Caro lettor del sabato,

la vita spesso nasce da un seme. I gameti umani sono semi. Il seme è simbolo e segno vitale di crescita.

Il gesto antico del seminatore è ampio, ieratico, autorevole, quasi sacerdotale, il suo passo lento e cadenzato, il suo sguardo rivolto alle zolle delle terra e all’orizzonte, passo dopo passo, gesto dopo gesto, mentre l’ora del giorno passa fino ai velamenti del tramonto. E allora il seminatore fa ritorno alla sua casa, oltre la collina, dove si intravedono -da lontano- le prime brume del crepuscolo.

La parabola del seminatore è raccontata nei tre vangeli sinottici (Matteo 13, 1-23, Marco 4.1-20 e Luca 8, 4) e nel Vangelo di Tommaso (9). Ecco il testo matteano, semplice da interpretare ma difficile da capire, come spesso accade con gli scritti sapienziali.

«In quel giorno Gesù, uscito di casa, si mise a sedere presso il mare; e una grande folla si radunò intorno a lui; cosicché egli, salito su una barca, vi sedette; e tutta la folla stava sulla riva. Egli insegnò loro molte cose in parabole, dicendo: «Il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada; gli uccelli vennero e la mangiarono. Un’altra cadde in luoghi rocciosi dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma, levatosi il sole, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un’altra cadde tra le spine; e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra cadde nella buona terra e portò frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi [per udire] oda».  Allora i discepoli si avvicinarono e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?» Egli rispose loro: «Perché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli; ma a loro non è dato. Perché a chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza; ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha. Per questo parlo loro in parabole, perché, vedendo, non vedono; e udendo, non odono né comprendono. E si adempie in loro la profezia d’Isaia che dice: “Udrete con i vostri orecchi e non comprenderete; guarderete con i vostri occhi e non vedrete; perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile: sono diventati duri d’orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non rischiare di vedere con gli occhi e di udire con gli orecchi, e di comprendere con il cuore e di convertirsi, perché io li guarisca”. Ma beati gli occhi vostri, perché vedono; e i vostri orecchi, perché odono! In verità io vi dico che molti profeti e giusti desiderarono vedere le cose che voi vedete, e non le videro; e udire le cose che voi udite, e non le udirono. «Voi dunque ascoltate che cosa significhi la parabola del seminatore! Tutte le volte che uno ode la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e porta via quello che è stato seminato nel cuore di lui: questi è colui che ha ricevuto il seme lungo la strada. Quello che ha ricevuto il seme in luoghi rocciosi, è colui che ode la parola e subito la riceve con gioia, però non ha radice in sé ed è di corta durata; e quando giunge la tribolazione o persecuzione a motivo della parola, è subito sviato. Quello che ha ricevuto il seme tra le spine è colui che ode la parola; poi gli impegni mondani e l’inganno delle ricchezze soffocano la parola che rimane infruttuosa. Ma quello che ha ricevuto il seme in buona terra, è colui che ode la parola e la comprende; egli porta del frutto e, così, l’uno rende il cento, l’altro il sessanta e l’altro il trenta». (Matteo 13, 1-23)

Pensavo a questo racconto gesuano, per certi versi così strano, ripercorrendo con la memoria l’evento seminariale di qualche sera fa all’Università di Udine. Avevo in aula trentacinque persone, manager del personale di provata esperienza, attivi sia nel settore pubblico sia nel privato, e comunque umilmente curiosi di mettersi in gioco, e giovani laureati magistrali desiderosi di cogliere l’occasione del master per entrare ancora di più e meglio nel complesso mestiere del “capo del personale”, come si diceva una volta, fino a venticinque o trenta anni fa. Oggi, anglicizzando, si dice Human Resource Manager o, un po’ acronimizzando, HR Manager.

Ho fatto loro una carrellata sintetica delle attività che formano, cioè danno forma sostanziale al “mestiere”, ma ben presto abbiamo lavorato insieme, con domande, risposte, commenti e interlocuzioni circolari. Le tre ore, dalle diciotto alle ventuno, sono volate via. La mia situazione, ancora dolente e energeticamente limitata, non ne ha risentito più di tanto. Ci siamo capiti, ci siamo tenuti vicino, abbiamo lavorato insieme, ed è stato bellissimo. Alcuni dei giovani mi invieranno il curriculum e farò il possibile per aiutarli a individuare un’azienda o un ente dove sviluppare lo stage pratico. Addirittura, lo sforzo condiviso è stato benefica medicina per me.

Ma, tornando al vangelo secondo Matteo 13, 1-23, che cosa lega lo scritto sapienziale antico all’evento di cui qui parlo? Penso sia la comune e sincera ricerca della verità su un tema fondamentale: la crescita dell’uomo, la sua progressiva umanizzazione, la sua capacità di diventare se stesso (cf. Nietzsche). E allora, se è vero che il seme produce a seconda del terreno su cui cade, opportunamente seminato da una mano sapiente, è altrettanto vero che l’efficacia di una formazione dipende certo dalla qualità del modello corsuale adottato e dei docenti coinvolti, ma ancora di più dal cuore e dallo spirito di chi vi partecipa.

Durante la lezione si sono alternate molte voci, quelle dei senior esperti hanno narrato esperienze vissute, mentre quelle dei giovani hanno espresso volontà e speranze ragionevoli, in tempi cui sembra che questa virtù piena di passione sia negletta, trascurata, o considerata ingenua, dai sapienti smagati che sanno sempre tutto prima di informarsi su qualcosa. Ho visto sui volti di tutte le età presenti, dai venticinque ai sessantacinque anni, la disponibilità allo stupore, alla meraviglia che, come insegnavano e insegnano ancora i padri magni della Grecia classica, sono il fomite e l’origine di ogni sapere, a partire da quello filosofico: la disponibilità allo stupore, la curiosità del sapere. Nell’evento si sono incontrate persone che hanno studiato diritto, economia, filosofia, psicologia, scienza politica, scienze ingegneristiche e perfino biologia, per riflettere insieme sul senso delle cose, della vita e del lavoro, senza preconcetti, pregiudizi o pre-comprensioni, capaci di difendersi dall’assalto fuorviante dei media e dei potentati del pensiero unico, tanto dissimulati quanto pericolosi. Ecco, è importante riflettere insieme sul senso delle cose e del tutto in cui siamo immersi.

E, andandomene a casa, mi sono sentito utile. Penso di aver sorriso, guidando, mentre qualche fitta di dolore mi ricordava che la battaglia continua, come in ogni vita umana, facendoti fare i conti con il tuo proprio limite, da esplorare con forza e coraggio nei giorni venturi, nel lavoro, in lezioni, conferenze e dibattiti, oltre alle attività aziendali che curo con attenzione.

Ieri sera abbiamo seminato insieme su un terreno fertile semi buoni.

E ho ringraziato l’Incondizionato Iddio di tutto ciò che mi dona, per rendermi sempre più consapevole dell’incommensurabile valore  della vita, del suo essere dono senza prezzo e senza limiti. E lo ringrazio anche questa sera, dopo la prima seduta in palestra per ricercare di nuovo il tono muscolare perduto. Grazie dunque a chi mi legge, a chi mi chiama, a chi mi manifesta affetto e stima, contribuendo in maniera decisiva alla mia guarigione. Non pensavo che la mia burbanza, il mio carattere difficile (“stai attento a come parli con Renato” è un detto diffuso) mi avessero riservato la sorpresa di tanta stima e di tanto affetto.

Grazie grazie grazie.