Parafrasando la gloriosa PFM (Premiata Forneria Marconi), che cantò settembre, il primo giorno d’ottobre merita un pensiero. Il risveglio più lento della domenica è accolto da un suono di campane, proveniente dal centro del paesone delle Terre di Mezzo, ma echeggia il suono di tanti anni fa, a casa dei miei, mia, in quel di Ravignano, come scriveva Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano.

Mi torna alla mente, ecco la memoria, il ricordo, ed ecco per dove passa l’oggetto della memoria, per il “cuore” (ri-cor-do), l’arrivo di quelle domeniche autunnali, quando si andava a pranzo dalla nonna Catine, e c’era polenta e coniglio, e papà Pietro era ancora in Germania, e lo sarebbe stato fino ai primi di dicembre. Magari papà aveva appena scritto una lettera a mamma Gigia, e lei l’aveva portata dalla nonna, per leggerla insieme, tanto non c’erano dentro mai cose intime loro, ma sempre di tutti… e i bambini come stanno?, io e mia sorella Marina, che stava ancora bene.

A volte nel pomeriggio arrivavano cugini e cugine che oggi, anzi da qualche anno, ho perso di vista, ma funziona così, i parenti li perdi di vista se non hai da condividere nulla, mentre gli amici restano, così come gli amori veri, anche se declinati nel tempo in modo diverso.

Stavo dai nonni volentieri, e guardavo la nonna valutare il risultato della piccola vendemmia di merlot appena finita, duecento litri di ottimo rosso dal sapore mandorlato, che anch’io contribuivo a produrre, dalla vendemmia ai vari travasi, compresa la pigiatura, cui provvedevo a piedi nudi nel tino, insieme con nonno Dante. A proposito, ecco un legame con la mia bambina, che ha quel nome santificato nella Commedia divina dal Poeta sommo che a tutti noi insegna. Anzi, ricordo che verso i dieci o dodici anni ero già abbastanza forte e grande da sostituire nonna Catine nello spargimento del solfato di rame sulle viti a primavera con la pompa apposita, portata in spalla.

Le campane di stamattina poi mi riportano alla mente altri momenti di quegli anni giovanili, la Settimana santa con il loro silenzio e l’esplosione del Gloria pasquale, il mese di maggio e i suoi rinnovati tepori, le grandi festività post-pasquali come la Pentecoste, antica come il libro degli Atti scritto da san Luca, e il Corpus Domini, risalente al “miracolo di Bolsena” e alla “consulenza teologica” di  Tommaso d’Aquino, che aiutò il papa di allora, Urbano IV, a ricordare quel che era accaduto a quel sacerdote boemo incredulo, di nome Pietro da Praga, con una festività apposita. Era il 1264. Mi ricordano le festività natalizie, avvolte nel tepore delle cucine e delle case un poco dimesse del vecchio paese lontano da tutto. Il mio paese.

E talvolta andavo dalla zia Enrica, la sorella maggiore di mio padre, sposata a un benestante, che possedeva trecento campi friulani, circa cento ettari, il nobile Massimiliano Gattolini da Romans di Varmo, cui dovevo dare del “lei”, e chiamare “signor Zio”. Anche la zia si poteva fregiare così del titolo di “nobildonna” Enrica Pilutti Gattolini. A modo suo mi voleva bene, pur mantenendo quel distacco che oramai era fisiologicamente dovuto tra la sua nuova famiglia di possidenti e quella di origine, quella di mio padre operaio emigrante, una differenza di censo insuperabile. Mi faceva raccogliere e portare via le squisite pere e mele cadute, e per un periodo mi pagò anche delle lezioni di solfeggio. Non è mancata vecchia, perché beveva e fumava, e ricordo la grossa gatta siamese che teneva, diceva lei, per scaldarla, vicino al suo seno prosperoso. La sorte poi non è stata benigna con i suoi figli, i miei tre cugini, e con tutta l’avita famiglia.

Nel mio cortile, che allora vedevo tanto grande, con un gelso storto ed enorme al centro, con i miei amici facevamo giochi interminabili, finché le mamme non venivano a prenderci per la cena. E poi c’era il pollaio con oche anatre galline e ogni altro volatile commestibile ai tempi, senza tante storie di sicurezza alimentare. Le cosce d’oca messe via nel loro grasso bianco per l’inverno, una squisitezza.

E l’orto pieno di ottime verdure e frutta, lungo lungo, almeno cinquanta metri, che arrivava fino alla roggia in fondo, ora interrata, acque limpide dove ci si poteva anche lavare, e lo zio Aldo da Milano lo faceva volentieri, mentre la zia Anna, la zia “Nute”, se la tirava fumando sul portone con la Ada dei Nonis, che faceva impazzire me bambino, con le sue tette enormi, messe bene in vista dalla scollatura generosa. Non sapevo perché, ma così era a quell’età mia, forse inconsciamente memore della mamma. Poi i miei gusti sono un po’ cambiati, in tema.

E altri innumerevoli amici e conoscenti si affacciavano al mezzo portone sempre aperto di via Umberto I, 81, amici di papà Pietro, suor Vincenza che veniva a chiamare mia madre perché un’anziana aveva bisogno di una iniezione, don Aurelio per parlare della mia “vocazione” sacerdotale, che delusi ampiamente, ma poi, caro don Aurelio, che mi insegnò le prime parole di greco quando a sei sette anni chierichetto servivo il Mattutino della Settimana santa, son diventato anche teologo patentato, cioè professore dei corsi per diventare prete. Non prete, ma studioso delle Sacre scritture e di quanto si è scritto su di esse.

Da lì partivo adolescente per andare a scuola a Udine, al mitico liceo classico Stellini, la “scuèle dai siòrs“, la scuola dei signori, dicevano in paese, meravigliandosi che un ragazzo povero potesse frequentarla.

Quando poi son diventato una persona nota, molto mediatizzata, ero conteso in tutte le osterie per bevi un tai insieme. Così era nel tempo di Rivignano, in quegli anni, mesi, giorni del ricordo di questo primo giorno di ottobre, circa metà della mia vita passata con i piedi nell’erba.

E ora, che sono tornato con i piedi nell’erba, ringrazio l’Incondizionato Dio per la mia vita, e lo prego di dare salute e serenità a chi mi è caro, e anche agli altri umani di questo mondo.