tatataCaro lettore,

il nostro pensiero ha bisogno, sia di riflettere sulle cose generali, sui progetti, sulle norme che devono essere valide per tutti in una società organizzata, sia su ciò che sta accadendo, soggettivamente, qui e ora. Ha bisogno di uno sguardo sul tempo presente-che-passa, e di uno sguardo sul breve-medio, anche se in modo diverso, più intuitivo nel primo caso e più discorsivo nel secondo.

La nomotetica (dal greco nòmos, legge-norma, e tìthemi, porre) è la “scienza che si concentra nell’individuazione e nell’elaborazione di leggi generali”. e perciò si configura come struttura o cornice degli accadimenti in qualche modo dipendenti dalle azioni umane regolate, nel tempo. Moltissimo -però- sfugge alla nomotetica, nientemeno che tutto quello che sta fuori dal libero arbitrio dei singoli decisori: forse la maggior parte dei vettori causali e degli effetti causati. Un esempio: il codice della strada è uno strumento “nomotetico”, ma quanto e quante volte viene violato?

Idiografico si dice di “ricerca, indagine et similia il cui oggetto di studio è un caso particolare e specifico e non una classe di fenomeni dalla cui analisi trarre leggi e regole generali”, e qui siamo al soggettivo, al puntuale, alla decisione e all’azione del momento.

A volte il pensiero, ancorché preceda la decisione di agire (e a volte sembra proprio il contrario, specie nelle reazioni immediate), che qualche ricerca neuro-scientifica mette in serio dubbio, è incerto, incespica, “batte in testa”, e dunque non basta per assumere decisioni corrette. Nella mia esperienza constato non raramente come accada questo, e allora bisogna cercare un rimedio: ma più che un rimedio è un ambiente ciò che necessita trovare, una capacità di con-tenere gli atti e le reazioni. A volte è meglio non puntualizzare la propria posizione nel contrasto, altre volte è necessario, invece, farsi valere, anche per ragioni di carattere pedagogico.

Poco fa un bambino mi ha chiesto di tirargli giù da una griglia elevata il suo pallone, l’ho fatto e lui, lanciato un urletto di gioia ha preso ad allontanarsi: l’ho chiamato e gli ho detto un po’ severamente: “neanche un grazie?”, e allora lui, non poco stupito, mi ha biascicato uno strascicatissimo e imbarazzato “grazie”. Ma neppure a dir grazie oggi si insegna ai bambini, e sono anche convinto che se i genitori del pargolo avessero sentito la mia apostrofe correttiva, mi avrebbero redarguito “perché nessuno si deve permettere di…”.

Ecco a cosa potrebbe servire un po’ di nomotetica pedagogica: a ripristinare l’educazione civica, sapere oggi edulcorato nella interculturalità, nella dottrina dell’accoglienza et similia.

Mi par già di sentire gli alti lai dei politicamente corretti dell’agone politico (nomi a profusione, i soliti, presidenta della camera in testa) e mediatico (Lerner, Floris, Santoro e dintorni): ma che, scherzi? che educazione civica, che rispetto, che dire dei formalissimi ed ipocriti grazie…