Villa Ottelio Savorgnan sul fiume Stella ad Ariis di Rivignano

della responsabilità

in itinereCaro lettore,

ti propongo la citazione di Marchionne a Cernobbio il 5 settenbre scorso, l’antitesi di “FAR ACCADERE LE COSE”, che fa pensare.

C’era un lavoro importante da fare -e a Ognuno fu chiesto di farlo. Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno lo fece. Qualcuno si arrabbiò, perché era il lavoro di Ognuno. Ognuno pensò che Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno capì che Qualcuno non l’avrebbe fatto. Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Qualcuno avrebbe potuto fare

FONTE:  Charles Osgood “THE RESPONSIBILITY POEM“.

There was a most important job that needed to be done, And no reason not to do it, there was absolutely none. But in vital matters such as this, the thing you have to ask Is who exactly will it be who’ll carry out the task?

Anybody could have told you that Everybody knew That this was something Somebody would surely have to do. Nobody was unwilling; Anybody had the ability. But Nobody believed that it was their responsibility.

It seemed to be a job that Anybody could have done, If Anybody thought he was supposed to be the one. But since Everybody recognized that Anybody could, Everybody took for granted that Somebody would.

But Nobody told Anybody that we are aware of, That he would be in charge of seeing it was taken care of. And Nobody took it on himself to follow through, And do what Everybody thought that Somebody would do.

When what Everybody needed so did not get done at all, Everybody was complaining that Somebody dropped the ball. Anybody then could see it was an awful crying shame, And Everybody looked around for Somebody to blame.

Somebody should have done the job And Everybody should have, But in the end Nobody did What Anybody could have.

Se volessi qui discorrere delle dottrine antiche sulla responsabilità non basterebbe lo spazio finora occupato da questo blogsite; evito dunque di tornare ai grandi “moralisti” classici, ad Aristotele, Epicuro, Zenone di Cizio, Giovanni Climaco, Agostino, Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino, fermandomi solo a ricordare l’etica deontologica (intesa in senso proprio, non giuridista) di Kant, che riteneva il “dover-fare” responsabile come la manifestazione della crescita spirituale umana, e l’etica di Max Weber, realisticamente disponibile a riconoscere, accanto  a un’etica della convinzione, moralmente significativa, un’etica della responsabilità vera e propria, come comportamento socialmente necessario.

Responsabilità (dal verbo latino respondeo, êre) è “rispondere di qualche cosa”. Tutti rispondiamo di qualche cosa, quando lavoriamo, quando definiamo un accordo, quando mettiamo al mondo una vita, quando facciamo bene e quando sbagliamo. Non possiamo mai evitare di rispondere di qualche cosa, se siamo sani di mente e agiamo liberamente, pur se nei limiti naturali (psico-biologici) e socio-culturali del libero arbitrio. Tra Lutero (campione del pessimismo antropologico) ed Erasmo (suo vivace contendente), viviamo le nostre vite, “condannati a essere liberi”, come osava dire Sartre, sapendo bene che la libertà in qualche modo coincide con la responsabilità, ne è l’ambiente, la conditio sine qua non,

Non possiamo quindi nasconderci mai, evitando di fare quello che il nostro contesto esistenziale si aspetta che facciamo, scaricando su altri ciò che dobbiamo fare noi o, peggio, incolpando gli altri di ritardi, omissioni ed errori che invece hanno a che fare con la nostra indolenza, o con la nostra incapacità di ammettere i nostri limiti.

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