L’abusato termine “felicità” deriva dall’etimo sanscrito “fe”, che ha significato di fecondità. In greco si dice makarìa, con un significato più simile a “gioia”, parola molto apprezzata da Joseph Ratzinger, e non banalmente. Il latino ne ha recepito l’etimologia indoeuropea con “felicitas”.

Nell’accezione comune, derivante dalla cultura filmico-televisiva delle telenovelas, aggiornamento contemporaneo dei romanzi d’appendice di fine ‘800, la felicità sembra essere il fine auspicabile  e raggiungibile di uno stato di vita.

Non è così, perché ciò è pura illusione. Non si dà veramente mai “…e vissero felici e contenti“, contenti magari sì perché è un accontentarsi, sentimento nobilissimo e realistico. Non si può dare in assoluto la “felicità”, perché presuppone uno stato di continuità irrealistico, ingenuo e perfino un poco stupido. La vita fisica e quella psichica, generata dai tre fattori ineludibili come la genetica, l’ambiente vitale e l’educazione, sono determinate a essere in una strutturale indeterminazione e im-prevedibilità. Il dolore e la malattia, il distacco da una persona cara o la sua morte, possono sopravvenire in qualsiasi momento e allora anche uno stato di benessere, che si può chiamare “felicità” va a farsi benedire.

Qualcuno sa che alcuni anni fa scrissi a quattro mani con l’amica psicologa Anita Zanin un volume dal titolo “Educare all’infelicità”, proprio per mettere in guardia educatori e genitori da facili buonismi illusori nei confronti di figli e allievi, perché la vita presenta quotidianamente prove che ci portano a confrontarci con il bene e con il male, con il dolore e la sofferenza, con la mancanza e con…  momenti di gioia.

Si deve dunque considerare in situazione la relatività del benessere: infatti, quando si supera uno stato di dolore o di mancanza vi è un rasserenamento; quando da una malattia si passa alla convalescenza, pur non essendo ancora nel pieno delle forze, si prova “gioia”.

Un esempio pratico che mi riguarda e che chi mi conosce o legge questo sito da tempo ha già sentito raccontare. La genetica e i miei costumi esistenziali mi hanno dato un fisico di rara forza e resistenza. Bene. Due anni fa, diagnosticatami  la rottura del menisco interno destro, vengo operato in day hospital, dimesso in serata, ma con una piccola (!) dimenticanza: un’arteriola lasciata aperta. Nottetempo emorragia maggiore, difficile da guardare, pronto soccorso, salvo perché ho emoglobina naturale a 16 come il povero Pantani. Tentativi di toglimento di sangue e siero a freddo inutili. Re-intervento chirurgico dopo due giorni con le prime e uniche quattro notti passate in ospedale in tutta la mia vita. Emartro gigantesco, gamba dimagrita, crollo a settantun chili dai miei abituali settantanove/ ottanta per centottantacinque centimetri. Il fisioterapista che mi prende in carico mi dice che spera non vi siano danni alle cartilagini dovuti a sangue e siero corrosivi. Mi vede in due mesi almeno venti volte, dolore fortissimo nel trattamento robusto che ritiene di praticarmi, mi rimette in piedi e in bici come e meglio di prima.

Ero nel dolore, anche perché non abituato, ma quando ho visto i miglioramenti e la ripresa sono stato immediatamente in uno stato di gioia, di ritrovato equilibrio.

In un altro caso recente, sempre legato allo sport praticato, il ciclismo, una zoppia induce un sanitario a esprimere un’ipotesi di diagnosi un poco frettolosa circa  l’origine del dolore muscolare, e abbastanza infausta. Mi rifiuto di farmi ricoverare d’urgenza, faccio una risonanza magnetica che manifesta una mera contrattura da sforzo con versamento ematico, riassorbito con alcune fisioterapie e la continuità sportiva. Ho passato una settimana d’inferno prima della RM, ma poi la gioia della scoperta del limite del male e della sua rapida risolvibilità.

Gioia dunque, non felicità, gioia dentro il dolore, nel continuo andirivieni delle condizioni della nostra vita, fisica, psichica, emotiva, affettiva, spirituale.

Altre narrazioni potrebbero arricchire questo mio scritto, relativa a dimensioni più emotive e spirituali, che hanno visto recentemente alternarsi gioia e dolore nella mia vita, ma mi consenta il gentil lettore di soprassedere, tornando al tema iniziale, che asserisce l’impossibilità reale di una “felicità piena e continua”, e la preferibilità di denominarla con un termine meno cinematografico, cioè “equilibrio”, ebbene sì, tra gioia e dolore.

Al mio gentile lettore consiglio di riflettere su questo tema, considerando comunque la bellezza di ogni vita, nella libertà che ci dà il nostro essere unici e irripetibili, e la nostra dignità personale imperdibile e intoccabile.