Caro lettore,

qualche anno fa scrissi un libro con la mia amica psicologa e pedagogista Anita Zanin “Educare all’infelicità“, una specie di manuale per genitori, nonni e insegnanti, che ebbe ed ha un certo riscontro in giro.

L’assunto principale, tuttora valido, era che occorre una qualche formazione ad una vita equilibrata. Il termine “felicità” ci stava perché è sulla bocca e nella mente di molti (quasi tutti?) come sinonimo di mancanza di problemi, di serenità, di continuità in una specie di equilibrio. Rileggendolo un po’ mi sembra che non abbiamo esagerato, né nella lettura della situazione attuale, assai impoverita di qualità del linguaggio espressivo e nella qualità relazionale, né nel proporre come esigenza forte un’educazione all’equilibrio esistenziale che deve passare attraverso tutte le età della crescita, dalla prima infanzia fino alla giovinezza.

Ora sto pensando anche ad altre sfumature in tema.

Siccome pare che in giro, oltre alla tanta infelicità visibilissima, che è anche spesso oggettiva, a causa del difficile momento che si vive, vi sia anche un’infelicità derivante in qualche modo da “scontentezza da illusione“. Mi spiego: è come se non si riuscisse a cogliere ciò che di bello o di grande ci accade, perché abbiamo aspettative sempre maggiori. Come se fossimo dei grossi bambini viziati, cui il nuovo regalo fa effetto solo per poco, e poi subentra la noia e il desiderio per qualcosa di nuovo. Mi pare accada questo anche a coloro che in azienda lottano per avere una macchina sempre più grande (è un giocattolo!) come benefit! In quest’ambito dovrebbe riformarsi la stessa nozione giuridico-contrattuale di benefit, poiché gli unici benefit che hanno qualche efficacia gestionale sono quelli ad hoc, una tantum ad personam: un viaggio per la famiglia del premiato, un corso professionale intensivo di alto livello, ad esempio. Questi sono eventi che colpiscono e restano nella memoria emotiva, e quindi sono motivanti. Non l’auto, perché dopo il primo momento di acquisizione di prestigio sociale, specie se la vettura è di segmento medio-alto, diventa un oggetto di uso quotidiano, che non viene neanche più considerato come benefit, lasciando spazio ad altre aspettative, sempre maggiori e sempre insoddisfabili. Una tristezza.

Forse qui si potrebbe ricorrere a un paragone concettuale-semantico: come l’accorgersi è già un correggersi (l’etimologia è la stessa), così anche l’accontentarsi non è cosa da poco, ma da molto, perché è un essere contenti di un qualcosa che merita, o che si merita.

Maurizio Ferraris ad esempio dice: “Anche nei sentimenti e negli stati d’animo la realtà supera la finzione, non solo perché è più netta, asciutta, imprevedibile e poetica, ma perché è il piano in cui ne va della nostra felicità e della nostra infelicità. Contrariamente a quello che spesso si crede, è in questa realtà, e non nei sogni, che dobbiamo impegnarci a essere felici“.
Non dimentichiamo neppure il detto di Kierkegaard “Gli uomini corrono talmente dietro alla felicità che molto spesso la sopravanzano“. Perché è già stata incontrata e non ce ne siamo neanche accorti (accorgersi è un correggersi), e magari aveva un altro nome, serenità, pacata gioia, tranquillitas animi (cioè pace).