Il male fisico e quello psichico sono di natura. La malattia è una manifestazione vitale, a volte tremenda e dolorosa, ma sta nell’ordine disordinato delle cose. Va combattuta con criteri scientifici e con la forza d’animo, coniugando possibilmente l’impostazione che possiamo definire “occidentale”, più tecnicale e talora parcellizzata, con quella “orientale”, senz’altro più olistica e capace di assumere tutto l’uomo come soggetto cui dedicare attenzione. Il male va sconfitto, ma tutto l’essere umano va considerato e curato.

Il male morale legato all’agire umano, no, non è semplicemente di natura, ma è anche di cultura e legato alle scelte della libertà. Il male morale è dentro la sfera della libertà, più o meno, direi più che meno, perché non credo al determinismo “spinozista”: il grande filosofo ebreo/portugues/olandese non avrebbe mai avallato una lettura meramente deterministica del suo pensiero. Spinoza credeva fermamente che l’uomo, nell’ambito delle sue circostanze vitali,  pur subendo le circostanze stesse, avesse comunque sempre un ruolo decisivo nel fare o non fare certe azioni, azioni buone o azioni male.

La morte del capomafia Salvatore Riina mi pone domande che trovano solo difficilissime e inesaustive risposte. Come si può essere “esseri-umani” capaci di tanta efferata crudeltà? Ricordo Arancia meccanica di Stanley Kubrick, e l’assurda violenza perpetrata dal branco guidato da Alex (Malcom Mc Dowell), ma la violenza del capomafia defunto è di un altro genere, perché è direttamente funzionale al potere. O meglio, anche in Alex vi è un tema di potere, magari sul branco, però in Riina si tratta di potere economico, sociale, territoriale, diffuso, temuto, dissimulato o meno che sia. In proposito suggerirei di rileggere Leonardo Sciascia.

L’uomo della mafia nuota in un mare conosciuto di solidarietà e di familismo amorale. E’ apprezzato oltre che temuto. Ventisei ergastoli, anzi un numero teoricamente infinito di anni di carcere (9999, tanto per quantificare quasi periodicamente una cifra senza fine), di cui lui si compiaceva, perfino, a sentire i suoi detti intercettati. Ne ha fatti ventiquattro. E’ stato mandante di un numero imprecisato di omicidi, di stragi famose e tremende, che non occorre nemmeno qui citare, tanto note sono a chiunque.

Resta il tema del come si fa ad avere un cuore così malvagio, e allora torna a darsi come fondamento il sistema di dis-valori sotteso. Quest’uomo, come altri crudeli esemplari del genere umano, veramente ha sempre pensato di essere nel giusto, di essere nel suo buon diritto di agire come ha sempre agito? Sembra certamente, a te e a me, caro lettore, impossibile che si possa dare una cosa del genere. Sembra, ma evidentemente così non è: vi sono cuori e menti in grado di sentire/ pensare di essere nel giusto a comportarsi come Riina.

Si è parlato di  mostro, di dis-umanità,  e va bene: la descrizione metaforica aiuta a dare le dimensioni dei fatti, ma non basta. Bisogna rassegnarsi ad ammettere che l’uomo -in generale- è in grado di compiere azioni come quelle del boss appena deceduto, e per il quale non riesco a provare odio, ma solo un sentimento di pena infinita, e non di carattere perdonistico.

La storia racconta tutto anzi tanto, senza insegnare mai nulla, narrando che sono accaduti innumerevoli atti e fatti di crudeltà indescrivibili, nelle guerre tra genti e popoli, e anche in periodi di “pace”, che altri esseri umani si sono macchiati di delitti inenarrabili, analoghi o peggiori a quelli di cui si è reso responsabile l’uomo di cui qui parliamo, e non li cito, perché noti a tutti. Basti pensare a capi popolo orientali e occidentali di tutti i tempi, anche molto vicini a noi, capi del XX secolo, alle dittature che si ponevano l’obiettivo di eradicare ogni oppositore con la forza e con la morte, e non solo ogni oppositore, ma anche  ogni essere umano che non rispondesse a criteri di coerenza con il modello umano prefissato: basti solo il tema ebraico, per capirci.

Ebbene, allora si deve ammettere che l’istinto della malvagità, il voler fare il male è intrinseco nell’uomo, che il bene e il male, ambedue sono nell’uomo, sono dell’uomo, purtroppo, e così devono essere considerati. Il bene e il male sono due dimensioni morali dell’agire umano, la cui valenza è nota e presente nella valutazione di ogni coscienza matura. Ecco: si parla di coscienza matura. Ma Riina che coscienza aveva? Una coscienza matura o una coscienza erronea? Possiamo facilmente dire che la sua coscienza, per come la intendiamo correntemente, era quantomeno “silenziata”, o resa tale dal contesto e dalle abitudini malvagie, da lui ritenute non solo plausibili, ma di suo diritto.

Ci viene da dire: pazzesco! Però è così, e probabilmente in analogia a come la pensano i suoi compari o successori, o simili, come gli uomini di atre cosche e mafie, come i narcos messicani, come i cinici sfruttatori di esseri umani che trafficano con i migranti nel deserto africano e nel Mediterraneo, come i terroristi e i loro mandanti, come ogni uomo che abbia, appunto, silenziato l’ultimo barlume di coscienza rimasto, forse.

L’ultima domanda è questa: ma figure come Riina conservano nel fondo oscuro dell’anima qualche dubbio ancora circa la moralità o meno del loro agire? Non lo sappiamo. Nessuno può leggere nel cuore dell’uomo. Possiamo solo sperare, e non solo in questo, ma che l’uomo evolva anche biologicamente e psicologicamente verso un’umanità più completa.