…stamane vagolando in bici per il Friuli occidentale, dopo esser stato ieri per quello orientale, mi imbatto in pensieri, quasi incontrandoli, invece che da me sorti, e mi vien bene riportare un passo della Breve Storia del Friuli di Tito Maniacco, pubblicata vent’anni fa da Newton Compton per la serie mille lire cento pagine. Eccoti caro lettore una pagina del carissimo Maestro, che conobbi poco, e di cui ricordo gli occhi azzurrissimi, il sorriso buono e la lingua tagliente, come la mia.

A pagina 5 “TRACCE. Sino a quando la terrificante potenza della geologia domina la storia della natura con i suoi cataclismi, il suo abbandonare inesplicabili conchiglie sulle cime dei monti, e far nascere vulcani nel profondo di stabili mari, solo un rumore di forze materiali, fisiche, con leggi sicuramente newtoniane, ma totalmente catastrofiche, domina lo spazio atmosferico. Anche i passaggi di ere che, post Darwin natum, gli studiosi hanno battezzato con nomi reperiti nella loro memoria di studenti di greco e latino, pur abbassando i rumori delle profonde trasformazioni che dal basso salgono in alto e dall’alto tendono a cadere in basso fra pantani bollenti e fiumi di ghiaccio in avanzata o in ritirata, restano paesaggi dominati in maniera incontrastata dalla storia della natura.

E’ quando compare una lieve traccia, un’ala di farfalla contro le ossa dell’epoca dei giganti che mettono a disagio il grande Cuvier, una pietra sagomata in un certo modo e non dai minacciosi canini dei ghiacci o dallo smeriglio degli uragani, è allora che, misera nella sua arrogante presenza, Giobbe nel mondo conteso da Colui-che-sono e Satana-il-vagabondo, come un sasso appena modellato con altre pietre e lanciato contro una preda o contro un predatore o contro un uomo, nella storia della natura si inserisce la storia dell’uomo. (…)”

E allora mi sovviene la prima scena di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, quando lo scimmione antropomorfo scopre la potenza dell’osso di dinosauro, che diventa una clava e con la clava può difendersi dagli invasori e uccidere.

Ecco, le grave del Tagliamento mi offrono questi pensieri mentre pedalo alacre a diciotto gradi nella mattina di un maggio che sta per cedere a giugno, ancora una volta leggermente teso al vento lieve della mattina. Rumore di pedivelle e auto rare. Vespe d’epoca anche con sidecar, motociclisti dal cervello di Interceptor sfrecciano sulla statale, finché devio verso la campagna di Fiume dei Veneti, lungo il Sile e altre rogge, luminose nell’irideo scorrer delle acque. Il mio omonimo capo della gran Brovedani mi trattiene a lungo, parlando delle varie cose d’azienda che condividiamo. Gli ricordo che dobbiamo tornare a Bari e lui mi ricorda la trasferta slovacca di giugno. Salutandolo lo informo di un giovin ragazzo che visiterà l’azienda per imparare la complessità dei rapporti, a giugno avanzato, con il reparto delle umane risorse, cioè della cura delle persone.

Il ritorno è di mezzo alla grande campagna meridiana, son solo con la mia rossa Bottecchia d’alluminio e pedalo in silenzio, vigorosa andatura, finché non traversa la via un nerissimo colubro. Una foto, ché l’estate dei nostri serpenti è iniziata.

Più tardi di nuovo al paese del fiume a parlare di Verga e Manzoni, di Equi, di Volsci e Sanniti, di Dickens e del nostro Pier Paolo da Cjasarsa, e poi  la sera verrà sui pensieri e sui volti presenti al mio cuore.