Scrive Paolo Boschini docente e amico filosofo modenese, nel suo bell’articolo “Multi-versum. Presupposti filosofici per un pensiero della differenza convergente“, pubblicato nel numero 42, Luglio-Dicembre 2017 della rivista Teologia dell’Evangelizzazione, che siamo abituati da sempre a trattare le cose del mondo  in cui viviamo riferendoci all’uni-verso, sia nel senso fisico del termine, sia nel senso logico. In altre parola noi intendiamo “universo” come un qualcosa che, da un lato contiene tutto quello che conosciamo, cosmo, terra, vita, umani e, dall’altro, ogni aspetto della vita soggettiva, della cultura, della morale, cioè della conoscenza del “tutto”. Sappiamo, peraltro, che molti fisici già da tempo parlano di multi-versi

In realtà, egli osserva, a un certo punto dell’evoluzione culturale dell’Occidente, superate le ultime stantie reminiscenze “scolastiche”, che di aristotelico-tommasiano oramai avevano ben poco, con Galileo e Descartes, si è capito che lo studio della realtà doveva far conto di un’analisi puntuale di ogni cosa, utilizzando il metodo induttivo-deduttivo, senza la pretesa di sintetizzare ogni sapere in una nozione meramente metafisica del suo stesso “essere”.

In ogni caso, per quanto mi riguarda, salvo senza alcun patema o dubbio la metafisica classica dell’ente, dell’essenza e dell’essere, perché mi permette di fare su ogni cosa, o ente, un discorso generalissimo che vale sempre e comunque: se io analizzo una matita, potrò sempre dire che essa è un uno, prima ancora di analizzarla sotto il profilo matematico e fisico (lunghezza e peso), e chimico (è fatta di legno, grafite, etc.). Metafisicamente la matita è un “uno” avente l’essenza sua tipica, senza la pretesa di dire di più.

Paolo, nel redigere l’articolo si ispira anche al discorso di papa Francesco tenuto al Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 novembre 2014, quando Bergoglio provò a stimolare la pur mediocre assemblea con parole in qualche modo pro-fetiche, nel senso di adatte a quell’uditorio in quel momento storico e cariche di positività: “(…) Possiamo legittimamente parlare di un’Europa multipolare. Le tensioni -tanto quelle che costruiscono quanto quelle che disgregano-  si verificano tra molteplici poli culturali, religiosi, e politici. L’Europa oggi affronta la sfida di globalizzare ma in modo originale questa multipolarità. (…) Globalizzare in modo originale -sottolineo in modo originale- la multipolarità comporta la sfida di un’armonia costruttiva, libera da egemonie che, sebbene pragmaticamente sembrerebbero facilitare il cammino, finiscono per distruggere l’originalità culturale e religiosa dei popoli” (brano tratto da L’albero e le radici, in Sognare l’Europa, EDB, Bologna 2017, 45-46).

Occorre dunque comprendere il pluralismo, passando dall’idea che tutto sia riconducibile alla semplificazione, all’idea multi-polare di ogni cosa che può essere vista in modo prismatico e differenziato, a seconda dei luoghi, dei tempi e dei percettori.

Il senso del pluralismo sta in un mondo che  non pretende di imporre a nessuno un centro, poiché il mondo è senza centro, come sostiene Raimon Panikkar nel suo Il mito del pluralismo. La torre di Babele. Una meditazione sulla non-violenza (in Culture e religioni in dialogo. Pluralismo e interculturalità, Jaca Book, Milano 2009). Ma vi è un passo ulteriore da fare, quello di giungere a una visione del mondo e delle cose non più soltanto pluralista ma multi-versale, che significa, non solo accettare che le cose siano interpretabili in molti modi, ma lo siano anche partendo da diversi punti di vista, da una ragione e un sapere che si possono definire multi-versali, non solamente uni-versali, e non è un cambiamento di poco conto.

Beninteso non si tratta di un cedimento logico al relativismo contemporaneo, per cui è indifferente A o B se -di volta in volta- conviene anche solo utilitaristicamente A o B, indipendentemente da valore veritativo e morale intrinseco di A e di B, ma si tratta di un porre-in-relazione A con B e con C e avanti, rispettando, non solo le diverse opinioni, ma i differenti ambiti socio-culturali da cui le opinioni stesse provengono, non attribuendo mai in modo pre-giudiziale valore di verità assoluta a ognuna di esse, ma apprezzandone il valore in relazione al nostro metro di giudizio, ed evitando gli anacronismi e, di contro, antropologismi generici, come quelli dello studioso che ammette “eticamente” l’infibulazione delle bambine solo perché è in uso presso certe culture tribali, senza porsi una domanda sul valore dell’integrità e dell’intangibilità morale e psico-fisica di ogni essere umano.

Un altro punto di riferimento proposto da Boschini è il richiamo a Galileo, specie nella Lettera a Cristina di Lorena sull’uso della Bibbia nelle argomentazioni scientifiche, con la quale il grande pisano spiega che la Bibbia è utile, anzi indispensabile, per coltivare la dimensione religiosa dell’uomo e la sua propria fede, mentre la ricerca scientifica lo è per la conoscenza fisica e pratica del mondo e di tutte le cose, e a Denis Diderot (cf. Enciclopedia, Diderot – D’Alembert), come sistematore di una molteplicità del conoscere, senza che questa infici l’unitarietà del sapere e l’unità del mondo. Bibbia e ricerca non confliggono se le si lascia “agire” nei loro propri ambiti.

Possiamo condividere che la  realtà è composta da verità locali (cf. Zampieri), e che essa contiene la verità, pur avendo principi oscuri, ovvero princìpi dall’oscurità, con diversità radicali, codici linguistici vari e differenze interpretative. La realtà/ verità è dunque diversa da Facebook, o da ogni altro social, che sintetizza arbitrariamente tutto ciò che viene ivi caricato, mentre la vita vera si dipana tra il non-essere-ancora e il poter-essere di ogni esperienza.

Oso dire anche, alla luce del “multi” in sostituzione del “uni”, che una filosofia della conoscenza può essere oggi quella della fusione degli orizzonti (cf. H. G. Gadamer), della metafora infinita (cf. P. Ricoeur), o dell’interpretazione inesauribile (cf. L. Pareyson), atta a favorire una sorta di convergenza relazionale (Boschini) e intensificazione solidale (sintagma mio) tra tutte le persone, al fine di collegare e cor-relare di nuovo intelligenze e cuori attualmente sempre più separati e disgiunti. Abbiamo bisogno di un pensiero multi-versale, per recuperare solidarietà e comprensione, vincendo l’anomia dell’egoismo narcisistico che dilaga da qualche decennio. E c’è speranza, a parere mio.

E infine, caro lettore, che ne diresti se anche l’istituzione accademica che dai tempi del Medioevo occidentale siamo usi chiamare “università“, si denominasse -a maggiore ragione- “multi-versità“?