Caro lettor domenicale,

la gioia non è la felicità, come ho qui già scritto. Lo proviamo ogni dì che passa. E’ il semplice gaudium latino, non la felicitas, falsamente duratura, se non fecondata (felicitas-fe) dall’impegno e dalla fatica quotidiana.

Ho scritto altrove che la gioia può anche contenere o essere contenuta dal dolore. Il miglioramento di una situazione di salute precaria genera gioia, fa sorridere: sta capitando proprio anche a me che mi son preso un’infreddatura con mal di schiena inusitato, che mi fa innervosire, soprattutto perché temo rallenti i miei ritmi, le cose che ho da fare. Ma forse è una lezione meritata, devo rall-en-ta-re. E accettare anche che i comportamenti degli altri non siano sempre rock, ma anche len-ti. Mi fa innervosire, ma così è la varietà antropologica degli umani. So di saperlo per molta teoria, ma a volte faccio fatica ad accettarlo.

Leggo sul Sole 24Ore della domenica che il sorriso nelle foto-ritratto ha iniziato a diffondersi solo quando nel 1943 il presidente USA Roosevelt volle dare un messaggio ottimistico alla nazione americana nel mezzo della Seconda guerra mondiale, il cui esito era ancora in bilico. La leggenda narra che qualcuno gli suggerì di pronunciare il mitico “cheese“, per aprire la bocca a modo di smile e mostrare i denti, trasmettendo cordialità e fiducia. E dunque gioia. Sarà. Sicuramente Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, Salazar, dittatori di differente crudeltà, difficilmente si facevano fotografare sorridenti nei loro uffici pubblici, poiché, al contrario, una grinta da sicumera, vera o falsa che fosse, certamente gli giovava. Vi sono anche foto di Hitler e di Stalin sorridenti, ma il primo è con la sua cagna pastore tedesco che amava e Eva Braun nei pressi, e il secondo a tavola, dove imperava la vodka e i suoi racconti che tutti erano tenuti ad ascoltare devotamente (cf. Conversazioni con Stalin, Milovan Gilas, Feltrinelli, Milano 1962).

Dopo Roosevelt è partita la “campagna sorriso” a tutti denti da Hollywood, cioè da quello che sarebbe diventato il sistema mass-mediatico che oggi impera, dove tutti devono essere belli, forti e sorridenti. Io nelle mie foto non sorrido quasi mai. E che c’è da sorridere in generale? A volte me lo rimproverano, ma non mi interessa molto.

Se sfogliamo, invece, alcuni vecchi album o raccolte di foto dei decenni passati, anzi dalla seconda metà dell’800, notiamo che le espressioni delle persone ritratte sono prevalentemente composte e seriose: padri di famiglia con il vestito buono e con i baffi, donne giovani che sembrano già di mezz’età, bimbi compunti con il vestito da marinaretto, o della prima comunione, gli anziani seduti e in mezzo alla compagnia dei parenti. Tutti serissimi, specie i nostri friulani o delle genti valligiane (cf. su questo sito il mio pezzo Tin Piernu, che sarà pubblicato anche sull’Agenda Friulana 2018). A volte non aprivano la bocca perché avevano denti cariati o mancanti.

E allora, dove albergava la gioia, se tutti erano così seri? Forse che la diffusa povertà del tempo li rendeva tristi? No, basta leggere le cronache dei paesi, in friulano, sloveno, slavo delle valli, veneto del Friuli occidentale, maranese, per capire che nel poco che avevano i nostri avi trovavano molte cose di cui gioire, cose semplici, la festa di paese, il giorno domenicale, i licòfs, cioè la conclusione della costruzione di una casa, comunioni, battesimi e matrimoni, quando, chissà perché, molti erano in grado di suonare qualcosa, con l’armonica a bocca, la fisarmonica o la chitarra. Gioia con poco e anche a volte per poco, perché magari qualcuno doveva fare la valigia per la Germania il lunedì dopo (ricordi di mio padre in partenza), oppure doveva fare “san Martino”, c’erano ancora mezzadri che lasciavano la casa colonica, almeno nei racconti della mia infanzia.

La gioia è un sentimento semplice, un sentimento vero, trasparente come l’acque delle sorgenti montane. La gioia non ha bisogno di orpelli e di far figurare bene le situazioni, perché è gratuita, spontanea, è la manifestazione di una verità interiore. Posso provare gioia nel dolore, perché ho capito qualcosa della mia vita, che mi sfuggiva, un sentimento, e ciò mi basta per gioire, anche in questi giorni in cui combatto con un mal di schiena mai provato.

Ecco, la gioia è una medicina spirituale, che sorge quando entri in sintonia con la tua verità di essere umano e con la verità di chi ti vuol bene. La gioia è nel fare del bene, perché questo fare fa bene, la gioia è nel perdono, soprattutto a se stessi, ché dobbiamo spesso perdonarci per le cazzate che pensiamo o facciamo, e infine è nel rispetto degli altri, delle loro scelte fatte in libertà e responsabilità: un sentimento pienamente disinteressato, e perciò pienamente umano, oltre ogni istintualità, oltre ogni paura, oltre ogni paranoia. Questa è la gioia.