Il Deuteronomio è il quinto libro della Torah, o Pentateuco, la parte più classica e antica della Bibbia ebraica e cristiana. Alcuni studiosi distinguono alcune sue parti (gli ultimi capitoli in particolare) ritenendole un “libro diverso”, quasi a formare, con il libro di Giosuè e Giudici, un “Esateuco”. Dalla Genesi e fino agli ultimi tre capitoli di Deuteronomio (capp. 31-34) le tre tradizioni redazionali, la jahwista, la elohista e la sacerdotale, sono intrecciate e a volte indistinguibili.

Libri storici nell’accezione antica, raccontano le vicende della creazione del mondo (i primi undici capitoli della Genesi) e successivamente, da Abramo in poi, del popolo di Israele e della sua controversa alleanza con il Dio unico, Signore e creatore. Vi si trova la Legge, specialmente in Esodo, Levitico e Deuteronomio, cioè le prescrizioni morali, civili e religiose da osservare per stare nell’alleanza con Dio, ma in Deuteronomio vi è qualcosa di diverso: gli ordini e i divieti assumono un carattere particolare, potremmo dire meno giuridista, che può interessare di più noi, persone di questi tempi disincantati, ateizzanti e a volte solamente stolti. Ad esempio, nel capitolo 9 si parla di “circoncisione del cuore”, che è ben altro rispetto a quella tradizionale del prepuzio maschile, caratterizzata dal legalismo. La metafora canta la conversione, l’accettazione del proprio limite, il ricordo della propria condizione di viandante, di pellegrino, che ha bisogno di affidarsi, superando ogni iattanza, ogni presupponenza, ogni atto di superbia.

Qualcuno, come Vito Mancuso (cf. Il destino di Dio), interpreta alla lettera il Codice deuteronomico, che è più sanguinario di ogni altro testo religioso, Corano compreso ma, così facendo, vanifica millesettecento anni di interpretazione metaforico-allegorica della Scrittura, e sto parlando dei tempi di Clemente Alessandrino e di Origene.

Certamente le esortazioni del Signore a passare a fil di spada gli abitanti e il bestiame delle città conquistate da parte di Israele, con il suo determinante aiuto, fanno impressione, stupiscono e forse spaventano, se non si applicano corretti criteri interpretativi, se non si discernono i generi letterari, e se non si contestualizzano il tempi storici degli autori e dei destinatari di quegli scritti, fondendo i loro con i nostri “orizzonti” (Gadamer).

Molto interessanti sono i capitoli 27 e 28, che contengono le maledizioni per chi trasgredisce la legge divina e le benedizioni per chi la osserva. Anche qui il linguaggio è per noi implausibile, ma se facciamo un sforzo di immaginazione e di quasi reviviscenza nostra, una specie di viaggio nel tempo, in quegli ambienti e in quei secoli, forse qualcosa potremmo comprendere di quel linguaggio durissimo e inesorabile, caro Vito Mancuso, che usi impiegare giudizi di morale attuale su scritti di morale di tre millenni fa, con un metodo inaccettabilmente anacronistico. Proviamo a pensare alla durezza della vita nomadica, al deserto, alla mancanza d’acqua, a un’igiene inesistente, al destino vedovile di quasi tutte le donne, e così capiremmo meglio la durezza delle punizioni per il furto, per l’omicidio, per la mancata cura al bestiame altrui, per l’obbligo del cognato di sposare la vedova di suo fratello, e così via. E’ il Signore che ordina, ma è l’uomo che scrive “le parole del Signore”, e il popolo comprende che si tratta di una Legge buona, anche a volte dura, per la sopravvivenza.

Alcuni esempi di maledizioni e benedizioni. Nelle prime si rileveranno quasi delle assonanze con il Dieci Comandamenti e con il codice di Hammurabi, ad esempio: “Maledetto chi maltratta il padre e la madre! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 16), oppure “Maledetto chi lede il diritto del forestiero, dell’orfano e della vedova! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 19), o anche “Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo! Tutto il popolo dirà: Amen.” (Deut 27, 17).

Qualche benedizione. “Se tu obbedirai fedelmente alla voce del Signore (…). Sarai benedetto nella città e benedetto nella campagna. Benedetto sarà il frutto del tuo seno, il frutto del tuo suolo e il frutto del tuo bestiame; benedetti i parti delle tue vacche e i nati delle tue pecore: Benedette saranno la tua casa e la tua madia. Sarai benedetto quando entri e benedetto quando esci. Il Signore lascerà sconfiggere davanti a te i tuoi nemici (…). Per una sola via verranno contro di te e per sette vie fuggiranno davanti a te. (…)” (Deut 28, 3-7).

E prosegue al versetto 15 “Ma se non obbedirai alla voce del Signore Dio tuo…” e giù la terribilità delle punizioni.

Chiediamoci una cosa: se l’uomo “deuteronomico” non avesse avuto una normativa del genere che cosa sarebbe potuto succedere in quei contesti arcaici e primordiali?

La cosa importante è sempre mettersi in sintonia con questi testi, senza pretendere di giudicarli con i nostri metri di giudizio illuministico-democratici, e oramai, a volte anche -in alcuni- genericamente “buonisti”, o, direi, delittuosamente ignoranti di storia, di sociologia comparata e di antropologia culturale.

La fine di Deuteronomio si scioglie in poesia, con il meraviglioso Cantico di congedo di Mosè che, compiuti i suoi giorni e il suo destino, se ne va incontro all’Onnipotente cantando così: “Ascoltate o cieli: io voglio parlare:/ oda la terra le parole della mia bocca! Stilli come pioggia la mia dottrina,/ scenda come rugiada il mio dire;/ come scroscio sull’erba del prato, come spruzzo sugli steli di grano./ (Deut 32, 1-2) (…), e così continua glorificando e benedicendo le opere del Signore.

Ma Mosè non vide la Terra promessa perché il Signore, prima di chiamarlo a sé lo portò sul monte Nebo e di lì gli fece vedere Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e Manasse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo, e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, fino a Zòar. (Deut 34, 1b-3).

…perché ognuno di noi deve ubbidire alla legge del proprio destino e arrivare fino lì, dove è segnato il confine dell’itineranza e… l’inizio.