L’attentato jihadista alla moschea sufi di al-Rawdah, a Bir al-Abed, nel governatorato del Nord Sinai, mi suggerisce di trattare brevemente questo meraviglioso tema.

Il misticismo è un modo di porsi del sentimento religioso e filosofico che ricerca l’unione intima col divino, mediante l’ascesi e la meditazione interiore. Si tratta di una disposizione dell’anima tesa a una specie di dedizione totale, a una religiosità profonda e sincera.

Il termine trae origine dal verbo greco mùo, ein, cioè nascondere per far intravedere, quasi, da cui mystikòs.

E’ presente in tutte le tradizioni, in quelle orientali come l’induismo e il buddismo, che qui non tratterò, e anche, fortemente in quelle mediterranee, semitiche, o del libro, nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam.

Mi fermerei essenzialmente su queste due ultime tradizioni, a partire da quella cristiana.

 

NEL CRISTIANESIMO

Il misticismo cristiano, e questo lo si ignora molto, in verità, oggi molti preferendo le mode orientaleggianti magari mutuate dalla New Age, si è sviluppato nel tempo fin dai primordi della tradizione evangelica, con i Padri del deserto presenti nel delta del Nilo come anacoreti, e con le prime esperienze cenobitiche di Basilio il Grande, peraltro autore della prima regola monastica. Si è trattato di pratiche di vita e di preghiera di tipo ascetico che hanno influenzato e sono state influenzate a loro volta dalla teologia della chiesa nascente e poi, più precisamente dalle due tradizioni che si sono sviluppate anche separatamente, quella occidentale cattolica, e quella orientale ortodossa, almeno dai tempi del patriarca Fozio, IX secolo. Figure gigantesche, come quelle di Origene e di Agostino hanno a  che fare con queste tradizioni, così come in personaggi meno noti ai più, come Evagrio Pontico, Giovanni Climaco e Giovanni Cassiano.

Con questi personaggi il misticismo si collega alla teologia, ma con una metodologia che sposa, alla lettura e alla preghiera, un forte spirito e pratiche ascetiche, cioè esercizi di semplicità e di povertà materiale, quasi a contrasto di una ricchezza spirituale inusitata.

Più avanti nel tempo, prima per il tramite del composito movimento benedettino fin dal VI secolo, non vi è dubbio che la teologia ebbe a che fare molto con il misticismo, per dire, anche con il maggiore dei teologi medievali, quel Tommaso d’Aquino che è nella linea della mia formazione come nessun altro. Dimenticanza di sé, sobrietà di costumi, meditazione profonda e contemplazione sono gli elementi esistenziali dell’approccio mistico al sentimento religioso, e conoscono un acme straordinario nei secoli che vanno dal XII al XVI, con lo sviluppo, specialmente nel mondo benedettino di straordinarie esperienze. Nomi come quelli che seguono, san Francesco e santa Caterina da Siena per la tradizione italiana, Johannes Meister Eckhart, Heinrich Suso, Johannes Tauler, e badesse come Beatrice di Nazareth, Beatrice van Tienen, Hadewich e Ildegarda di Bingen, per la cultura religiosa germanica, ovvero per quella ispanica, Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, costituiscono esempi straordinari di pratiche mistiche, che vanno dalla contemplazione estatica della Scrittura, con la Lectio Divina, prodromo inesauribile di ogni Sacra Doctrina, alle visioni, anch’esse di tipo estatico (che è uno stare-fuori-di-sé, dal greco èk-stasis).

In tempi più vicini a noi troviamo altre figure che qui preferisco non richiamare, perché di profilo di gran lunga inferiore a quelle sopra citate, come se il misticismo si fosse un poco perduto, con la modernità, eccezion fatta forse per un… filosofo, il danese Søren Kierkegaard. Si può forse citare papa Giovanni Paolo Secondo, con la sua attenzione per la conterranea, la beata suor Faustina Kowalska e per il padre Pio da Pietrelcina, proclamato santo.

 

NELL’ISLAM

Nell’islam il sufismo o tasāwwuf  (in arabo: تصوّف‎, taṣawwuf, cioè lana) è la forma di ricerca caratteristica della cultura islamica. I sufi almeno la pensano così, come le pacifiche persone della moschea del massacro. Anche dal punto di vista filosofico il sufismo si pone con nettezza come una linea di pensiero e di meditazione sull’esistenza umana che non ha nulla a che fare con il letteralismo della linea wahabita, propugnata, speriamo solo finora da grandi plessi politico-religiosi come quello saudita (auguriamoci che il prossimo re Salman muova le acque stagnanti e promuova un illuminismo musulmano, perché anche l’occidente cristiano necessitò di un illuminismo laico, benedetti siano in eterno Montesquieu, D’Alembert, Voltaire e Kant, e perfino de Lamettrie!), e puntello ideologico oggettivo dei sanguinosi terrorismi in azione da qualche anno. Pare addirittura che la linea sufi preceda lo stesso sviluppo della religione islamica come filosofia dell’esistenza (un esistenzialismo filosofico, ovvero che essa derivi sì (cf. Titus Burckhardt) dalla tradizione del Profeta Mohamed, ma ne sia stata una versione poi storicamente minoritaria, poiché, in ogni caso, il sufismo si appoggia sempre alla simbologia coranica, anche nella sua ricerca esoterica e, appunto, mistica.

Vi sono anche ipotesi di studio che collegano il sufismo islamico ad altre tradizioni e modalità religiose, precedenti e parallele, come lo zoroastrismo e il mazdeismo presenti nel Vicino Oriente quasi come intermezzo con il grande plesso religioso hindu-buddistico. Infatti, la tradizione sufi sostiene che il movimento nacque comunque da fedeli musulmani e compagni del Profeta (detti ahl al-ṣuffa, cioè “quelli della panca”) che si riunivano per recitare il dhikr a Medina.

Tutti gli ordini sufi ricollegano molti dei propri precetti agli insegnamenti di Maometto così come tramandati da ′Alī b. Tālib, suo cugino e genero, tranne i Nakhsbandi che si ispirano ad Abū Bakr. Tuttavia i musulmani Aleviti e Bektashi (e alcuni Sciiti) affermano che ogni ordine sufi deriva dal lignaggio spirituale (silsila) dei dodici imam, le guide spirituali islamiche previste nel ′ahadith dei dodici successori, ed erano tutti discendenti di Maometto tramite Fātima e ʿAlī. Perciò ʿAlī viene considerato il “padre del sufismo”.

In ogni caso il sufismo è un movimento trasversale ed esiste un sufismo sunnita, uno sciita ed uno ibadita, come esistono sunniti, sciiti ed ibaditi che si riferiscono solo alla moschea e non anche ad un maestro sufi.” (dal web)

 

GLI ELEMENTI COMUNI E ANCHE IN QUALCHE MODO UNIFICANTI DEL MISTICISMO

Non vi è dubbio alcuno che il misticismo, comunque declinato, e specialmente nelle due grandi tradizioni religiose cristiana e musulmana, hanno elementi fondamentali in comune, al di là dei testi ispiratori, Primo o Antico e Nuovo Testamento (Il Vangelo, le Lettere apostoliche e l’Apocalisse), cioè la Bibbia in senso esteso per i cristiani, il Corano per i musulmani, che sono in ogni caso collegati storicamente e letterariamente, pur permanendovi enormi differenze narratologiche e teologiche.

Se è impossibile mettere in sinossi le Scritture ebraico-cristiane e quelle islamiche, come possiamo fare per i vangeli secondo Matteo, Marco e Luca, detti sinottici, escludendovi quello secondo Giovanni e quelli definiti apocrifi o gnostici, è invece possibile e ragionevole comparare le tradizioni mistiche, perché queste hanno in comune non poco nel rapporto con il divino.

Sia nella tradizione cristiana, sia in quella musulmana il punto focale è l’abbandono (che è anche il significato etimologico del lemma islam!) al divino come riconoscimento della trascendenza e della potenza creatrice cui ogni preghiera è dovuta, ogni pensiero va elevato, ogni sentimento dedicato.

Pertanto, l’abbandono estatico, orante, lega misteriosamente, ecco l’elemento mistico,  l’umano al divino, al di fuori e al di là di ogni sillogismo logico e argomentativo tipico del flusso intellettuale umano, eleva lo spirito umano al sopra delle contingenze e degli affanni quotidiani, illumina la via della vita togliendo orpelli, ostacoli e scandali dal sentiero che si percorre ognuno di noi, e infine allena la mente e il cuore, cioè la persona, ad accettare la vita così com’è, senza pretendere di viverne un’altra, magari più funzionale e, come si dice oggi con orribile termine, vincente. Qui, in questo mondo e in questa vita non si deve vincere un bel niente, perché la vita stessa è sempre una vittoria e basta.

Perciò l’attentato alla moschea sufi di al-Rawdah è un attentato anche contro di noi, perché è contro l’umano integrale che popola questo piccolo meraviglioso pianeta che non abbiamo ancora imparato a rispettare. I bambini, le donne, i vecchi, gli uomini uccisi laggiù sono nostro fratelli di sangue e di destino. Pregare per loro e per le loro famiglie è lo stesso che pregare per noi, non dimenticando le anime disgraziate degli assassini e dei politici e dei religiosi che non riescono o non vogliono intervenire per togliere alla base le folli ragioni del terrorismo, con la cultura, con l’economia, con la giustizia.

La pace è figlia della cultura e della giustizia, non dimentichiamolo.