I ponti sono passaggi, transiti, superamento di fiumi e abissi. L’uomo ha sempre costruito ponti per unire sponde, per conoscere e per viaggiare. Nel concreto delle vicende storiche (basti pensare al ponte fatto costruire da Traiano sul Danubio durante le Guerre Daciche del 101-106 d. C., pare, ad Apollodoro di Damasco, in seguito autore della famosa Colonna che celebra le imprese del grande imperatore ), e nella storia del pensiero.

Ho in mente la grande cesura creata tra la Seconda scolastica tardo aristotelica (un pensiero oramai molto “stanco” e autoreferenziale) e Cartesio, dalla rinascita umanistica neo-platonica tra il ‘4 e il ‘500 (Ficino, Pico, Valla, e poi Bruno e Campanella). E’ come un alternarsi di sistole e diastole del pensiero, tra tempi nei quali prevale un pensiero realista, capace di credere di poter accedere a una certa stabile conoscenza delle cose (scientificità come certezza ed evidenza), e un pensiero -direi un poco impropriamente- occasionalista, fiducioso di una certa capacità di accedere al “qui e ora” della conoscenza stessa.

Il “pendolo” sembra muoversi perennemente, almeno come lo stesso sapere filosofico. Il Mulino di Bologna pubblica ora un testo interessante di M. Mugnai, Possibile/ necessario, dove l’autore cerca di aggiornare questa oscillazione, che prende inizio dalla grande filosofia greca e arriva fino ai nostri giorni.

Tutto questo cambiamento non rompe mai con il passato, che riemerge, ripresentandosi sotto altre spoglie, oltre le frammentazioni, e nonostante le scorie semantiche che si depongono nel tempo come concrezioni calcaree.

Concetti diadici contrapposti, anche se spesso non contrari o contraddittori, come: necessario/ contingente, forma/sostanza, potenza/ atto, essere/ nullaessere/ divenire, essere/ apparireattuale/ possibile, mente/ corpo, apparenza/ realtà, linguaggio/ mondo, verità/ falsità, morte/ vita,  finito/ infinitovizi e virtù dell’elenco gregoriano, continuano ad avere senso se collocati in un discorso che non pretenda di risolvere tutti i pro-blemi logici dell’uomo e della conoscenza.

Ad esempio, se devo spiegarmi come il marmo di Carrara sia in potenza il David di Michelangelo, che è la statua omonima in atto, do senso alla coincidenza obiettiva di forma e sostanza, ma se devo rappresentare ciò che è l’embrione anche allo stato di zigote, devo ricorrere alla diade possibile/ attuale. Cioè, se la statua (che è atto) diventa tale, lo diventa nel momento in cui lo scultore opera “per toglimento di materia” fino all’apparire della forma statuaria: pertanto quella forma è sostanziale della statua, cioè del soggetto rappresentato (è essenza dell’essere statua); in ogni caso il marmo di Carrara avrebbe potuto restare tale per altri milioni di anni, senza diventare statua, cioè prendere-forma; altrimenti, se devo rappresentare la relazione metafisica e poi biologica tra lo zigote e l’uomo adulto debbo ricorrere alla diade possibile/ attuale, nel senso che solo se lo zigote viene lasciato svilupparsi nel tempo dato (nove mesi) in ciò che l’embriologia ci ha spiegato, passando le varie fasi di sviluppo, fino al feto e al soggetto nascituro, può darsi che ciò-che-è-possibile diventi attuale.

Possibilità/ attualità abbisognano di un tempo dato, a differenza di potenza e atto.

Un altro esempio può essere quello della relazione tra essere e apparire: non si tratta di fatto di una dicotomia assoluta e contraddittoria, ma di una sorta di endiadi legata al divenire, cioè all’apparire e allo scomparire dell’essere (Bontadini 1970, Barzaghi 2004, Severino 2008): e dunque l’apparire serve l’essere, perché se “resta da solo” è solo fumo, imbroglio, dissimulazione.

Oppure il rapporto tra finito e infinito, quest’ultimo concetto quasi inaccessibile all’umana ragione sul piano filosofico (Bettetini 2013), se non declinato al modo matematico insiemistico à la Gödel, Frege e Peano: non si parla infatti di infinito, ma di infiniti, che possono paradossalmente (per la nozione del senso comune) contenersi l’un l’altro.

Ontologia e gnoseologia si nutrono dunque a queste due fonti, tra le quali oscilla il pendolo del pensiero umano.

Il testo sopra citato, ad esempio, paragona le ricerche contemporanee di Wittgenstein, Rorty e Derrida, fedeli a una idea di conoscenza pragmatista ed ermeneutica (anche se diversa dalla tradizione di Origene!, Schleiermacher, Dilthey, Heidegger, Gadamer, Pareyson, Ricoeur, che lavorano sull’infinità espressività del senso del testo e delle azioni umane), ai fautori di una sorta di neo-realismo molto attento alle lezione classica aristotelico-tommasiana, come in Russell e Santayana, che in Italia trova in questi anni in Maurizio Ferraris un importante mentore.

Altro che Medioevo dei “secoli bui”, quando pensavano e scrivevano, sulle tracce di Agostino e di Platone-Aristotele, Boezio, Abelardo, Anselmo, Tommaso, Bonaventura, Duns Scoto, Occam che annichiliva ogni idiozia.

E si continua a far ponti, oscillanti come quelli hymalaiani, o più rigidi, costruiti con precisi calcoli ingegneristici.

Comunque ponti sugli abissi, cammini di speranza.