Parafrasando me stesso e… Eugenio Montale, mi è venuto in mente questo titolo.

Qualcuno ricorda che anni fa scrissi un pezzo, poi pubblicato -se non ricordo male- nel volume La sapienza del koala, dal titolo assonante, cioè I professori del nulla, con il quale mi riferivo ironicamente a quegli intellettuali da strapazzo che avevano iniziato a imperversare nei talk show, criminologi, massmediologi, psico-neuro-socio-tele-esperti, matematici che fanno i teologi e teologi che fanno i tuttologhi o i tuttologi (cioè quelli che vogliono insegnarti la fisica quantistica e non conoscono nemmeno il teorema di Pitagora), che sono la stessa cosa ma fa figo distinguerli, e così via.

Invece la parafrasi montaliana è più seria. Il maggior poeta italiano del ‘900 scrisse un volumetto dal titolo identico a questo del post, Il mercato del nulla.

Trascrivo letteralmente dall’aureo volumetto pubblicato nei mesi scorsi dal Corriere della Sera per la serie Grandangolo su Eugenio Montale, curato da Massimo Natale:

Ne Il mercato del nulla, per esempio (dell’ottobre 1961) si denuncia la “quasi totale scomparsa della conversazione (probabilmente il solo divertimento dei nostri antenati)“, e il fatto che “lo scambio di idee sia diventato un genere particolare di spettacolo. Tre o quattro persone che sono ritenute qualificate, abilitate a esprimere idee, si radunano attorno a una tavola rotonda, e il pubblico, stupito e annoiato (o, aggiungerei io, comandato ad applaudire), assiste al loro colloquio.”

A distanza di quasi mezzo secolo siamo ancora qui, con il profluvio di talk show, uno più demente dell’altro, fatto di protagonisti sedicenti esperti e di un pubblico, che sembra figlio di quello descritto da Montale, allora.

La cifra stilistico-comunicativa dello spettacolo è costituita, in generale, da due elementi: il primo, è un costante “parlarsi sopra”, senza rispetto per interlocutori e ascoltatori, e del tempo necessario per un ascolto attivo, il secondo, un uso della lingua italiana che definire povero e banale è perfin generoso, poiché a volte è di uno squallore irritante, caratterizzato da un lessico stereotipato e ripetitivo, povero e banale, e da coniugazioni verbali approssimative, preludio di una volgare destrutturazione del periodo in unità paratattiche prevedibili e noiose. Con qualche eccezione onorevole, come nel caso di Enrico Mentana, se il gentil lettore me lo consente, e fors’anche di Nicola Porro.

Gli altri, a partire dall’immarcescibile untuoso Vespa,  passando per Floris, Bonolis e Fazio, l’ammiccante strapagato, e altri ancora di cui mi impegno a dimenticare i nomi, sono i mentori di un livello comunicazionale vicino alla dannosità morale, per approssimazione informativa e modalità espositiva.

Un altro ambito nel quale da decenni svolte un mercato dl nulla, o quasi, è quello della politica. Comunicazione e politica dunque, ovvero comunicazione della politica e politica della comunicazione. Non gli unici due ambiti dell’impoverimento antropologico attuale, ma tra i principali, fermo restando che il caput vitiorum di questa deriva è la crisi della riflessione, del pensiero raziocinante, della logica argomentativa, cui segue necessariamente (direbbe Spinoza) la crisi di ogni altra disciplina umana, a partire dal sapere etico.

C’è da essere, più che sconcertati, ché non è più il tempo dello sconcerto, oramai addirittura delusi, con solo uno spiraglio in fondo di speranza che crescano le generazioni giovanili a ripulire questa melma. Ma con un’avvertenza, che non si pensi al giovanilismo come a una panacea, a un rimedio erga omnes et erga universas res: infatti Di Maio ha trentuno anni e sembra un veciùt (vecchietto in lingua friulana), per abbigliamento, stereotipi e ripetitività verbosa.

Le prime linee della politica, fo per dir, cioè i personaggi più importanti dello scenario attuale, annoverano cinque o sei personaggi che vanno analizzati e comparati con i loro predecessori degli anni ’50/ ’60/ ’70/ primi ’80, anche se non possiamo trovare simmetrie perfette, a fronte di n cambiamento radicale delle denominazioni e dei contenitori partitici, poiché i partiti di trent’anni fa non esistono più. Quelli di oggi ne escono a pezzi. Proviamo: Renzi vs Berlinguer, Moro e Craxi. Voi direte che non vale. Un pivello contro tre pesi massimi delle tre tradizioni popolari italiane, quella comunista, quella cattolica e quella socialista. Ma il Partito democratico in parte è erede di tutte e tre e il segretario ne porta oneri e onori, si fa per dire. Se Berlinguer era un francescano laico, Moro uno studioso paziente e buono, mentre Craxi la quintessenza del criterio politico anche nella sua versione cinica. E Renzi?

Salvini va confrontato con il fondatore della Lega Bossi e non fa una gran figura: grezzi e popolani tutti e due, ma il giovane ha un ghigno inquietante, ma sarà colpa della muscolatura facciale.

La Meloni con Almirante, e qui non serve dire di più, che Almirante, fascistissimo, era di ben altra tempra culturale e politica.

Berlusconi andrebbe paragonato a Malagodi, me della forza politica di questi rappresenta ben di più, poiché Forza Italia, nelle sue varie versioni, è molto più grande del vecchio Partito Liberale, ma molto più piccola sotto il profilo culturale e politico: infatti dovremmo salvare forse solo Martino e Frattini di quella linea classica. Berlusconi è comunque un unicum, un fainomenon di questi ultimi decenni, quando la politica si è fatta commissariare da giudici e uomini d’affari, soprattutto in Italia. Ecco, se vogliamo, con l’eccezione di Violante, anche la prova dei giudici in politica è stata ai limiti dell’indecenza culturale, Di Pietro e Ingroia mentori, con il loro codazzo di laudatores à la Travaglio.

Oppure, continuando in questo gioco leggero, possiamo paragonare Di Battista a Claudio Martelli, che ne dite? Ci sta?

Nel titolo c’è l’attenuazione del “quasi”, e pertanto si può anche citare qualche figura decente, di questi tempi, variamente sparsa a destra, centro e sinistra oppure in ciò che ne rimane declinata in questi tempi. Nella Lega Roberto Maroni e Zaia?

E a sinistra? Veltroni sì, ma non D’Alema, e Bersani, purtroppo perché mi è simpatico, sta declinando rancoroso. Grillo non merita comparazioni, se non con il Pappagone di Peppino De Filippo. E questo ha inventato un movimento-partito che accontenta un votante italiano su quattro. Si dice sempre male dei governanti, ma chi li manda lì, chi elegge i sindaci? Gli elettori. E pertanto, si deve ammetter che ogni comune e ogni nazione ha il sindaco e il governo che si merita. O no?  Della signora Boldrini non voglio dir nulla, ché si arrangia da sola a restare nella storia come figura di sbieco, capitata lì.

L’amarezza, lo sconcerto, il disincanto forse oggi la fanno da padroni, ma ancora di più la pigrizia mentale, le generalizzazioni, l’accontentarsi della prima e della seconda pagina del web, la dismissione della lettura di libri, l’informazione di parte, dove ognuno (o i più) cercano solo conferme ai propri pre-giudizi. Oh, san Tommaso d’Aquino, spiega tu che i pre-giudizi sono giudizi incompleti, e che nessuno si può fare un’idea leggendo solo stampa e prese di posizione della propria squadra del cuore, ma deve allargare lo sguardo, altrimenti rischia di trovarsi l’analfabeta Di Maio capo del governo.

Se poi passiamo ai sindacati, compariamo Barbagallo della Uil a Enzo Mattina, a Silvano Veronese, a Benvenuto, oppure anche a Renato Pilutti, posso dirlo? Vogliamo paragonare la signora Camusso a Giuseppe Di Vittorio, a Vittorio Foa e a Bruno Trentin o Luciano Lama, e la Furlan a Pierre Carniti?

Declino. Dove sono i prodromi della speranza, caro lettore? A mio parere nella lettura seria e continua di testi vari e affidabili, nella cultura, nella paziente opera di crescita spirituale, intellettuale e morale di ciascuno: solo così possiamo nutrire la speranza di una crescita nuova. Io ho fiducia.