David Hume riteneva che non si potessero necessariamente evincere gli effetti di un’azione dalle loro cause, ancorché evidenti, ma che si dovesse osservare il susseguirsi delle cause stesse, fino all’esito finale, semplicemente come atti susseguenti l’uno all’altro: e pertanto hoc post hoc, cioè questo-dopo-questo e non hoc propter hoc, cioè questo-a-causa-di-questo. E’ però difficile che il senso comune accetti questa impostazione intellettual-cognitiva, perché siamo abituati al flusso cause-effetti e mezzi-fini, là dove cause e mezzi sono gli strumenti logici, cronologici e operativi per avere effetti e raggiungere fini.

Il prima e il poi nel/ del corso del tempo sono percepiti come necessari e non interscambiabili, come insegnava Aristotele, per definire lo scorrere del flusso temporale.

Vi sono poi le dottrine classiche di causa ed effetto così come proposte dalla stessa linea filosofica aristotelica e, in definitiva, non smentita neppure dalla filosofia moderna, post-cartesiana/ galileiana. Abbiamo la vulgata riferibile alla scienza politica del Machiavelli, il quale non sostenne mai cinicamente che il fine giustificasse i mezzi, ma che i mezzi della politica a volte dovessero non tenere del tutto conto di una morale generale, ma piuttosto degli interessi concreti di una struttura politico-amministrativa, come quelle delle signorie e dei principati rinascimentali.

Infine, non possiamo trascurare l’importanza filosofico-morale del tema dei “fini”, o “scopi”, come si dice in organizzazione aziendale, che costituiscono in generale l’obiettivo di ogni agire razionale umano, come raggiungimento di uno sviluppo ulteriore e il conseguimento di benefici maggiori per i singoli e per le comunità organizzate, sapendo comunque che vi possono essere anche fini mali, o distruttivi nelle menti e nelle intenzioni di persone altrettanto male e distruttive.

Vediamo che cosa si dice nella contemporaneità in tema, quando la complessità organizzativa e le interconnessioni tra innumerevoli enti, agenti e strutture operative sta raggiungendo un acme mai visto nella storia umana, e soprattutto negli ambiti dell’economia e della società civile, in presenza di una globalizzazione irresistibile e molto disordinata.

Le scienze organizzative hanno predisposto, specialmente a partire dal secolo scorso, degli strumenti operativi razionali che fondano questi principi generali. Tra questi, il diagramma di Gantt è uno strumento di supporto alla gestione dei progetti, così chiamato in ricordo dell’ingegnere statunitense Henry Laurence Gantt (1861-1919), che si occupava di scienze sociali e che lo ideò nel 1917.

Il diagramma di Gantt usato principalmente nelle attività di project management, è costruito partendo da un asse orizzontale – a rappresentazione dell’arco temporale totale del progetto, suddiviso in fasi incrementali (ad esempio, giorni, settimane, mesi) – e da un asse verticale – a rappresentazione delle mansioni o attività che costituiscono il progetto.

Delle barre orizzontali di lunghezza variabile rappresentano le sequenze, la durata e l’arco temporale di ogni singola attività del progetto (l’insieme di tutte le attività del progetto ne costituisce la work breakdown structure). Queste barre possono sovrapporsi durante il medesimo arco temporale ad indicare la possibilità dello svolgimento in parallelo di alcune delle attività. Man mano che il progetto progredisce, delle barre secondarie, delle frecce o delle barre colorate possono essere aggiunte al diagramma, per indicare le attività sottostanti completate o una porzione completata di queste. Una linea verticale è utilizzata per indicare la data di riferimento.

Un diagramma di Gantt permette dunque la rappresentazione grafica di un calendario di attività, utile al fine di pianificare, coordinare e tracciare specifiche attività in un progetto dando una chiara illustrazione dello stato d’avanzamento del progetto rappresentato; di contro, uno degli aspetti non tenuti in considerazione in questo tipo di diagrammazione è l’interdipendenza delle attività, caratteristica invece della programmazione reticolare, cioè del diagramma PERT (Program Evaluation and Review Technique), o stima a tre valori, realistico, ottimistico e pessimistico sui tempi di realizzazione del progetto. Ad ogni attività possono essere in generale associati una serie di attributi: durata (o data di inizio e fine), predecessori, risorsa, costo.” (dal web)

Bene, ma forse si può anche impostare le cose, almeno a livello mentale, anche diversamente, e mi spiego. Il flusso previsto dal Gantt è logico, crono-logico, razionale, e anche economico, perché  cerca di evitare tempi morti, fraintendimenti e costi aggiuntivi, ma vive e si sviluppa in un progresso lineare, che può anche incappare in difficoltà non banali, in rallentamenti e anche nel rischio dell’insuccesso.

C’è una possibilità di superare questi rischi? In assoluto no, ma forse, provando a passare dallo schema logico classico, che supporta il diagramma stesso e che è costituito da un cronoprogramma lineare, a uno schema intuitivo, eidetico, e anche induttivo, capace di cogliere il concreto degli effetti da cui poi dedurre cause e mezzi, come mi suggerisce il mio amico medico dottor Mansutti, e che io ho spesso tradotto nello schema dei “due sguardi”, qualcosa di diverso si può fare. Mansutti dice che se noi buttiamo il nostro sguardo al risultato già conseguito, all’effetto atteso, molto probabilmente siamo già lì, perché i vari passaggi logici, cronologici e operativi sono stati già percorsi; io, peraltro, con lo schema dei due sguardi invito a tenere d’occhio l’oggi e tuttalpiù l’immediato domani e un periodo breve-medio, in modo di evitare la dispersione di energie per progetti di troppo lungo periodo, che potrebbero annacquare e confondere l’impegno profuso. Agostinianamente occorre innanzitutto stare nel presente, come unico tempo vero, per poi volgere lo sguardo al futuro come progetto.

Ci sta, caro lettore? A me pare che una visione del diagramma di Gantt nei due sensi possa avere una certa plausibilità, se non perfettamente razionale, certamente ragionevole (tra razionale e ragionevole c’è una certa differenza), perché non tutto dell’agire umano, anzi forse molto poco, è “matematizzabile”: basti pensare alla correlazione mente-corpo, psiche-salute, laddove si realizza quotidianamente un circolo virtuoso o vizioso, a seconda se si riesce o meno ad armonizzare le due dimensioni nella unica vera vera che è la nostra struttura antropologica, composta ma unitaria.

Corpo e anima uniti e unificati nella persona, come insegna la sana dottrina aristotelico-tommasiana e che nessun clinico contemporaneo ha smentito.