Caro lettore,

nonno Dante, papà di mia mamma Luigia mi raccontava del Piave e della vittoria, dopo la rotta di Caporetto nell’ottobre del ’17. Lui era stato prima sul fronte del Carso e dell’Isonzo, nella Terza Armata, nel fango e nel freddo, nella sporcizia, nel dolore e nella paura di non farcela. Poi ce la fece se son qui a raccontarla. Come ce la fece mio padre Pietro in Grecia e Albania nel ’41-’43, se son qui a raccontarla. I racconti del nonno, tra una sigaretta rollata di trinciato forte e una carezza delle sue mani nodose, erano epici. L’odore del suo fumo si confondeva con il fumo degli scoppi delle granate, nella mia immaginazione bambina.

E ogni tanto cantava canti di trincea, strascicando le vocali alla furlana, dimenticando parole e con gli occhi un poco lucidi. Lui era un ragazzo del ’94, e quando il generale tedesco von Below sfondò a Kobarid e sul Kolovrat, aveva ventitré anni, era un vecjo tra i fanti che dovettero fuggire oltre il Tagliamento e di là del Piave. Non so se partecipò alla battaglia di Codroipo o fu tra quelli che passarono il grande fiume più a nord, verso Cornino. Non me lo disse o non lo ricordo.

Era bello sentire i suoi racconti, più sintetici di quelli di mio padre, che amava indugiare in un’affabulazione straordinaria, ma anche nonno Dante la sapeva raccontare. E mi disse anche di quando furono precettati i ragazzi del ’99, molti dei quali non avevano ancora compiuto diciotto anni. All’inizio furono chiamati circa 80 000 giovani del ’99, da gennaio ad aprile del 1917, a cui venne impartito un frettoloso addestramento militare, e in seguito altri 160.000 e altri ancora entro il luglio dell’anno stesso. I primi arruolati vennero inviati al fronte solo a novembre del ’17 e in seguito gli altri. La scelta di chiamarli alla guerra si rivelò molto importante per gli esiti delle ultime battaglie, al prezzo di sangue e di morte che possiamo immaginare. Essi combatterono sul Grappa, sul Montello, sul Piave, a Vittorio Veneto, fino alla fine, ottobre 1918. In molte città italiane vi sono vie o piazze dedicate alla loro memoria, e trovo nei cimiteri dl Friuli, dove amo indugiare, molte loro lapidi.

Nel suo discorso di fine anno il Presidente Mattarella ha fatto un parallelo tra quei “ragazzi” e i loro omologhi di cent’anni dopo, quelli del 1999, che andranno a votare per la prima volta alle elezioni politiche del 4 marzo prossimo. Diciottenni cui la Patria cent’anni fa chiedeva anche la vita, e diciottenni cui questa “Patria”, chiamata dai più “paese”, chiede un voto, possibilmente documentato e responsabile. Che sia stata quella di un secolo fa una generazione sfortunata, vien da dire in modo ordinario, e quest’ultima? E’ più fortunata? Certamente oggi nessuno chiede a questi ragazzi il sacrificio della vita, ma che cosa li aspetta domani?

Quei ragazzi italiani impararono a conoscersi nel fango delle trincee, mentre questi si messaggiano sui social. Che abissale differenza! Che cosa fecero dal 4 novembre 1918 in poi quei nostri nonni e bisnonni, trovarono lavoro, ebbero garanzie dal Regio Governo, dal Re Vittorio? Non risulta. Tornarono a casa e affrontarono un dopoguerra durissimo, per molti tragico, di miseria e abbandono, come sicché la Storia d’Italia prese la piega che tutti conosciamo.

Possiamo dire che i nostri diciottenni sono più fortunati? Mi pare di sì, ma sarebbe opportuno che glielo si dicesse, senza intonare inni di gloria e di lode, ma per renderli consapevoli che comunque loro sono nati in una democrazia, se pur imperfetta come ogni opera umana, e sono tutelati da una nobile Costituzione. Questo è utile, anzi indispensabile che sappiano bene, mentre invece nessuno glielo spiega, neppure la scuola che ha abolito l’educazione civica e non insegna la storia contemporanea, preferendo la multiculturalità, certamente da conoscere, ma non senza sapere nel contempo chi si è, da dove si viene, che nazione siamo e che storia ci ha permesso di essere qui come siamo, in mezzo a mille problemi, ma anche con altrettante potenzialità. A volte, i nostri ragazzi sono come ignari, muti, afasici, resi scettici dai mass media. confusi.

Il richiamo del Presidente, affinché non suoni retorico, deve trovare echi e spiegazioni opportune nei luoghi deputati: famiglie, scuole, università, mezzi di comunicazione, società tutta nelle sue articolazioni e manifestazioni vive.

 Altrimenti tutto sembrerà occasionale e stantio, come molte delle parole che la politica attuale usa, in una stanca coazione a ripetere. Ognuno sul suo faccia qualcosa per i nostri, con la parola e con l’esperienza, per alimentare una ragionevole speranza di futuro.