzi, assistente nella Clinica Pediatrica dell’Università di Milano, Guido Landra, assistente alla cattedra di antropologia all’Università di Roma, ritenuto l’estensore materiale del manifesto della razza, Nicola Pende (attestazione incerta), direttore dell’Istituto di Patologia Speciale Medica dell’Università di Roma, Marcello Ricci, assistente alla cattedra di zoologia all’Università di Roma, Franco Savorgnan, professore ordinario di demografia all’Università di Roma, presidente dell’Istituto Centrale di Statistica, Sabato Visco, direttore dell’Istituto di Fisiologia Generale dell’Università di Roma, direttore dell’Istituto Nazionale di Biologia presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Edoardo Zavattari, direttore dell’Istituto di Zoologia dell’Università di Roma. (fonte Wikipedia)

Leggo che in tema Francesco Rutelli, già sindaco di Roma, si dichiara d’accordo sull’iniziativa, ma dissente dalle affermazioni a mio parere necessariamente trancianti del Presidente Mattarella sull’essenza del fascismo, tutto e totalmente negativo perché intrinsecamente violento e antidemocratico, esplicitate qualche giorno fa. Per quanto mi riguarda non necessito delle opinioni di Rutelli per esprimere qualche riflessione diversa dal Presidente, anch’io, pur comprendendo benissimo che il Presidente di tutti gli Italiani deve farsi capire -e ben capire- possibilmente da tutti, e quindi non può indulgere nelle sue esternazioni a sofisticati distinguo di carattere accademico o semplicemente storiografico, senz’altro consentiti a storici del fascismo e della contemporaneità come un Renzo De Felice, un Emilio Gentile, un Giovanni Sabbatucci, un Francesco Perfetti o un Giordano Bruno Guerri.

Il fascismo, teorico e pratico è stato ed è una dottrina violenta e ontologicamente -sotto il profilo della filosofia politica- antidemocratica e totalitaria, su questo niun dubbio, ma nella sua estrinsecazione storico-politica è stato anche altro, e non perché, orecchiando qua e là, lo dice uno come Salvini, che non ha dedicato certo molto tempo allo studio, ma in base a dati ed elementi obiettivi, come quelli sotto elencati.

Ad esempio sulla rivista Primato, voluta dal Ministro della Cultura Giuseppe Bottai furono numerosi i collaboratori, dagli universitari ai militanti, in ogni campo, e in seguito ben noti studiosi nell’Italia democratica e repubblicana, per dire che vi fu spazio anche per loro. Ad esempio: per la filosofia Nicola Abbagnano, Enzo Paci, Ugo Spirito e Galvano Della Volpe; per la letteratura e la critica letteraria Carlo Muscetta, Mario Alicata, Walter Binni (del cui omonimo figlio fui allievo di discipline bibliche), Gianfranco Contini, Enrico Falqui, Francesco Flora, Mario Praz, Pietro Pancrazi; per le scienze politiche e la storia Luigi Salvatorelli, Giorgio Spini, Francesco Olgiati, Nicola Valeri; per la narrativa Corrado Alvaro, Riccardo Bacchelli, Romano Bilenchi, Alessandro Bonsanti, Giovanni Comisso, Vitaliano Brancati, Dino Buzzati, Emilio Cecchi, Giuseppe Dessì, Carlo Emilio Gadda, Vasco Pratolini, Cesare Pavese; per la poesia Alfonso Gatto, Mario Luzi, Sandro Penna, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Vincenzo Cardarelli; per il giornalismo Leo Longanesi, Paolo Monelli, Indro Montanelli; per la pittura Filippo De Pisis, Orfeo Tamburi, Renato Guttuso, e molti altri che operarono e scrissero senza grandi problemi sotto il fascismo. Il meglio della cultura italiana, anche laica, liberale e di sinistra, del ‘900.

Circa gli aspetti storiografici, ad esempio, il professor De Felice (in 8 volumi per quasi 6000 pagine con ricca documentazione biografica su Mussolini), sottolinea tre aspetti: 1) l’origine certamente socialista del pensiero di Mussolini stesso, che costituisce un tratto originale e differenziante del “suo” fascismo da quello di altre dittature di destra contemporanee; 2) la distinzione fra il “fascismo movimento” e il “fascismo regime”; 3) la realizzazione di un consenso diffuso tra gli Italiani, determinante a garantire stabilità e successo al regime. Il merito di De Felice è stato forse quello di separare la discussione politica sul fascismo e sugli esiti totalmente deleteri della sua esperienza in Italia, da una riflessione teoretica in grado di collocarlo in uno scenario di analisi delle dottrine politiche degli ultimi cento anni. In ogni caso, sia pure nel tempo, anche studiosi più militanti sul fronte dell’antifascismo finirono con il riconoscere alla ricerca di questo storico la serietà derivante da un’ampia e precisa documentazione, anche se forse non del tutto e proporzionalmente attenta alle crudelissime azioni terroristiche che il fascismo condusse e perpetrò in Libia, in Etiopia e nei Balcani.

Certamente la progressiva distanziazione temporale della ricerca defeliciana e dei suoi “allievi” sopra citati, dal fascismo storico italiano, quello del ventennio 1922/ 1945, ha giovato a questa comprensione del fenomeno, rispetto alla temperie che si viveva negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra mondiale e alla Guerra civile, quando, vivi ancora molti dei protagonisti, era praticamente impossibile discutere serenamente di quel periodo. De Felice ebbe dunque il merito di portare le sue ricerche nel dibattito pubblico sul tema, e obiettivamente servirebbe, proprio di questi tempi frettolosi ed “ignoranti”, riprendere un poco la sua e altre documentazioni per parlare di cose-che-si-sanno veramente, non di cose che “secondo me… e tu, se non la pensi come me, non capisci niente“, tipiche della pigrizia documentale odierna. Oggi i più si “formano” sui talk show, sul web e a volte sui quotidiani di partito o giù di lì, invece che sui trattati di storia. Dall’altra parte ci sono gli antifascisti “di maniera” à la Boldrini, che sono altrettanto deleteri.

Certamente il regime mussoliniano diede vita a istituti importanti come l’Inps, l’Inail, l’Iri, dando respiro a una sorta di “socialismo genetico” del Duce, e questo è indiscutibile e non perché qualcuno lo ha suggerito a Salvini o alla Meloni (candidata a premier, urca!), ma la Storia ha già detto la sua negatività sostanziale. E la Storia non si fa con il senno di poi, anche se mi piacerebbe pensare a un Benito che resta sulle tracce di Pietro Nenni, suo amico, con cui condivideva le arance che gli portava Rachele Guidi nel carcere di Forlì, dopo i moti operai dei primi anni ’10.

E ci sono perfino in questi giorni strani, e ciò è massimamente terrificante, trentenni che si candidano a “Capi del Governo” e non sanno neppure chi siano stati Alcide De Gasperi, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, e non dico Giovanni Giolitti, Benedetto Croce, Filippo Turati, don Luigi Sturzo e Antonio Gramsci. Che tristezza, ma è una bella giornata, e andiamo avanti.