Renato Pilutti

Sul Filo di Sofia

Mese: Aprile 2014 (page 1 of 2)

Gli ipocriti

attore

(Beninteso, hic absit iniuria Benigno).

Guai agli ipocriti, caro lettore!

Anche il Maestro di Nazaret ne era nauseato (cf.   Mt 23, 15: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi“).

Con un’esegesi molto semplice si può dire che Gesù condannava gli ipocriti come falsificatori della verità e come simulatori, al punto da dire che chi li imitava si sarebbe meritato immediatamente la punizione spirituale più triste, nella valle della Geenna, metafora dell’assenza di Dio.

La parola “ipocrita” deriva da ypokrìtes, dove il prefisso ypò dice “sotto” e il suffisso kritès dice “giudice”. Ecco.

Gli ipocriti, secondo l’etimologia greca classica, sarebbero i sotto-giudicanti, i sotto-opinanti, cioè coloro i cui detti non sono “fededegni”, al punto da diventare una metonimia significante “attore”.

L’attore, infatti, è colui-che-recita-una-parte in commedia/ tragedia, colui-che-rappresenta-un-altro. Ciò che afferma, proclama, e talora declama con voce tonante, non appartiene al regno della realtà, non è vero nel senso comune, ma è vero nel contesto narrativo o teatrale.

Una cosa è recitare, cioè dire racconti e dialoghi di fantasia, e un’altra cosa è inventare fandonie, mistificare, o addirittura calunniare.  La calunnia è la peggiore delle mal-dicenze, perché non è  solo un dire-male-di-un-altro, ma è letteralmente inventare cose male di un altro. Dare verità a ciò che non ce l’ha, imbrogliando gli interlocutori senza pudore, e senza pensiero per le conseguenze. La calunnia a volte provoca danni in parte irrimediabili.

Dunque, gli ipocriti dissimulano, dicono il falso, in definitiva male-dicono, soprattutto se stessi.

E questo è il più grande male.

Fabbri-canti di parole

mare in burrasca e cielo corruscoStrumenti per pensare, di Daniel Dennett (trad. di Simonetta Frediani, Raffaello Cortina ed., Milano 2014). Libro da leggere, perché il filosofo inglese fa un ragionamento molto semplice: ogni attività umana ha bisogno di essere pensata, per essere pensata necessita di strumenti cognitivi, e  qualcuno deve predisporre questi strumenti, proprio come accade nelle attività pratiche, nei mestieri di costruzione di oggetti, nell’artigianato.

La poesia stessa, come luogo dove si costruiscono parole per significare immagini, metafore e altre figure linguistiche è un’attività fabbrìle. E fa esempi: “(…) non sono i falegnami a fabbricare i martelli e le seghe, non sono i muratori a fabbricare le cazzuole e i secchi, non sono i sarti a produrre le forbici e gli aghi, non sono gli idraulici a fabbricare le chiavi e le pinze, ma i fabbri sanno forgiare martelli, tenaglie, incudini, cazzuole, secchi e scalpelli, usando il ferro e i suoi derivati.” E’ quindi il mestiere del fabbro che rende possibili gli altri mestieri.

Quale è allora il mestiere che permette di pensare con parole che significano concetti, idee e strutture di pensiero? Dennett fa qualche esempio: Aristotele con i suoi sillogismi dà inizio alla logica occidentale; Descartes con i suoi assi (ascissa e ordinata) consente lo sviluppo del calcolo infinitesimale a Leibniz e Newton; Thomas Bayes propone il suo teorema sul pensiero statistico, Pascal quello sul calcolo delle probabilità… e via dicendo.

Chi sono questi fabbri? Sono i filosofi quando, partendo dall’intuizione poetica (poietica, cioè del fare) e dalla filologia, dialogano con la logica e la matematica, cercando di rigorizzare e purificare (passare attraverso il fuoco) il pensiero.

Il discorso della luna

la viaCari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una sola, ma riassume tutte le voci del mondo; e qui di fatto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera… Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo… Noi chiudiamo una grande giornata di pace… Sì, di pace: ‘Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà’.

Se domandassi, se potessi chiedere ora a ciascuno: voi da che parte venite? I figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, risponderebbero: ah, noi siamo i figli più vicini, e voi siete il nostro vescovo. Ebbene, figlioli di Roma, voi sentite veramente di rappresentare la ‘Roma caput mundi’, la capitale del mondo, così come per disegno della Provvidenza è stata chiamata ad essere attraverso i secoli.La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore… Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà… Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Sappiano gli afflitti che il Papa è con i suoi figli specie nelle ore della mestizia e dell’amarezza… E poi tutti insieme ci animiamo: cantando, sospirando, piangendo, ma sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuiamo a riprendere il nostro cammino. Addio, figlioli. Alla benedizione aggiungo l’augurio della buona notte.”

La sera del 11 Ottobre 1962, giorno di apertura del Concilio Vaticano II, una grande folla con le fiaccole si tratteneva tra Piazza San Pietro e Via della Conciliazione. Papa Roncalli era stanco, e voleva congedarsi dalla grande giornata. “Don Loris, disse al segretario mons. Capovilla, non ho la forza di dire nulla“, “Nessuno glielo chiede Santità“. Ma la curiosità contadina ebbe la meglio, il Papa fece aprire la finestra e si affacciò. Quello che successe è scritto qui sopra.

Certi fatti non hanno bisogno di commenti, perché possiedono luce intrinseca; non serve l’esegesi e la filologia per interpretarli, perché coincidono con la verità stessa. Non solo il discorso della luna, fatto da quest’uomo terragno e “santo” perché in qualche modo separato dall’ordinario, ma tutti i gesti, gli atti, i pensieri, le intenzioni che dicono il nostro cammino di ricerca, della nostra verità di esseri umani, anche nell’incertezza, nel dubbio, nel dolore, nella vita.

Bella ciao

25-aprile-pertiniCaro lettor del mattino, come ogni anno il 25 Aprile si scatena la stupidità, mentre il ricordo si fa memoria. Non v’è dubbio che la ricorrenza è memoria di liberazione, e che il popolo italiano vi ha partecipato settant’anni fa. In modo variegato, più o meno sincero, con non pochi opportunismi, visto che fino a un paio di anni prima erano quasi tutti “fascisti“. E’ altrettanto vero che “dall’altra parte” non tutti erano cattivi e allievi serial killer.

E’ mostrato che, nascosti nelle file dei resistenti, vi erano numerosi serial killer, che hanno agito anche dopo il ’45, specialmente in alcune zone dell’Italia, più o meno sotto il corso centrale del Po. Ieri abbiamo ascoltato l’equilibrato discorso del Presidente Napolitano, che ha giustamente ricordato i resistenti, e anche i militari che dopo l’8 settembre ’43, non si sono sbandati, ma hanno dato un contributo alla Guerra di liberazione. Il Presidente ha onorato anche i due fucilieri di marina iniquamente trattenuti in carcere, senza processo, da più di due anni, dalla cosiddetta “più grande democrazia del mondo“, l’India, così chiamata dal solito sintagma giornalistico, prevalentemente cretino. Quelli dei centri sociali, invece, hanno gridato “a morte” nei confronti di Latorre e Girone. Il solito pacifismo a senso unico, si fa per dire, quello diretto contro gli Americani USA, ma che resta silente se ad ammazzare sono gli altri.

A Roma, in piazza bandiere israeliane, visto che parliamo di lotta al nazi-fascismo e tafferugli con chi portava bandiere palestinesi. 25 aprile divisivo, invece che inclusivo, perché ci sono ancora molti che dividono manicheisticamente questo nostro mondo umano in due parti, fazioni, quella dei “buoni”, indefettibilmente perfetti e privi di ombre, e quella dei “cattivi”, che tali sono del tutto, irriducibilmente, senza possibilità di redenzione. Sappiamo invece che le cose non stanno così, antropologicamente: se vero è che delle parti o fazioni hanno commesso delitti imperdonabili (nazismo), altrettanto vero è che anche altre parti  (i regimi comunisti) hanno commesso crimini smisurati (vedere film Katyn e leggerne le fonti storiche, oppure Arcipelago Gulag).

A Udine hanno contestato Simone Cristicchi che presentava il suo lavoro Magazzino 38, sul tema dell’esodo istriano dalla Madrepatria dopo la II Guerra mondiale. Da noi vi sono ancora storici/storiche che giustificano (o negano come tale) l’eccidio di Porzus da parte del serial killer, pensionato dello Stato italiano, Mario Toffanin (Giacca).

Anch’io oggi canto “Bella ciao“, ma la liberazione vera è quella del cuore, da tutti i pre-giudizi. La vera libertà.

Così è, se vi pare, e anche se non vi pare.

Il “brand”

Citroen anni quaranta…oggi tutti i prodotti rappresentano un brand sul mercato. Eataly, la Ferrari (primo al mondo, alleluja!), il prosciutto di San Daniele e il Franciacorta, lo Champagne e il cognac, Paris Hilton, la Ferrero di Alba, il Bayern di Monaco, Vuitton e Renzi, mon cher lecteur! L’Italia stessa, tutta, è un brand. Magari non come la presentano talvolta i giornali inglesi, ma come è intesa dalla maggior parte dei cittadini di tutto il mondo: una terra meravigliosa. Un brand, cioè qualcosa che-ha-mercato, scriverebbe Heidegger. Qualcosa che si può vendere: prodotti, aziende, partiti, persone, tutto può essere “brand“.

Una certa ira mi sorge irrefrenabile, quando scopro che anche i parlamentari Antonio Razzi e Scilipoti, o la fidanzata del centravanti dell’Inter Icardi sono un “brand”. E il “grande fratello” televisivo. Razzi e Scilipoti o De Gregorio (tutti e tre inguardabili oltre che inascoltabili), eletti con Di Pietro e poi suoi traditori (pensa che contrappasso, caro lettore!). Di Pietro, altro brand ora in disuso. Dunque, brand significa qualsiasi cosa che possa conquistarsi uno spazio mediatico, tale da creare in qualsivoglia modo occasioni di lucro o di business: qualsiasi valore estetico, etico o politico abbia in sé. Anzi, lì non esiste l’aristotelico e sartriano “in sé” (en-soi), ma solo il “per sé” (pour-soi), cioè un qualcosa che vale se qualcuno gli dà valore, senza considerare il valore intrinseco della cosa, che a quel qualcuno non interessa o non gli conviene considerare.

A meno che non siamo cinico-scettici e relativisti talebani, per cui non ammettiamo che si possa dare un “giudizio di valore” alla “cosa” in qualche modo oggettivo.

E quindi, il brand potrebbe non avere alcun valore, ma essere un brand vendibile, perché ha acquirenti. Che schifo. Ma forse l’ingenuo sono io.

Il “posto al sole”

persone in dialogoTraggo spunto da una nota telenovela che si differenzia nel titolo solo per l’articolo indeterminativo “un“. Come avevano intuito gli antichi scienziati-filosofi e come ben ci ha spiegato Darwin a metà ‘800, tutti i viventi cercano un posto al sole, per sopravvivere e poi… vivere (se possibile, bene). Come le piante troppo vicine tra loro si “battono” per emergere alla luce e chi non ce la fa, farà da sottobosco, se non soccombe, così gli animali senzienti e psico-sensibili, tra i quali l’uomo.

Abbiamo gli scontri frontali tra i grandi ungulati maschi di montagna, e abbiamo la competizione nelle organizzazioni umane. Eccome! Anche dove queste si negano, o i competitori si schermiscono, vi sono le lotte, che si combattono con tutte le armi e, nel caso degli umani, anche con quelle più subdole della dissimulazione e dell’inganno. E, a volte, della denigrazione e della calunnia. Talora la competizione è chiara come in un incontro di boxe o di arti marziali, o come in una corsa veloce o di fondo, dove c’è uno contro tutti gli altri e -ugualmente- ciascun altro contro tutti.

Di contro, nelle organizzazioni umane, dove si dovrebbe principalmente collaborare per la riuscita del progetto condiviso, spesso nascono conflitti intestini, che vanno oltre la normale competizione nella quale si misurano profili professionali simili, per l’assunzione di maggiori responsabilità. A volte, i più cinici e capaci di andare oltre il rispetto dovuto ai colleghi, operano e brigano in modo da mettere in cattiva luce chi potrebbe “vincerli” sul piano della qualità personale e professionale, al fine di acquisire la posizione preminente. A volte riescono in questo anche persone di per sé mediocri: basta esaminare il desolante scenario della politica, nazionale e a volte anche locale.

Duole di più, almeno a me, che ciò accada anche nelle associazioni dove il lavoro comune dovrebbe essere più disinteressato, perché volontaristico e sostanzialmente gratuito. Anche lì non manca la dissimulazione e l’inganno, se serve mascherato di schermi e di profusioni di stima, perfino in luoghi dove si professa la ricerca legata alla dimensione e al sapere filosofico, tutto ciò al fine di trovare un “posto al sole“.

Dispiace, ma si va oltre (vado oltre), alla ricerca del bene.

Il telefono

parenti di nonna CatineCaro lettore,

quando ero bambino, e mio padre era in Germania, ogni quindici giorni veniva a casa nostra la signorina del telefono comunale, e diceva a mia madre: “Gjgie, a misdi e miez a ti telefone Pièri, ventu in centralin?”. E mia madre si affrettava a prepararsi per la telefonata.

Andava in piazza dove le signorine armeggiavano con misteriosi fili inserendo i jack nei buchetti dei collegamenti urbani, extraurbani e internazionali. Poi arrivava la telefonata e lei entrava in una cabina insonorizzata per parlare con mio padre, che lavorava in una cava di pietra dell’Assia. Mi raccontava qualcosa, e qualcosa no.

Poi sono arrivati i telefoni a gettoni nelle micro-cabine che trovavi un po’ ovunque. E avevamo anche le cabine a chiamata nei bar.

Nel frattempo la Sip cominciava a installare i telefoni privati nelle case dei ceti popolari, e si pagava un canone anche per l’apparecchio. A casa mia è arrivato che facevo le superiori.

Verso gli anni ’80 hanno cominciato a diffondersi i primi cellulari. Il mio era un ‘Motorola’ grosso come un mattone, datomi come pagamento in natura per un corso, ma era il ’96.

Gli anni successivi hanno visto un’evoluzione vorticosa. Ora un cellulare somiglia a un computer, e io lo uso quasi come tale. Ho il mio blog, la mia chat line rapida di comunicazione gratuita e quella classica sms. Con mia figlia solo con la chat perché è gratuita, altrimenti quasi non mi risponde.

Fin qui tutto bene. Ciò che dà da pensare è l’uso che ne fanno le ultime generazioni, quelle dei “digitali nati“, che ne sembrano letteralmente condizionati, anzi in qualche modo lo sono. Infatti non riescono a staccarsene un attimo, sempre “connessi“, collegati con altri, ma non in relazione, semplicemente in comunicazione, a volte (anzi spesso) vittime o talora carnefici spirituali.

Che si tratti di una mutazione antropologica, di un “incidente congelato” capace di ridefinire gli stessi confini, modi e intrecci della relazione? Anche su questo tema, senza demonizzare lo strumento, la consapevolezza ci aiuta. La consapevolezza come prima condizione per comprendere, per capire, per condividere e con loro (i giovani) convivere, senza invadere la loro strada.

Il tele-fono, come voce-che-arriva-da-lontano.

La Filosofia è una buona “amica”

chiostro di San Domenico_ Facoltà di Teologia_ BolognaProviamo a immaginare che qualcuno abbia bisogno di parlare di sé e della sua vita, come gli proporrei di procedere? Come si dice qui sotto…più o meno. 

 

La consulenza filosofica: di cosa si tratta e a chi serve?

La consulenza filosofica è il dialogo tra un filosofo consulente e una persona che si rivolge a lui perché sta vivendo una fase problematica o di disorientamento: può trattarsi di una difficoltà relazionale,  lavorativa, esistenziale; oppure di una scelta difficile da compiere, di una  perdita da superare, di un dubbio identitario… le ragioni per cui ci si  orienta alla consulenza sono molte e varie.  In genere chi va da un  consulente ha la sensazione di un pensiero che gira in tondo, che non riesce  a sbloccarsi, limitando la possibilità di vivere serenamente o  consapevolmente una certa fase della propria vita o, più semplicemente, di  “liberarsi del peso” di una questione; dunque, non tanto perché si pensa di  aver bisogno di qualcuno che ci aiuti a reggere una situazione pesante,  quanto perché si ha il desiderio di trovare un modo per camminare meglio
sulle proprie gambe.  Il consulente affianca il suo ospite nella riflessione, e cerca di aiutarlo a  sciogliere i nodi più complessi della questione, aiutandolo a fare  chiarezza sui termini del problema per consentirgli di scegliere  autonomamente come muoversi. Un buon consulente non dà consigli (se non eventualmente richiesto), né soluzioni: il suo compito è di accompagnare la riflessione del proprio  interlocutore strutturandola in modo rigoroso, a partire dalle questioni e  dai vissuti di chi lo interpella.  Nessun consulente fornisce ricette per vivere bene traendole dal manuale di filosofia: durante la consulenza ciò  che emerge è la filosofia di vita del consultante, non la filosofia studiata al liceo o all’università.

 Per andare da un consulente filosofico non occorre, dunque, conoscere la  filosofia?

Certo che no (anche se non fa danni, comunque). Il dialogo verte sulla visione del  mondo del consultante, ovvero sul panorama che emerge dall’esame del racconto di sé che l’ospite fa al consulente. In questo racconto non sono degni di nota tanto gli aspetti teoretici, quanto gli aspetti pratici (ciò che i gesti e le scelte quotidiane rivelano della persona al di là di ciò che la persona pensa): da  essi, infatti, si delinea la nostra reale visione del mondo, o quella modalità di prendere la vita che guida le nostra scelte e azioni anche se noi non ne siamo consapevoli. Gerd Achenbach, il teorico della consulenza filosofica cui Phronesis principalmente si ispira (ma anche Socrate non è distante!),  dice che la consulenza ha il compito di portare l’altro a “pensare ciò che vive” allo scopo di “vivificare” il quotidiano e dare  impulso ad una vita consapevo mole e piena.

 Quanto dura in media una consulenza filosofica?

Una consulenza -nella maggior parte dei casi- si protrae per qualche
settimana, o mese anche se questo dipende da quanto ampia è la questione da sviscerare. Generalmente ci si incontra ogni otto/quindici giorni e l’incontro dura circa un’ora, un’ora e mezza.

 A chi consiglierebbe di provare una consulenza filosofica?

Beh, a dire la verità lo consiglierei un po’ a tutti, visto che la nostra
società si rivela sempre più propensa a favorire gli automatismi a scapito della consapevolezza e responsabilità personali.
Tuttavia, per rispondere meglio alla sua domanda, direi che i candidati più adatti per una consulenza  sono quelle persone che non intendono rinunciare alla possibilità di pensare con la propria testa, affidando a questa auto-consapevolezza il ruolo di guida del loro vivere.

 La consulenza filosofica apre dunque all’arte del ben vivere?

Se facesse solo questo, farebbe né più né meno quello che fanno molti altri, dai movimenti new age a certi modelli di coaching per lo sviluppo personale. La consulenza  filosofica prova a fare molto di più: ci sprona a porci quelle domande senza le quali la nostra vita perde il suo senso. Chi siamo davvero? Cosa vogliamo essere? Come possiamo sperare? Chi sono i nostri compagni di viaggio e quale  considerazione meritano? Noi diciamo che la consulenza ha uno sfondo  politico, nell’antico significato del termine: accosta le persone e crea i presupposti per una nuova modalità relazionale partecipativa e responsabile. Più vera.

Il tempo opportuno di Max

2014-03-16 17.06.57 Fiume StellaOh pensieri miei, siffatti…

Mi piacerebbe essere il vuoto/ per potermi sempre riempire,/ per poter imparare come si vive,/ per capire il significato delle cose/ e per non convivere con la solitudine./

Mi piacerebbe essere la morte/ per potermi muovere di continuo,/ per trarre a me tutti i malvagi,/ per migliorare il mondo/ e per la paura di ciò che vorrei diventare./

Mi piacerebbe essere silenzio/ per non tapparmi mai le orecchie,/ per essere calmo, tranquillo e rilassato,/ per far tacere le guerre/ e fermare il rumore del mio cuore./

Mi piacerebbe essere colla/ per collegare i sogni di tutti,/ per assemblare e costruire la loro felicità,/ per legare due persone/ e per riparare il mio cuore infranto.

(Max Cacitti, marzo 2014)

Quello che canta Max…

…il vuoto, la morte, il silenzio e la colla vorrebbe essere: in qualche modo, stare-nell’assenza nei primi tre passaggi, per poi riprendere vita nella relazione. Vuoto-morte-silenzio e poi relazione. Ma anche il vuoto è in relazione con il pieno, anche la morte con il suo confine (non il contrario), che è la vita, anche il silenzio con il suono. E dunque, la colla è la relazione, è ciò-che-sta-nel-mezzo, indefettibilmente, indissolubilmente. L’ultimo verso parla di un “cuore infranto“: ebbene, ogni cuore umano si frange, se è di carne e non di pietra (san Paolo), e dunque, Max?

Queste parole mi giungono da un quattordicenne, suddenly… nel tempo opportuno, il kairòs dei greci sapienti. E lo metto qui, nell’universo web disponibile a chi vuole visitarci, ove accogliamo sconosciuti e conosciuti, da ogni dove, da ogni confine, dalle baie più remote dove giungono vascelli pieni di sogni, da città lontane oltreoceaniche, da villaggi romiti e remoti.

Ecco che il giovinetto giunge dal suo tempo, all’improvviso,

senza chiedere nulla.

Neurotrasmettitori “economici”

facendo il duro ah ahDall’articolo di Allan Sanfey “The neural basis of economic decision-making in the ultimatum game“, pubblicato su Science nel 2003, si sono sviluppate molte ricerche in tema di biologia e psicologia dell’economia, tenendo anche conto della teoria generale dei giochi.

Sembra dunque certo che l’empatia, cioè quella capacità umana di entrare in contato emotivo con gli altri, che biologicamente vede l’attivazione nelle aree cerebrali di neurotrasmettitori come la serotonina e l’ ossitocina, sia determinante (cf. anche Oxytocin Increases Generosity in Humans, di Zak, Stanton e Ahmadi pubblicato nel 2007) anche nelle scelte economiche.

In altre parole, sembra che l’uomo non sia disponibile a “fare affari” o a collaborare con chi non riesce ad accogliere empaticamente, perché ritenuto egoista, e quindi sgradevole: per questo si fanno i pranzi e le cene d’affari.

Nella mia esperienza trovo che funzioni proprio così. Se posso evito di collaborare con chi ritengo particolarmente egotico, autocentrato, autoreferenziale, narcisista, superbo.

E se non posso evitarlo, applico l’insegnamento del Maestro di Nazareth, che suggerisce di essere astuti come il serpente e accorti come la volpe, sgattaiolando e, se serve, dissimulando in maniera molto sana ciò che non è il caso di dire con assoluta trasparenza, perché sarebbe interpretata banalmente come debolezza.

La vera forza è la sapiente resistenza.

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