barbuomoLunghe, corte, curate, incolte, massoniche, da colonnello degli alpini, da frate francescano, da Homo Neanderthalensis, tante barbe.

Se un tempo la barba maschile era chiamata “onor del mento” e i baffi “onor del labbro”, se i carbonari e patrioti di primo ‘800 avevano quasi tutti la barba, come Mazzini, Emilio Bandiera, Petöfi  e Garibaldi, se Aristotele, Michelangelo, San Pietro e San Paolo avevano la barba, molti imperatori romani non la portavano (Augusto, Adriano, Tiberio… altri sì come Marco Aurelio), e neppure Alessandro, Cesare e Napoleone (Annibale sì), oggi la barba può far talora ridere o inorridire. Non sempre, beninteso, perché certe barbe di patriarchi alpini o del deserto sono vere, sincere.

Dostoevskij e Tolstoj sì, mi convincono, perché quella barba gli appartiene. Victor Hugo pure.

Ma Leopardi, Foscolo e Manzoni non tenevano la barba, Verdi sì, Rossini no. Bach, Haendel, Mozart e Beethoven no, Liszt e Schubert neppure, nemmeno Schumann e Mendelssohn. Non ne avevano bisogno.

Un caso di barba (quello ridicoloso) è quello del politico Civati (ah sì, Civati? Qualche volta… Civati? piùomeno, un nome che somiglia a un verbo coniugabile bene nella forma interrogativa: civati? un po’ come vedesti, ci andasti?); l’altro quello di un? non so come definirlo… politico, religioso, capobanda fanatico, quello col barbone scuro che tuona dal pulpito di Mosul e ordina decapitazioni, una ogni dieci giorni, sentivo stamani.

Un’altra barba inutile è quella di Scalfari, che da sessant’anni sussiegosamente insegna a vivere a tutti. Homo perfectus sine defectu (ah ah ah).

Vi sono anche baffi inutili, tenuti da sempre per darsi importanza, quasi per rendere più imponente una figura altrimenti striminzita, come nel caso di D’Alema. Vladimir Ilic Ulianov, pur così piccolo, era comunque imponente. Baffi utili e consoni quelli del capitano Francesco De Gregori e di suo nipote, che ha anche la barba. Come Guccini (ci sta bene) e Andy Luotto, non De Andrè, glabro e liscio.

Nel nostro tempo, differentemente dal passato, la barba non è più sinonimo di dignità virile, ma spesso simbolo di: una nostalgia sessantottina, pigrizia, sussiego egocentrico, impegno sociale, intellettualismo…

La barba come orpello, come scusa, come barba. Che barba.

Due o tre volte ho provato a farmela crescere, ma dopo una settimana al massimo mi sono annoiato, avevo prurito, e l’ho tagliata.

Come fosse un nascondimento inattuale, inopportuno, incongruo, inadeguato, maschera sulla maschera del volto, che si mette per difesa dal mondo e dagli altri, come uno scudo di seriosa autorevolezza.